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 38a. Feel Angels - Romanzo
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Thanatodes
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Italy
147 Posts

Posted - 09 Sep 2007 :  19:52:57  Show Profile  Reply with Quote
Feel Angels

di Thanatodes



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Nota dell'autore
Ehi salve! Così è giunto il momento di condividere con voi il mio primo libro, che ho scritto quando avevo 14 anni. Spero che non vi annoi, che non risulti banale.... Se sarà così, l'età mi giustificherà!...
Lo divido in tanti pezzettini, contenti?? Così nessuno si lamenta!!!!
Attenzione: NON è un romanzo di fantascienza. Non voglio fare una critica complessa di un'opera che forse così complessa non lo è... Nel mio libro si insinua un significato a cui tengo particolarmente, e non credo sia superficiale nè scontato. Se avete voglia, cercate di riflettere su ciò che ho cercato di trasmettere quando avete finito di leggerlo; mi auguro fortemente che il mio modo di scrivere non debba sottoporsi a una troppo grande evoluzione per poter essere chiara, e che, onde evitare di salvare il lettore da qualunque sforzo mentale, non si riveli essere troppo chiaro.







Prima parte


15 marzo 2038

Bestiame…
Più la guardo e più riesce a disgustarmi. Gente… la maggiore offesa esistente alla Creazione. Cosa c’è dietro questo orribile e volgare ammasso di corpi, ognuno con la sua miserabile vita, che trascorre scegliendo cosa mettersi al mattino o cercando un modo per passare il tempo libero?
Non sono altro che bestiame, involucri, pezzi di carne che camminano e tingendo la loro vita insipida con colori vacui, come i passatempi e il divertimento, si dirigono senza mai pensarci un solo attimo al grande macello al quale tutti siamo destinati a finire. Morire, spirare… La miglior cosa che riescano a compiere è finire in una tomba, di qualsiasi tipo sia stata la loro vita, qualsiasi scempio abbiano compiuto, quale che sia il numero di vite che abbiano cancellato o i soldi che siano riusciti a rubare; scappano, fuggono, se ne vanno, abbandonando ogni cosa alle loro vigliacche spalle.
È proprio questa la cosa che riesce a salvarli, a fuggire dall’enorme castigo che li cinge: la Morte. Morire è la loro salvezza, la loro ultima carta.
È per questo che nessuno merita di morire, no, nessuno merita un tale privilegio, in quanto nella cassa ogni pena termina.
Ne hanno invaso un altro, proprio l’altro giorno: l’ameno e florido pianeta Maragon è divenuto un’altra vessata colonia terrestre.
Perché, sciocchi?! Perché continuate questo? Perché nulla vi basta mai? Alla stregua dei parassiti, non sapete che invadere le zone dove non siete ancora arrivati. Un’ infezione, una pestilenza! ecco cos’è l’umanità, un germe, un’ epidemia per questo Universo. L’unica funzione di questo virus è contagiare, diffondersi, senza mai fermarsi... Non sono che il terreno, che le risorse, che il potere a spronare tutte le guerre che desiderano compiere.
Non hanno dimenticato come si costruiscono le armi, non hanno dimenticato come si fa un genocidio di una intera razza aliena, non hanno dimenticato come si fa a invadere una stella.
Solo una cosa è passata loro di mente: il Cuore. Molto bello sarebbe rubare quel poco di esso che rimane nei loro inutili petti, perché ne percepissero l’importanza… Sarebbe assai piacevole poter vederli soffrire tutti insieme, all’unisono, vederli soffrire e lamentarsi come un’immensa, squallida orchestra per l’immenso requiem dell’umanità...


