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 ROMANZI E SAGGI
 8b:Saggio epigrafico
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Ce lia
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2770 Posts

Posted - 07 Mar 2007 :  09:21:36  Show Profile  Reply with Quote
L’EPIGRAFE VATICANA CONCERNENTE
UNA DONAZIONE (717-731) ATTRIBUITA A GREGORIO II
di Cecilia Cartocci

Nella Descriptio Basilicae Vaticanae di Pietro Mallio (XII sec.) è ricordata questa epigrafe affissa nell’atrio della basilica vaticana stessa: Hic Sanctissimus praesul Gregorius quantum dilexerit et ditaverit ecclesiam istam. in privilegio quod est scriptum in tabulis marmoreis in pariete ante ecclesiam fixis, ex parte habetur.
L'epigrafe constava allora di tre lastre marmoree di cui si conservavano (già a partire dalla seconda metà del XV sec.) solo le prime due.
Le lastre attualmente conservate, in una ricca cornice marmorea alla sinistra della Porta dei Morti, sovrapposte, la superiore poco più ampia in larghezza della sottostante, sono incise in scrittura capitale e contengono il testo di una donazione fatta da papa Gregorio II alla basilica dei ss. Pietro e Paolo, di una serie di oliveti da cui ricavare l’olio per l’illuminazione della basilica stessa.
Dimensioni della lastra superiore: altezza 3186 x 708 x 48; lastra inferiore: altezza 3000 x 801 x 48; lett. 5,6-2,2. Interlinea: 0,8-0,3.

<+> * Dominis s(an)c(t)is beatis(simi)s Petro et Paulo apostolorum principibus Gregorius
indignus servus * /
* Quotiens vestrae usibus servitura quedam licet parba (per parva) conquirimus, vestra vobis reddimus, non nostra largimur * /
ut haec agentes non simus elati de munere set de solutione securi. Nam quid unquam sine vobis nostrum est * /
qui non possumus accepta reddere, nisi quia per vos iterum et ipsum locum hoc ut redderemus accepimus. Unde ego vester /
servus reducens ad animum multum me vobis beati apostoli Petre et Paule esse devitorem (per debitorem) propter quod ab uveribus /
matris meae divinae potentiae gratia protegente intro gremium ecclesiae vestrae aluistis,
et ad incrementum /
per singulos gradus usque ad summum apicem sacerdotii licet inmeritum producere
estis dignati; ideoque /
hoc privilegii munusculum humili interim offerre devotione praevidi. Statuo enim et meis successoribus /
servandum sine aliqua refragetione constituo ut loca vel praedia cum olibetis
qui inferius describuntur, /
quos pro concinnatione luminariorum vestrorum a diversis quibus detenebantur recolligens
vestra vobis dicavi /
inmutilata permanere. Id est in patrimonio Appiae mass(as) Victoriolas olibetu in fund(o) Rumelliano in integro.
Olibetu(m) in fund(o) Octabiano in integro. mass(a) Trabatiana. olibet(um). in fund(o). Burreiano ut s(u)p(er). Olibet(um). in fund(o) Oppiano ut s(u)p(er) /
Olibetum. in fund(o). Iuliano in integro. Olibet(um) in fund(o) Viviano ut sup(er). Olibetu(m) in fund(o) Cattia<no> /
Olibet(um) in fund(o). Solificiano ut s(u)p(er). Olibet(um). in fund(o). Palmis ut s(u)p(er). Olibet(um). in fund(o) . Sagaris ut <s(u)p(er)>. /
Olibet(um). in fund(o). Marano ut sup(er). Olibet(um) in fund(o) Iuliano ut s(u)p(er). Olibet(um) in fund(o). Sarturiano ut s(u)p(er). /
Olibet(a). in fund(is). Canaino et Carbonaria ut sup(er). mass(A) Cesariana olibet(um). in fundo Florano) ut sup(er) /
Olibet(a) . in fund(is). Prisciano et Grassiano ut sup(er). Olibet(um)) in fund(o) Pascurano ut s(u)p(er). Olibet(um). in fundo /
Variniano ut sup(er). Olibet(um). in fund(o) Cesariano ut s(u)p(er). mass(a) Pontiana olibet(um). in fund(o). Pontiano ut s(u)p(er). /
Olibet(um) in fund(o). Casaromaniana ut s(u)p(er). Olibet(um). in fund(o) Tattiano) ut s(u)p(er). Olibet(um). in Casa Florana) ut s(u)p(er). /
mass(a) Steiana olibet(um). in fund(o) Berrano ut s(u)p(er). Olibet(um) in fund(o). Cacclano ut s(u)p(er). Olibet. in fund(o) Pontiano s(u)p(er)
Olibet(um). in fund(o) Aquilano ut s(u)p(er). Olibet(um), in fund(o) Steiano ut s(u)p(er). Olibet(um). in fond(o). Cassis ut s(u)p(er). mass(a) Tertiana /
Olibet(a). in fund(o). Camelliano et fund(o) Tortilliano ut s(u)p(er). Olibet(um). in fund(o). Casa Cuculi ut s(u)p(er). mass(a) Neviana /
Olibet(um). in fund(o). Arcipiano ut s(u)p(er). Olibet(um). in fund(o). Corelliano ut s(u)p(er). Olibet(um) in Fund(o ) Ursano ut sup(er); /
in patrimonio Labicanens(e). mass(a) Algisia olibet(um). qui est ad Tufu iuxta Anagnias
in integro * /
Olibet(um). qui est in Silbula at Modicas Talia cata Gemmulu mag(ister) milit(um) olibet(um). in Aplineas in integro */
Olibet(um). qui est in Claviano olibet(um) quem tenet Franculus colonus in fundo Ordiniano
in integro * /

