Opera vincitrice della maratona letteraria:
La donna, intelletto ed incanto
Da una pagina di diario
Della donna che sono, che cerco di essere tutti i giorni, non peso quasi niente.
Sono come lo sfolgorio della luce del sole dopo ore di buio, quando le palpebre
faticano ad aprirsi e assonnate anche le farfalle si ribellano al volo.
Dalla donna che non sono, che cerco disperatamente di non essere, mi capita a
volte di scrollare dagli occhi la stessa rassegnazione.
Donne stanche, donne lungo asfalti smorti fatti di amori che seguono tracce di
film già visti, per omertà ed abitudine portati avanti.
Argilla tra i sensi e nel cuore disamore.
“Ricordi piccola quando contavi i colori dell’arcobaleno?”
Ma poi diventai grande e di quei colori ne feci ombre.
Le notti erano tutte sbagliate quando il trucco m’imbrattava il corpo e i sogni
di cristallo.
E ora, smessi gli abiti sfatti e ruvidi di amori sterili, dal fondo dello
specchio vedo una donna, ancora una donna, pronta a puntare su di me il suo
insindacabile dito che scava, e ruota, come un giudizio inappellabile, una
condanna a morte.
Quel dito dritto perché non rientro nello stampo corretto dei Suoi sogni, dei
sogni di mia madre.
Quel dito dritto perché oso essere quella irrazionale, la folle, che s’innamora
di un’idea come fatta di carne e di carne ne fa poi passione e tormento.
Quel dito dritto perché, forte solo nella scorza, lascio che il vento mi tratti
come una foglia secca sbattendomi in ogni fessura scavata alle pareti.
Detesto i pianti notturni appesi al silenzio. Ma ne sono anch’io vittima.
Detesto tutte quelle donne che risiedono in me, i lori visi irreprensibili che
con sguardo di biasimo mi consegnano al patibolo. Ma ne sono anch’io carnefice.
Detesto, impreco e poi amo. Infinitamente amo.
Amo la donna che sono oggi e quella che sarò domani.
Amo sprofondare nel mio mare di sogni e di fate che, ad ogni rincorsa, mi
riconsegna alla vita.
Amo fermare il tempo dentro parole con contorni che s’alzano e ballano in punta
di piedi.
Ma nei pozzi scuri delle mie contraddizioni mi perdo ancora, perché non ho
ancora toccato, non ho ancora versato, leccato, l’amore che stordisce. Questo
amore che mi rende schiava e sovrana, che mi porta lentamente a precipitare con
indosso un candido paio d’ali.
E mi rivesto di biancheria di donna e di zucchero di bambina che, per me e per
il mio sogno d’amore, mi piace essere.
Ma poi il sogno esiste?
Ah, si che esiste.
Si, che esiste.
Tentami tu,
il traguardo di Dio è perverso
è la lamentazione amorosa
assolutamente priva di baci.
(Alda Merini)