I

L’anno declinava verso marzo, tingendosi di sfumature variegate ed insolite, trascinando con sé un gelo ritardatario; quasi a creare un’illusione nella mente della gente, come a convincerla che il “peggio” fosse passato.
Ruth attendeva alla fermata, sopportando il freddo leggero. L’autobus tardava.
Osservava il tubo di viaggio, trasparente e sottile, dal quale il mezzo sarebbe arrivato fluttuando. Voltandosi a sinistra, poteva ben vedere il percorso del condotto che proseguiva a lungo attraverso le alte cime dei grattacieli, all’interno di alcuni dei quali erano situate le altre fermate. Aguzzando la vista, Ruth poté scorgere un candore familiare che sventolava: quello della giacca della sua amica, che all’interno dell’enorme costruzione di ferro a forma ovale che si ergeva imponente trenta metri circa più avanti dominando la città, attendeva il bus dinanzi al tubo trasparente, simile ad una lunghissima serpe attorcigliata attorno alle costruzioni.
Gli occhi viola di Ruth si volsero verso l’autobus, giunto silenzioso come sempre. Con un breve fischio e uno sbuffo di vapore, il corridoio trasparente s’aperse, e la turba di persone dirette al proprio dovere entrò. Poi si chiuse, e la vettura iniziò a scorrervi.
Superato l’edificio dove aveva atteso, Ruth poté finalmente osservare lo spettacolo che sempre l’aveva affascinata: la città, una ragnatela di strade, vie, macchine volanti e non, grattacieli, palazzi, enormi costruzioni, tutto si estendeva per una grandezza spropositata, ospitando migliaia e migliaia di puntini colorati, le persone, che costituivano un immenso, frenetico brulicare.
Mentre i raggi sfioravano il suo giovane viso, Ruth sorrise dolcemente. Gli immensi cartelloni pubblicitari, che galleggiavano in aria e ripetevano i soliti spot, l’intrecciarsi complesso dei percorsi trasparenti dei mezzi pubblici che perforavano i palazzi, e tante altre cose ancora costituivano per lei uno spettacolo affascinante e fu per questo che si rese conto, per l’ennesima volta, di quanto fosse sciocca a considerare tutto questo in tal modo.
Non aveva mai capito il perché, ma nelle creazioni del genere umano trovava qualcosa di immenso e poetico.
“Ciao Ruth…” Elise era entrata nel mezzo senza che lei se ne accorgesse. Aveva accompagnato il suo saluto con uno sbadiglio. Conservava sotto gli occhi simili a gemme degli aloni scuri di stanchezza.
“Ciao.” Si baciarono sulle guance.“Tu hai studiato storia? Io non ricordo niente…” “Non è difficile”, disse Ruth “devi solo ricordarti chi vince e chi perde.” “Non è così facile…” Si portò indietro i suoi ricci capelli biondi “Odio la Terza Guerra Mondiale!”
L’autobus attraversava la città, veloce e silenzioso. “Se solo le nazioni di un tempo avessero imparato ad andare d’amore e d’accordo, non dovremmo ripercorrere le loro violente azioni!” Era chiaro che ad Elise la storia proprio non piaceva. Ma Ruth la ammonì: “Perché, oggi la razza umana è forse divenuta più docile? Non mi risulta che il nostro comportamento sia differente da tanti anni fa.” Elise la guardò incuriosita. “Quando l’umanità si accorse di non avere abbastanza spazio, se ne cercò altro… nello spazio, appunto…” Elise le sorrise, ma lei continuò: “Ne hanno preso un altro, hai sentito?” “Sì, che ho sentito. Allora?” “Allora Silfer, quel povero pianeta del settore K59, era abitato da esseri tranquilli, e avrebbero continuato ad esserlo se non li avessimo sterminati.” “Forse hai ragione, Ruth… Tuttavia se vogliamo sussistere nell’Universo dovremo pigliare dei mezzi da qualche parte.” “Ma non a scapito degli altri pianeti. Quando, quando finiremo di espanderci? Se davvero l’Universo è infinito, cosa abbiamo in mente, di conquistarlo tutto?” “Ecco, ricomincia con il suo fatalismo…” Cadde un silenzio teso ma ammortizzato dal sonno che teneva le due amiche