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 35a. Romanzo: "La chiave del Principe"
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sergio
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Italy
895 Posts

Posted - 14 Mar 2007 :  22:47:11  Show Profile  Reply with Quote
"La chiave del Principe"
di Sergio





II - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=10351
III - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=10352










Gennaro Platone ha ricevuto una telefonata dall’amico Luigi, ’o scarparo, in cui gli ha chiesto di raggiungerlo, appena possibile, al negozio.

Luigi, comunemente chiamato o scarparo, che di cognome fa Scarpetta, è un bravo artigiano nel fare le scarpe su misura, come tutti i suoi antenati da circa tre secoli. Da quando queste sono diventate un lusso che si possono permettere in pochi, si è dato anche al commercio delle calzature prodotte dalle fabbriche, ma sempre di buona qualità, in un negozio attiguo al suo laboratorio, tuttora funzionante.
Gennaro lo conosce da tanti anni e lo stima. Lo accomuna, inoltre, la circostanza che i rispettivi cognomi hanno influenzato le loro vite: calzolaio, Luigi, per tradizione familiare, filosofo o presunto tale, Gennaro, per quell’importante cognome che si rifà al grande filosofo Greco.

“Chissà cosa vorrà dirmi Luigi, per chiamarmi con una certa premura...quando c’incontriamo così spesso...Mah!”
Pochi minuti ed arriva al negozio di Luigi.
“Né Genna’, trase, jamme rinto o laboratorio, tanto rinto a puteca ce sta Giuseppe”.

Il laboratorio è un locale buio, piuttosto in disordine dove oltre al desco per lavorare le scarpe ci sono numerosi piccoli mobili con tutti gli attrezzi del mestiere, alcuni vecchi di secoli, il cuoio per le suole, tomaie di vario tipo e su tutto aleggia l’inconfondibile odore della colla dei calzolai, che ha impregnato anche i muri.

“Ciao Luigi...jamme arrete!”
“Assettammece, Gennà”.
“Cumme staje...tutto buone, no?”
“Sì, Luì. M’avisse chiamate pe’ chesto, pè sapè d’a salute mia?”
“No! Certo ca nò. E chi t’accide... a te!”
“Maronne, m’aggia tuccà, Luì!”
No, no. Mò parlamme seriamente!”
Luigi assume un’espressione severa, come chi si appresta a parlare di cose molto importanti e, come sono solito fare io, quando discetto di filosofia, parla italiano, abbandonando, quasi del tutto, il dialetto.
Si accomoda meglio sulla sedia, si accende una sigaretta e:
“Gennaro tu sai che mio padre Antonio faceva il calzolaio, così mio nonno, il nonno di mio nonno e così di seguito almeno fino al 1700”.
“Sì, lo so. Anche il tuo cognome deriva dal mestiere dei tuoi antenati, come il mio deriva dalla scienza dei miei”. Risponde, non senza un pizzico d’orgoglio, per far risaltare la differenza.
Luigi aggrotta un po’ le sopracciglia, avendo percepito l’ironia dell’affermazione di Gennaro, ma continua senza dargli peso.
“Il mio avo, vissuto nel 1700, era molto bravo a fare le scarpe ed aveva tra i suoi clienti tutti i signori di Napoli, tra i quali anche Raimondo di Sangro VII principe di San Severo, quello che ristrutturò ed arricchì di opere d’arte, tra cui il Cristo velato, l’antica cappella detta “’a Pietatella”.
“Però! Pure ‘o stregone se faciva fa ‘e scarpe e, dimme, ‘e faciva pure ai muorte che “trattava”. Replica Gennaro, con evidente ironia.
“Genna’, jamme, nun pazzià c’a cosa è seria assaie!” Mi risponde stizzito Luigi.
“Allora come dicevo. L’attività del mio avo che, per tanti anni aveva fatto scarpe e stivali di ottima fattura, gli procurò la stima del Principe, al punto tale che, poco prima di morire, lo mandò a chiamare, forse presagendo la sua fine - era un uomo dotato di qualità e poteri straordinari- e gli affidò una scatola di legno lavorato, con dentro una chiave di una cassa in cui erano depositati gli scritti ed i disegni di quasi tutte le sue invenzioni, le sue attività alchemiche ed altro, frutto del suo poderoso ingegno”.
“Perché proprio a lui?” Fa Gennaro con tono meravigliato “Nu grand’ommo che dà un tesoro a ‘o scarparo!”
“Per quello che mi ha raccontato papà ed a lui tramandato dal nonno e così via, sembra che per le sue vicissitudini personali, con la Chiesa, il re, perché Massone e per le accuse di stregoneria, di uso illecito dell’alchimia, di ateismo e quant’altro, non si fidasse più di nessuno, parenti od amici che fossero. Tanto da affidare al mio avo la chiave del suo tesoro”.