« Ai Signori Santi e Beatissimi Pietro e Paolo, principi degli apostoli, Gregorio indegno servo.
Cioè nel patrimonio dell’Appia, massa Victoriolas: l’oliveto nel fondo Rumelliano tutto intero, l’oliveto nel fondo Ottaviano tutto intero; massa Trabatiana: l’oliveto nel fondo Burreiano come sopra, l’oliveto nel fondo Oppiano come sopra, l’oliveto nel fondo Iuliano tutto intero, l’oliveto nel fondo Viviano come sopra, l’oliveto nel fondo Cattiano, l’oliveto nel fondo Solficiano come sopra, l’oliveto nel fondo Palmis come sopra, l’oliveto nrl fondoSagaris come sopra, l’oliveto nel fondo Marano come sopra, l’oliveto nel fondo Saturiano come sopra, gli oliveti nei fondi Canaino e Carbonaria come sopra; massa Cesariana: l’oliveto nel fondo Florano come sopra, gli oliveti nei fondi Prisciano e Grassiano come sopra; massa Ponziana: l’oliveto nel fondo Ponziano come sopra, l’oliveto nel fondo Casar omaniana come sopra, l’oliveto nel fondo Tattiano come sopra, l’oliveto nel fondo Casa florana come sopra; massa Steiana: l’oliveto nel fondo Berrano come sopra, l’oliveto nel fondo Cacclano come sopra, l’oliveto nel fondo Ponziano come sopra, l’oliveto nel fondo Aquilano come sopra, l’oliveto nel fondo Steiano come sopra, l’oliveto nel fondo Cassis come sopra; massa Terziana: gli oliveti nel fondo Camelliano e nel fondo Tortilliano come sopra, l’oliveto nel fondo Casa cuculi come sopra; massa Neviana: l’oliveto nel fondo Arcipiano come sopra, l’oliveto nel fondo Corelliano come sopra, l’oliveto nel fondo Ursano come sopra. Nel patrimonio della Labicana, massa Algisia: l’oliveto che sta a Tufu pressoAnagnias tutto intero, l’oliveto che sta nella piccola selva e tali poche cose presso Gemmulo, capo di soldati, l’oliveto nell’Aplinea tutto intero, l’oliveto che sta in Claviano, l’oliveto che occupa il contadino Franculo nel fondo Ordiniano tutto intero. »