ancora intontite. Ruth aggiunse dopo un po’: “La realtà è… che secondo me… tutto deve finire prima o poi. Ogni cosa che ha un inizio ha anche una fine, in natura. L’umanità fa parte della natura?” Elise la prese affettuosamente in giro: “Vedi, mia povera Ruth, amica mia, esistono tante cose ingiuste su questo pianeta… Per esempio, la guerra fa parte della natura? No. I file di storia fanno parte della natura? No. Eppure noi dobbiamo studiare tutte le guerre che l’umanità, questo meccanismo che non vuole avere fine, ha compiuto nel passato.” “Oh, finiscila….!” Ruth sorrise, i suoi occhi s’illuminarono.
Scesero. Un tiepido sole scaldò le loro gote, investendole con una delicatezza quasi gennaina. “Quando arriva l’estate? Uffa!” Elise si lamentava.
L’autobus le aveva lasciate sulla cima di un palazzo ed aveva proseguito la sua corsa nel tubo trasparente, con un breve fischio. Salirono sull’ascensore, una grande pedana di metallo che in breve s’empì d’almeno una trentina di persone. Studenti, impiegati, vecchi, giovani… Tutti con il volto visibilmente ancora legato al torpore delle coperte e al sonno che in esse avrebbero volentieri proseguito. Che stanchezza! Ruth sì sentì bene all’idea che non mancava molto alla fine della scuola. I suoi diciassette anni l’avrebbero portata, nell’anno successivo, al secondo anno di liceo, e ciò la entusiasmava.
“Mi piacerebbe visitare un altro pianeta un giorno. Sai che bello? Pensa a Marte, il pianeta rosso… Là si fa fatica a camminare e il paesaggio sembra un… come si chiama…” “Canyon?” “Esatto! Un grande canyon, dove non esistono palazzi alti fino al cielo, dove i fumi tossici non oscurano l’aria, dove le uniche compagnie sono le nubi di zolfo…” Ruth la guardava divertita. “Perché non ti piace la vita normale?” “Perché è noiosa…” “No, te lo dico io perché: perché non sei normale tu!” “Già, già… Come se a te non piacerebbe vivere in un bel posto come quello… O magari in fondo al mare, sì! Una bella casa a tu per tu con i pesci… E ti porteresti qualcuno, eh? Sappiamo chi…” “No, ancora, finiscila!” Ruth divenne rossa come una fiamma. “Com’è romantico!…” “Dai, Elise, perché fai sempre la scema?” “E darsi un lungo bacio, laggiù, ad un chilometro di profondità, immersi nel blu dell’oceano!...”
Elise congiunse le mani e portò gli occhi al cielo, imitando le sdolcinatezze degli innamorati, mentre scendevano dalla pedana che velocemente le aveva portate a terra, attraversando circa una trentina di piani del palazzo.
“Ti ho detto di smetterla, accidenti!” “Dai, tesoro, puoi anche smetterla di fingere… Non ti sei mai vista quando lo guardi: altro che pianeta rosso! Oh, eccolo!...” “Non farmi fare brutte figure!…”
Un ragazzo alto, dai capelli color sabbia, vide le due ragazze e si avvicinò. “Ciao!” “Ciao, Mick! Ti trovo bene!” Elise era la più intraprendente. Era palese che lo faceva apposta perché lei si facesse avanti. Di consueto, Ruth era diventata rossa fino alla punta delle orecchie. “Grazie, anche voi siete molto carine!” Elise sussurrò nell’orecchio vermiglio di Ruth: “Ha detto che sei molto carina!” “Lo ha detto anche a te!” le rispose, infastidita. “Mi chiedevo se…” esordì Mick. “Sì, cosa?” Ruth sentiva le viscere ribaltarsi. “Volevo chiedere, ecco...” anche lui era imbarazzato. “Se ti va di uscire, qualche volta, così.. magari per andare al cinema insieme…”
L’effetto fu devastante. Il cuore aveva raggiunto un’ immensa velocità quando aveva visto il volto del ragazzo compresso nello sforzo di chiedere qualcosa d’importante.
Tuttavia, il muscolo si spezzò quando Ruth scoprì che ciò che Mick era riuscito a dire non era rivolto a lei.