Il racconto si fa interessante e Luigi prende una pausa, per riorganizzare le idee e proseguire.

“Il patto che il Principe fece con l’avo, consisteva nel custodire gelosamente la scatola e di non darla a nessuno, finché non si fosse trovata una persona di grande moralità, sapienza e cultura che avrebbe potuto trarre il massimo beneficio dal suo contenuto, senza usarlo per scopi malvagi, come sarebbe accaduto con i suoi parenti, con la formula della pietra filosofale!”
“No! Non mi dire che nella cassetta c’è anche la formula della pietra filosofale! Non ci credo!” Replica stupito Gennaro.
“Gennaro io ripeto solo quello che mi hanno raccontato”.
“Il mio trisavolo, impaurito ed intimidito dalla personalità del Principe, accettò l’incarico e custodì gelosamente la scatola con la chiave, rivelandone il segreto solo al proprio figlio e di figlio in figlio fino ai giorni nostri”. Luigi si prende un’altra pausa, poi continua.
“La cassa in questione, nessuno sa dov'è, se non dentro la Cappella dei San Severo e che solo chi sarebbe stato degno di ricevere la chiave, sarebbe stato in grado di scoprire in quale punto di essa è nascosta!”
“Sono trascorsi 236 anni e la chiave è rimasta in custodia della mia famiglia, come la tradizione di fare le calzature!”
“Luigi mi hai raccontato una bella storia e guarda caso, non molto tempo fa, ho parlato del Principe di San Severo con Ciro Aristotele, spiegandogli la storia della Pietatella, del Cristo velato e della pietra filosofale, ipotizzando che il Principe, così bravo com’era se ne fosse occupato anche lui e, tu, ora, quasi me lo confermi. Pensa, se ci fosse dentro la formula sarebbe una scoperta eccezionale che potrebbe portare ricchezza e felicità all’umanità!” A questo punto Gennaro riprende il fiato per l’emozione del racconto di Luigi.
“Ma dimmi Luigi, come mai nessuno ha mai provato a cercare la cassa?”
“Gennaro, che ti devo dire...nessuno di noi ci ha mai provato, la figura del Principe, la sua fama sinistra per le sue stregonerie e per la sua vicinanza con il Diavolo...”. Mentre pronuncia queste parole Luigi si fa il segno della Croce. “...suscitava tanta di quella paura nei miei antenati che non cercarono nessuno che potesse degnamente averla e nemmeno se ne sbarazzarono per la gran paura di essere colpiti dalla maledizione del Principe. Di padre in figlio, questa “consegna” fu tramandata, diventando sempre più una leggenda di famiglia, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di fare nulla, non si sa mai! Ed ora questa maledetta chiave ce l’ho io, che sono l’ultimo della famiglia e non ho figli cui far continuare la tradizione!”