Le forme delle lettere appaiono piuttosto costanti, vi sono però due forme distinte attestate per la lettera B (una con le due “pance” distinte, l'altra con la “pancia” inferiore più grande della superiore) e per la lettera T (una di modulo quadrato, l'altra di modulo rettangolare).
La maggiore variabilità si riscontra nella misura delle singole lettere e nel loro grado di compressione.
Il testo è scritto in caratteri piuttosto piccoli e ben distanziati, fatta eccezione per le prime due righe. Nella prima riga, infatti, le lettere sono incise in una misura doppia rispetto a quella standard, nella seconda esse sono ugualmente più grandi ma molto compresse e con molte lettere di modulo più piccolo inserite.
Questo tipo di caratteri più grandi ricorre anche nel testo dispositivo, ad esempio alle righe 11 e 12, laddove, così sembrerebbe, si ritiene opportuno enfatizzare alcune parole (ad esempio i nomi di alcune masse e quelli dei territori in cui esse sono comprese).
Frequente è l'inserimento di vocali nel corpo di alcune lettere, è il caso delle piccole A, I, L ed O sopra il tratto orizzontale della L oppure delle piccole I, O ed U sotto il tratto orizzontale delle T.
É praticato anche l’uso di scrivere alcune lettere nell’interlinea sottostante: la S e la P ad abbreviare super delle righe 12 e 20, sup (con la stessa funzione) alla riga 16 o quello di sovrapporre una lettera di modulo minore ad un’altra nell’interlinea sovrastante: la O sulla N in florano alla riga 16.
Compare un unico nesso, ripetuto più volte, quello di N con T.
Sono presenti segni d’interpunzione tondi e triangolari, decorazioni vegetali ed hederae distinguentes al termine di alcune righe
Le lettere, sebbene non molto eleganti, sono però incise con una certa cura ed hanno ferme terminazioni.
Le abbreviazioni, non sempre indicate dal segno abbreviativo, sono presenti sia in quello che vorrei definire protocollo che nel testo dispositivo vero e proprio. Mentre però nel protocollo sono rare e “canoniche” (ad esempio scis per sanctis, beatiss per beatissimis) malgrado prive di segno abbreviativo, nel testo sono molte, effettuate per lo più per troncamento semplice (ad esempio mass per massa, fund per fundo, olibet per olibetum, sup per super), una (sp per super) per troncamento sillabico.
Ad errori di misurazione del lapicida sono verosimilmente imputabili le correzioni, peraltro non frequenti.
La correzione avviene per mezzo di inserzione di lettere piccolissime: l'esempio più chiaro è alla riga 10 dove, nel corpo della lettera L della parola recolligens sono inserite una L ed una I evidentemente sfuggite al lapicida, ma anche in altri due casi (riga 16 floranus e riga 20 pontiano) una piccola O è sovrapposta all'ultima consonante. Oppure, nel caso delle righe 13, 17 e 21, la parola abbreviata super nelle due forme di sp e sup è posta nell’interlinea sottostante. Errori del genere possono essere facilmente attribuibili anche ad una copiatura di segni incomprensibili per l'artigiano poco o niente affatto alfabetizzato.
Le caratteristiche della lingua usata sono in linea con lo sviluppo di un parlato che si allontana sempre più dal latino: il dittongo ae è ridotto a semplice e (es. Cesariana), alla lettera V è spesso sostituita la lettera B e viceversa (es. parba, olibetum oppure uveribus). Caratteristiche, queste, che ben si inquadrano con la situazione di profondi rivolgimenti in campo linguistico che proprio in quest'epoca, l'VIII secolo, cominciano a farsi sentire.

