Rido

 

Rincorro la mia testa, questa volta priva davvero di ogni pensiero, e trovo sbalorditivo come riesca a riempirla delle sole immagini che mi scorrono davanti; alla fine della giornata non saprei neanche dire come è trascorsa; ho le mani sotto il mento, sono sdraiata per metà nell’acqua sul materassino, seguo le onde, l’orizzonte, il sole ed in testa la serenata in Re maggiore di Mozart k320? 620? Oppure 920? Non ricordo quale sia.

Il corno è lo strumento principale ed è allegra come non mai. Sono allegra nonostante tutti i tentativi di buttarmi giù dalla roccaforte delle mie risa, perché tu vita, finchè sarai mia non riuscirai a farmi piangere come vorresti.



“Dove sei?”

“In terapia intensiva” rido.

“Se mi fai un elettroencefalogramma è piatto” rido di nuovo.

“Sai, non importa cosa mi dici, è la frequenza che c’è fra noi che mi manca, devo sintonizzarmi devo sentirti, c’è questa malinconia che mi condanna, sarà così per sempre”.

“Ci mancherebbe! Sono la donna della tua vita!”

Rido, rido ancora, rido sempre e mi perdo in un racconto immaginario, tu ascolti. Voglio incontrarti e fingere di non conoscerti, voglio che tu ti avvicini a me in una calca di gente, che siano così tante persone che nessuno possa accorgersi quanto vicini d’un tratto ci troviamo.

“Giurami che non spegnerai più il cellulare!”

Tu lo sai, non posso prometterti ciò che non so se sarò in grado di mantenere.

Non ti dico cosa vorrei dirti, non lo dico mai, e poi questa volta ho davvero perso i miei pensieri.



Ed ecco che ad occhi chiusi la serenata di Mozart ha trasformato il materassino in uno scoglio a fior d’acqua, il mare si è increspato, è roccia di velluto morbido quel tappeto d’alghe su cui sono sdraiata e che accarezzo. Sorrido per ogni piccola onda che improvvisa mi scavalca e mi sconvolge.

Cielo! Mi sento al centro del mare! Del mondo! Dell’universo! E non c’è posto dove voglio arrivare, tutto fermo, qui dove sono. Ho dato congedo ad ogni certezza e danzo su corde leggere; sento mani che si tendono per donare e per spartire, sono quelle del sole, sono quelle della vita, non so di chi siano esattamente, se lo sapessi forse tutto sarebbe già finito.



“A volte mi sembra che giochiamo a nascondino al buio, non sappiamo neanche se ci troviamo nella stessa stanza.”

“Lo sai, sono sempre ferma, nello spazio denso del non muovermi; mio magnifico tesoro, ho imparato che non serve affannarsi perché la vita è nel percorso che compiamo, non nella meta che ci prefiggiamo.”



Sono dove già ero, in dirittura d’arrivo con la mente; quel pensiero che mi si era fissato dentro partendo; sono quella piccola statua di bronzo posata su uno scoglio alle bocche di Capri.

Nessuno la vede se non sa che si trova li, una mano posata sulla fronte, scruta l’orizzonte immobile, una gamba piegata l’altra distesa.

Quante cose mi vengono da chiederle. Cosa hai visto? Sei felice? Quanta paura devi aver avuto all’inizio prima di abituarti ad essere sola. “Piccola statua, sono con te, non sei sola, ora ci sono io”.

E’ un’onda avida del mio miglior senno che selvaggia s’avvicina; in questo spazio lungo e largo, la mia gioia ha un tempo allegro; dietro un vetro colorato del rosso di un tramonto, incede il mio delirio spensierato, divina è la follia ed anche oggi la mia passione infinita per la vita canta.



“Dove sei?”

“Hai visto? La luna piena è rossa questa sera.”

“La mia è verde, sarà itterica?”

Ridiamo forte.

“Per favore cancella tutti i miei messaggi dal cellulare.”

Cosa cambia se li cancello?Le tue parole non spariscono cancellandole, in ogni modo l’avevo già fatto. Malerba dell’errare che non si cancella in un nuovo giorno.

La tua paura ha un tempo lungo, ma vado veloce non posso fermarmi a sentirla.

“Tesoro, vado, questa sera gioca l’Italia, tu lo sai, tifo per la Francia …”

“Da quando segui il calcio?”

“Da oggi! …” rido

“Ti chiamerò domenica prossima…”

“Ma mancano otto giorni …! Staccherai di nuovo il cellulare?”

“Ma solo per mancarti meglio!”

Sei bello quando ridi, è bello sentirti ridere.

Sto tornando, ma non so se te lo dirò, lasciami sospesa nei miei non pensieri finchè ne avrò modo. Forse ripartirò senza neanche vederti, penombra che rapida si avvicina e che nella notte si cancella.

“Sei impossibile!”

“Ti scoperei a sangue!” esclamo ridendo a crepapelle.

Balbetti, prendi quota e mi raggiungi li dove la fantasia si perde in piroette.

“Come ti vengono?”

“Non lo so!”.



Ricordi? Non ricordi quanta paura avevo di stare male e ti ho chiesto aiuto? Mi hai risposto che tu non potevi darmene. Mi faccio ferire sempre in silenzio; deglutisco il dolore, forse mi cade la voce, non so, sbiascico un “Vado”.

Calpesto un vetro a piedi nudi, mi si è ficcata una scheggia nell’alluce, sgocciola sangue, la levo; prima di farmi medicare, vado anche a buttarla nella spazzatura. “Ci vorranno dei punti”. Ma non sento il dolore, meglio a me, che ad un bambino.

Ancora non ti ho detto che aspetto una bambina, magari questa scheggia l’avrebbe potuta calpestare lei un domani.

Tu lo sai, torno sempre quando ha smesso di piovere da poco.


Autore: Renata Drewien  (Mammolina)