Luigi s’interrompe bruscamente, si alza di scatto e va verso il retrobottega.
“Giuse’ che stai facenno cà, perché nun stai into a puteca eh? Si trase un cliente, nun ce trova nisciuno e nun vennimme niente!”
Giuseppe imbarazzato, farfuglia qualche scusa ma, Luigi lo spedisce in negozio, piuttosto seccato.
Quando torna a sedersi, mi dice:
“Questo ragazzo s’ave a scetà! Lo devo controllare spesso sennò nun fatiga”:
“Mandalo via e prendine un altro a lavorare come commesso”.
“Bravo, dici bbuone tu, ma, Giuseppe me l’hanno “raccomandato” quelli della famiglia Abbate e tu sai chi so’ e l’agge dovuto piglià cu me...ch’aveva a fa?”
“Torniamo alla chiave “. Gli dice Gennaro tradendo la sua crescente curiosità.
“Perché ora mi hai raccontato questa storia, dopo tanti anni che ci conosciamo?”
“Caro Gennaro io sono molto più grande di te e, prima o poi...a qualcuno di cui mi possa fidare la dovrò pur lasciare questa chiave!” Gli dice ammiccando un sorriso e prosegue:
“Conosco il tuo amore per Napoli, la tua passione per la filosofia e la tua onestà. Penso che tu sia la persona giusta cui si riferiva il principe!” Dice Luigi guardandolo compiaciuto.
“Uè Luì, nun pazziamme, io so’ un finto filosofo, non sono quello che credi tu e la mia filosofia è molto spicciola è più un modo di pensare e di vivere che una vera scienza. Il mio cognome ha stimolato prima la mia curiosità poi trasformatasi in interesse per la filosofia, così mi diverto a questionare con Ciro Aristotele, il pizzaiolo che tu conosci, ma niente di più!”
“Va bbuono, cumme è ...è, io di te mi fido e ti ho raccontato questo segreto. Trovala tu, allora, la persona degna di aprire ‘a cascia, così facimme cuntento ‘o Principe e sta storia fernisce! Sempre che ‘a cascia esista e si trovi!”.
“Luì, questo lo posso fare, qualcuno lo conosco, mi guarderò in giro, indagherò e ti farò sapere...”.
“Grazie Genna’...un ultimo favore...”
“Dimmi”
“Ti chiedo di prenderti ora la scatola con la chiave, così appena trovi la persona adatta gliela dai subito”.
“Né Luì, ho l’impressione che sta buatta te stesse abbruciando ‘e mane, è overo?”
“Sì, Genna’ nun a posse cchiù verè!”
“ Va bbuono Lui’, dammella, accussì nun ce pienze cchiù!”
Luigi si allontana pochi istanti e torna con la scatola, l’apre e Gennaro può vedere la grossa chiave di fattura antica, poggiata su un pezzo di velluto nero, che mostra anch’esso i segni del tempo.
“Luigi dammi una busta del negozio, una scatola delle scarpe ed un po’ di carta per imbottirla che ci mettiamo dentro questo prezioso scrigno”.
“Genna’ nun pazzià...sto scrigno come lo chiami tu appartiene alla mia famiglia da quasi due secoli e mezzo e poi cu ‘o Principe io non scherzerei troppo!”
“Ave raggione Luì, scusa, ma è ‘na storia accussì fantasiosa...”.

Sistemata la scatola Gennaro esce dalla porta del laboratorio che da nell’androne del palazzo.
Mentre si reca a casa, nell’ordinaria confusione di Napoli, non può fare a meno di ripensare a tutta la storia ed alla sua stranezza e soprattutto alla strana coincidenza della sua recente discussione con Ciro, riguardante proprio il principe di San Severo e la sua Cappella.
“Quasi fosse una premonizione!” Pronuncia sorridendo a voce alta.


Il giorno dopo Gennaro, dopo aver fatto molte considerazioni sulla storia di Luigi, torna al negozio, nella speranza di avere altre informazioni, per le quali si è preparato delle domande.
Appena voltato l’angolo della strada in cui c’è il negozio, Ciro vede una gran quantità di persone in mezzo alla strada e diverse auto dei Carabinieri...
“Ch’è succiesso?” Chiede al primo che incontra.
“Hanno ammazzato Luigi ‘o scarparo, into a puteca”.
“Maronna mia e pecché?”
“Paresse durante ‘na rapina”
“Ho Gesù, Luigi, Luigi!”
Gennaro corre verso il negozio, ma nessuno può superare il cordone dei carabinieri. Si guarda intorno e riconosce il suo amico carabiniere e lo chiama:
“Alfò, Alfò, vutate, so’ io, Gennaro!”
Alfonso De Simone, maresciallo di prima classe dell’arma, si gira, riconosce l’amico, si avvicina e lo fa passare.
“E tu che ce fai cà!” Gli dice salutandolo
“Mò t’o dico. Ma dimme prima di Luigi. Overo è muorte?”
“Sì, una rapina andata male, forse ha reagito e il balordo o i balordi l’hanno accise a mazzate!”
“Tu o conoscevi?”
“Ieri siamo stati insieme un paio d’ore...m’aveva chiamato lui, per parlare”.
“Overo, t’ha chiamato lui...per parlare...”. De Simone lo prende sottobraccio e:
“Trasimme into a puteca, tanto il cadavere è già stato rimosso, ci mettiamo da una parte per non intralciare i rilievi e mi parli di Scarpetta e del perché ieri ti ha cercato. Ora chiamo anche il tenente Tavaro, titolare dell’indagine, vediamo se ci puoi dare qualche informazione interessante”.