Questa epigrafe rientra nel quadro, piuttosto omogeneo, delle iscrizioni romane dell'VIII secolo: N. Gray la confronta con altre tredici, di datazioni comprese tra il 700 ed il 795, e mette in evidenza alcune caratteristiche ricorrenti comuni. Sono iscrizioni che rappresentano il tipico stile ufficiale del periodo, del resto furono tutte commissionate da alte personalità religiose o civili. Le stesse che, contemporaneamente, commissionavano opere d'arte (architettoniche, pittoriche, musive) e restauri in Roma. Eppure, scrive la Gray, “The inscriptions erected to record the names of these illustrious men are perhaps the most miserable and ill-executed examples of epigraphy in our whole period. They do not show any development” ( Le iscrizioni incise in ricordo di questi uomini illustri sono forse i più miserevoli e mal eseguiti esempi d'epigrafia del nostro intero periodo. Esse non mostrano alcuna evoluzione).
Un caso relativamente a parte è proprio quello della nostra epigrafe: “...in none of all these inscriptions (except perhaps no. 4 -che è la nostra-) is there any pleasure, precision or skill in cutting the stone” (in nessuna di queste iscrizioni, eccetto forse la numero 4, -che è la nostra- c'è qualche eleganza, precisione o abilità nell'incidere la pietra).
Si possono ora esaminare dettagliatamente le forme delle lettere più caratteristiche dell'intero gruppo individuato da N. Gray che abbiano piena corrispondenza con la nostra iscrizione.
La lettera A con il punto d'incontro tra i due tratti obliqui squadrato; La B in due forme: una con il tratto curvo inferiore più grande del superiore, l'altra con i due tratti curvi distinti; la 4 molto aperta; la R con il tratto diagonale raddrizzato, quasi parallelo a quello verticale ed attaccato al tratto curvo anziché al verticale; La S stretta, di modulo rettangolare; la T, come ho già detto, in due forme: una di modulo rettangolare, l'altra quadrato.
Non ci sono, insomma, “...as in other styles, the best formed, or experimental or exuberant letters, but in fact the worst lapses of what is a decadent, but fondamentally classical tradition.” (come in altri stili, le lettere ben costruite, o sperimentali o vivaci, ma in effetti le peggiori trascuratezze di ciò che è una tradizione decadente ma fondamentalmente classica).
D’altro canto va sottolineato che non è fatto uso di caratteri onciali, uso diffusissimo in iscrizioni romane, sempre del secolo VIII, che la Gray menziona a parte nel gruppo da lei definito “The popular school of the VIII century” (La scuola popolare dell'ottavo secolo).
La caratteristica dell’epigrafe oggetto del presente lavoro, introdurre occasionalmente lettere di formato più grande, è riscontrabile anche in altre iscrizioni del gruppo di iscrizioni ufficiali.
Stesso discorso vale per le abbreviazioni usate: quelle più comuni e quelle caratteristiche dei testi che trattano di donazioni di terre che, pur avendo usi particolari in ciascun testo, tuttavia tendono al semplice troncamento della fine di parola. Molto rara, in tutto il gruppo, è la sospensione delle M finali.
La datazione è comunemente espressa dal nome del pontefice, il giorno del mese è espresso con l'uso classico romano.
Nessuna iscrizione è arricchita da decorazioni. La nostra epigrafe non fa eccezione.
Nel testo della terza lastra, quello andato perduto (Cod. Vat. Lat. 6757, f.9v, pubblicato da De Rossi ICUR I, 1, 193 ss.) continuava l'elencazione degli oliveti offerti in dono e si concludeva l'iscrizione con la sanctio e la datatio.
L’avere, dunque, una visione accettabilmente organica e completa dell'intera iscrizione permette di fare, intanto, una prima considerazione, cioè che questa epigrafe potrebbe essere definita una carta lapidaria, cioè un’iscrizione redatta sotto forma di documento, nel caso specifico di donazione.
La stessa forma e divisione del testo, oltre al suo contenuto, (cioè i suoi caratteri intrinseci) confermano tale definizione.
Che questo testo iniziasse con l'invocazione simbolica, un segno di croce, è purtroppo attualmente testimoniato solo dalla trascrizione del Winghius che, come scrive De Rossi : “initio crucem ... notavit: quae nunc tectorio fortasse ... obductus latet”.
Il protocollo prosegue dunque con l’inscriptio “Dominis sanctis et beatissimis Petro et Paulo apostolorum principibus” e l’intitulatio “Gregorius indignus servus” Non è certo un caso che l'inscriptio precedesse l'intitulatio per il rispetto della gerarchia dei contraenti.
É anche presente una lunga arenga a mo’ di premessa a spiegare le ragioni che hanno determinato l'azione giuridica.
Segue la dispositio che, come già detto, è la donazione di oliveti alla chiesa dei ss. Pietro e Paolo da parte di Gregorio II; infine, sulla terza lastra, quella perduta, la sanctio: “si quis ...” e la datatio : “Datum idibus Novembris imperante piissimo Leone”.
Malgrado la chiara sebbene incompleta datazione del tempo in cui la lastra-documento fu incisa (il 13 novembre di un anno imprecisato in cui erano però compresenti un papa Gregorio ed un imperatore Leone) per lungo tempo si ritenne che il papa in questione fosse Gregorio I (3 novembre 590 / 12 marzo 604). In realtà i soli pontefici contemporanei di un imperatore di nome Leone furono Gregorio II (19 maggio 715/11 febbraio 731) e Gregorio III (18 marzo 731/novembre 741); De Rossi ha fatto però notare come le parole dell’arenga “ab uveribus matris meae ... intro gremium ecclesiae vestrae (ss. Pietro e Paolo) aluistis” convengano meglio a Gregorio II “a parva aetate in patriarchio nutritu” che al siriano Gregorio III.