Il maresciallo torna poco dopo in compagnia del Tenente, un giovane aitante e molto compreso del suo ruolo.

“Sig. tenente, questo signore è Gennaro Platone, un amico che conosco da molti anni. Egli è ...era amico anche della vittima. Proprio ieri è venuto qua, nel negozio, perché lo Scarpetta voleva parlargli, con una certa urgenza, mi sembra di aver capito, vero Ciro, di una cosa importante”.
“Sì, vero Alfonso e la sua premura mi è sembrata strana, anche se penso che il colloquio di ieri non abbia nulla a che fare con l’omicidio avvenuto in seguito alla rapina”.
“Questo lo lasci decidere a noi sig. Platone. In un caso d’omicidio qualsiasi fatto, anche minimo, potrebbe avere la sua importanza...e poi non è detto che ci troviamo di fronte ad una rapina, anche se ne ha tutta l’aria!” Replica il tenente non senza un po’ di prosopopea che indispettisce Gennaro.
“Allora signor tenente se lei mi aggiorna è probabile che io riesca anche ad essere più utile per le indagini. Oltretutto, Luigi era...un amico di vecchia data e ci frequentavamo spesso e se c’è qualcosa che lei sa più di quanto non mi ha detto il maresciallo De Simone, la prego di dirmela! Grazie!” La risposta decisa di Gennaro ha colpito l’ufficiale, abituato a gestire le indagini con piglio deciso e con persone sempre remissive dinnanzi a sé.
“Certo, ha ragione. La informo subito sullo stato delle indagini, a poche ore dal delitto che è avvenuto all’apertura del negozio”. Risponde con tono più colloquiale l’ufficiale.
“Quello che in un primo momento ci era sembrata una rapina finita male per la reazione del rapinato, ora non ci convince più molto. L’ambiente dove è avvenuto il delitto è sottosopra, non solo per la colluttazione, ma anche perché il o i rapinatori hanno cercato di rubare tutto quello che potevano, mettendo a soqquadro tutto, ma nel corso del minuzioso sopralluogo che abbiamo effettuato abbiamo trovato oggetti di valore ed anche del denaro in un cassetto, che a dei rapinatori veri non sarebbero sfuggiti. Il che ci fa propendere per una messa in scena successiva alla morte, forse non voluta ed imprevista, causata dallo choc. Questo sarà l’autopsia a stabilirlo con certezza”.
L’ufficiale si ferma un attimo, poi aggiunge:
“Io ho la netta sensazione che cercassero qualche altra cosa e che per farsela dare abbiano malmenato lo Scarpetta...che poi è morto senza dirgli dove si trova. Quindi hanno buttato tutto all’aria per cercarla finché son dovuti scappare da quella porta sull’androne del palazzo, quando sono giunti i due commessi del negozio... come si chiamano maresciallo?”
“Giuseppe Alfano e Concetta Scaramella, il primo lavora nel negozio da poco tempo e coadiuva la signora Concetta che lavora con Scarpetta, da tanti anni...”.
“Ecco, signor Platone questo è quanto, credo che lei sia soddisfatto. Ora mi dica di cosa avete parlato ieri lei e Scarpetta”.
“Farò di più signor tenente, forse ho la chiave per arrivare all’assassino. Mentre lei mi esprimeva i suoi dubbi su come sono andate le cose, mi si è accesa come una lucetta nella mia mente, peraltro abituata a ragionare, dilettandomi io di filosofia...”. Appena detto ciò De Simone gli lancia un’occhiata fulminante, ben conoscendo le sue qualità filosofiche.
“Ehm, dicevo sig. Tenente che forse il bandolo sta proprio nel colloquio che ho avuto ieri con Luigi”.