É dunque ormai accettata una datazione compresa tra il 715 ed il 731, anni del pontificato di Gregorio II, ma che può essere lievemente ridotta perché Leone (III) regnò solo a partire dal 717. Un discorso a parte merita il contenuto dell'epigrafe in esame, cioè quella dispositio donationis in cui, molto dettagliatamente, vengono elencati tutti i fondi destinati alla fornitura perenne d'olio pro concinnatione luminariorum.
Infatti notevole interesse rivestono particolarmente i nomi dei territori relativi al Patrimonio Appiae perché, con l'aiuto della toponomastica, è ancora possibile la loro individuazione nel territorio veliterno.
Il fundus Iulianus, ad esempio, ha dato il nome al paese di Giulianello; quello Priscianus (che in un istromento di affitto privato, datato 23 dicembre 1570 e inedito, conservato nell’Archivio Capitolare della cattedrale di Velletri si chiamava Tenuta di Prisciano) a Colle Nuovo Prisciano, quello Cesarianus a S. Cesario.
Ma la cosa più significativa è la menzione del fondo Cacclanus (nome di etimologia e significato del tutto oscuri) non più riscontrabile sul territorio ma del cui cambiamento di nome esiste una testimonianza indiretta.
Vi è un documento in cui si legge che il 24 luglio del 1368 alcuni nobili anagnini fecero istanza perché venisse dichiarato che certi beni pervenuti loro in eredità, circa una sessantina di fondi, erano liberi e privati, e non beni feudali della Chiesa Romana.
Qui viene infatti citato, tra una serie di possedimenti, tutti nella zona di campagna circostante Velletri ed in molti dei quali il nome si è conservato pressoché immutato (è il caso di Colle della castagna, di Cento gocce, di Cesternole, di Colle Mezzo, di Colle San Benedetto, di Domatoria, di Colle dei Faggi, di Monte del Vescovo, di Monte Pennolo derivati, nell'ordine, da Castania Macri, Centum goptolis, Cesternole (che non si è affatto modificato), Collis Mozi, Collis Sancti Benedicti, Domatoria, Fagetum, Mons Episcopus, Mons Pennulus), un fondo detto Vallis S. Agatae che, non avendo lasciato tracce, farebbe rimanere perplessi.
In realtà proprio la individuazione del fondo Cacclanus nel territorio veliterno è l'anello mancante per la spiegazione di un simile nome: Valle di s. Agata, appunto
Esiste infatti solo un'altra fonte in cui compare il nome del fondo Caclano (sic), fonte in cui il luogo è associato ad un edificio dedicato a s. Agata.
Si tratta di un frammento di epistola di papa Gelasio I, datata al 494, che ha per oggetto il ripristino di una processione arbitrariamente sospesa dalla “Sanctae Agathae basilica, quae in Caclano fundo olim noscitur constituta.”
Tale epistola è indirizzata al vescovo di una diocesi imprecisata e, dal momento che è l'unica fonte che testimoni l’esistenza di questa chiesa di s. Agata, l'essere riusciti ad individuarne la sede in un luogo così prossimo a Roma è motivo di notevole interesse. Infatti, l'introduzione nel suburbio romano, poi a Roma, del culto agatino è sempre stata fatta coincidere con l'edificazione ad opera di papa Simmaco, nel 508, di s. Agata in fundum Lardarium sulla Via Aurelia.
Con il riconoscimento del fondo Caccalanus nel veliterno e la conferma offerta dal documento che menziona una valle di s. Agata nella stessa zona (è da sottolineare che non esiste alcuna notizia di edifici agatini in questa zona a giustificare il toponimo se non si risale proprio alla basilica di s. Agata in fundo Caclano) si può dunque anticipare di qualche decennio (nella epistola sono infatti molti dati che lasciano intendere che la chiesa fosse già edificata ed officiata da diverso tempo) la diffusione del culto di s. Agata alle porte di Roma, culto che da quest'epoca in poi conoscerà grande affermazione nella Città.

Edited by - memius on 08 Mar 2007 08:13:36

Ce lia
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2770 Posts

Posted - 07 Mar 2007 :  09:44:26  Show Profile  Reply with Quote
Le note sono nell'atro file...
Ce
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Ce lia
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2770 Posts

Posted - 07 Mar 2007 :  16:39:41  Show Profile  Reply with Quote
.
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51 Posts

Posted - 10 Mar 2007 :  10:16:24  Show Profile  Reply with Quote
mi veniva da pensare anche al culto di sant'Agata che si è diffuso presso i prenestini per esempio, come a Palestrina dove c'è ancora adesso una sentita festa di sant'Agata, ciao
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Ce lia
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2770 Posts

Posted - 10 Mar 2007 :  19:35:37  Show Profile  Reply with Quote
Grazie tante dell'informazione.

Ce
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sergio
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Italy
895 Posts

Posted - 14 Mar 2007 :  23:15:42  Show Profile  Reply with Quote
Per un profano come me c'è da perdersi...ma la storia si scrive anche con questi approfondimenti.
Ariciao! B.S.

Edited by - Ce lia on 26 Mar 2007 09:11:24
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