In pochi minuti Gennaro riferisce sulla conversazione avuta, senza tralasciar nulla, tranne il particolare che Luigi gli aveva consegnata la scatola con la chiave. Questo glielo doveva in segno di rispetto e di ringraziamento per la fiducia che in lui aveva riposto.
Nel riferire il colloquio con Luigi aveva evidenziato che, ad un certo punto, lui si era alzato ed aveva trovato Giuseppe dietro la porta sita tra il laboratorio ed il retro del negozio, senza che fosse in grado di giustificare cosa vi stesse facendo.
“Ecco, signor tenente, io sono sicuro che abbia ascoltato tutto sulla chiave, sul principe e sull’importanza della cassa che essa dovrebbe aprire, che Luigi aveva ipotizzato essere di gran valore dicendo che, forse, insieme alle altre carte c’era anche la formula della pietra filosofale!”
L’ufficiale rimane interdetto, ma continua ad ascoltare.
“Luigi mi ha detto che Giuseppe non è tanto sveglio, ma non credo che sia tanto stupido da non capire che stava parlando seriamente e di una cosa preziosa”.
“Secondo lei, allora sarebbe stato Giuseppe?” Domanda incalzando il tenente.
“No, non dico questo, ma indirettamente e senza volerlo può esserne stato la causa”.
“E come ?” Dice il Maresciallo.
“Luigi, quando mi ha detto che il ragazzo non è sveglio e che gli doveva sempre stare dietro, gli ho chiesto il perché non lo mandasse via ed assumesse uno più valido. Volete sapere come mi ha risposto?” Domanda compiaciuto Gennaro lasciando la domanda in sospeso, tant’è che:
“Certo che lo vogliamo sapere”. Dice il maresciallo, all’unisono con il suo superiore.
“Jamme, fernisce e cuntà”. Fa il sottufficiale, abbandonando, per un momento, la sua compostezza e l’italiano.
“Luigi mi ha detto che Giuseppe gli è stato “raccomandato”, voi mi capite, dalla famiglia Abbate e che non poteva far altro che tenerselo e sopportare!”
“La famiglia Abbate”. Ripete il maresciallo. “Signor tenente la famiglia Abbate!”
“Ho capito marescià, ho capito!” Risponde piccato l’ufficiale.
“Quindi, lei sig. Gennaro mi sta suggerendo che il responsabile di quest’omicidio lo dobbiamo cercare nel clan degli Abbate, ad uno dei quali Giuseppe avrebbe riferito quello che Scarpetta ha detto a lei!”
“Sissignore, signor tenente, propre accussì!”
“Ma, questa chiave non siamo sicuri se l’hanno trovata o no!”
“Non l’hanno trovata, non era qui e Luigi non mi ha detto dove si trova, mi ha detto solo che prima o poi l’avrebbe data a me, perché solo di me si fidava”.
“Sig. Platone, la ringrazio tanto, lei ci è stato molto utile, ora le nostre indagini possono prendere una direzione precisa. Può anche andare, ma si tenga a disposizione. Arrivederci.”
“Tutto d’un piezzo u giuvinotto, né Alfò?”
“Sì Genna’, ma è nu bravo ufficiale, che sape o fatto suio!”
“Ce verimme Alfò. Famme sapè si c’è quaccosa di nuovo”.
“Statte buono Genna’, ca te tengo nfurmato! Ciao”.

Edited by - memius on 22 Mar 2007 17:01:48

n/a
deleted

6865 Posts

Posted - 15 Mar 2007 :  01:18:56  Show Profile  Reply with Quote

Bello Sergio, un'altra bella storia con i tuoi
personaggi napolitani

La donna ha l'età del cuore ~ l'uomo quello del giudizio...


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Ce lia
Autore

2770 Posts

Posted - 17 Mar 2007 :  18:49:28  Show Profile  Reply with Quote
Manca sempre e solo Socrate!
Ce


Alcuni dicono che quando è detta, la parola muore.
Io dico invece che proprio quel giorno comincia a vivere.
(Emily Dickinson)
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