Elise, dal suo canto, aveva perso ogni traccia d’allegrezza sul suo viso. Era evidente che ci era rimasta pessimamente per la sua amica. “Ehm… Io non so…” Seguirono istanti saturi di rammaricato imbarazzo ed era Elise il centro della scena, l’elemento che lo scaturiva. La gente passava, frettolosa, guardando per terra o parlando con chi l’accompagnava. Ma intorno ai tre ragazzi non esisteva più nulla che li turbasse.
Mick era immobile, incantato dalla persona sbagliata, attendente una risposta. “Ci penserò, va bene?” riuscì a dire Elise, il cui volto si era acceso. “Allora… va bene! Ciao.” Mick si allontanò, sulla strada illuminata dalle prime luci del mattino.
Ruth proseguì verso la scuola, visibilmente dispiaciuta ed irritata. “Oh, Ruth, mi dispiace! Ti prego… Non lo sapevo! Non fare così…” “Potevi evitare di metterti così in mostra. <<Ti trovo bene!>>” scimmiottò la ragazza offesa. “Lo facevo per farti ingelosire.” “Ah, ci sei riuscita benissimo! Così bene che me l’hai fregato proprio davanti ai miei occhi!...” Elise abbassò lo sguardo, avvilita. “Non lo avrei mai fatto, mi dispiace…” Lei rifletté un attimo. Il suo volto si rasserenò: “Non importa, okay? Non per lui. Non so se ne vale la pena…” Sorrisero. “E comunque una persona con un gusto così scarso non poteva fare per me…” Elise si limitò a non dire nulla; forse lo meritava.
Il bagno di persone proseguiva: sulle strade, sui passaggi… Le zone adibite ai pedoni non erano che passerelle, ponti sottili e sinuosi, che parevano fragili e sul punto di rompersi al solo guardarli. Ma le strutture rimanevano in piedi, nonostante il gremire che scorreva loro di sopra. Ponticelli, intorno ai quali invisibili barriere permettevano di non cadere.
Il traffico di mezzi occupava lo spazio restante. Le auto, dalla forma aerodinamica e finestrini neri o a specchio, creavano al loro rapidissimo passaggio un breve baluginare. Quelle più vecchie, ancora legate al rudimentale asfalto delle strade, sfrecciavano su cuscinetti d’aria seguendo un prestabilito percorso; alcune più moderne, invece, solcavano il cielo facendo vibrare l’aria.
Nel complesso, i mezzi parevano una colonia di numerosi insetti colorati, frettolosamente dediti ai loro compiti.
Nulla era fuori posto, nulla stava immobile. La città, in quelle giovani ore del mattino, e tale sarebbe rimasta per tutte quelle più vecchie, seguiva scrupolosamente il suo rigido programma, che la ordinava in modo perfetto e permetteva ch’ogni cosa seguisse la consuetudine.
Di quest’ultima facevano parte le due ragazze che, spensierate, si dirigevano a scuola attraverso il ristretto mondo pedonale. Ruth disse: “Sono le 07.50: meno tre, due, uno…” Da una specie di antenna collocata sulla sommità di un grattacielo dalle migliaia di finestre partirono, alla rinfusa, almeno cinque immagini luminose, grandi ognuna più o meno come un’automobile.
Quelle insolite immagini, simili a spettri, scesero lungo tutto il grattacielo e giunsero fluttuando in mezzo ai ponti pedonali. Rappresentavano delle buffe imitazioni, o per meglio dire delle caricature, di fantasmi dalle vesti svolazzanti.
Nel frattempo, dall’antenna che li aveva partoriti, si levarono una musica ed una canzoncina; il solito jingle: “Compra anche tu da Clothmega, la bellezza che ci lega!... Per vestirsi è il migliore, di tessuti, capi e colore!...” Quindi una voce suadente aggiungeva: “Clothmega!: la nuova, fantastica, innovativa catena di negozi d’abbigliamento! Vienici a trovare dal lunedì al sabato, escluso i festivi! Clothmega: bello… da far paura!”
Gli ologrammi, da fantasmi, divennero signori ben vestiti e dall’aria simpatica. Alcune persone attraversarono, chi noncurante dello spot, chi divertito, le immagini diafane che venivano loro incontro. Anche qualche macchina ne attraversò qualcuna. “Cosa non si inventerebbero per un po’ di pubblicità…” “Già…” commentarono le due amiche: consuetudine.
Giunsero in vista del loro istituto, la cui costruzione si ergeva imponente in una zona, per così dire, <<povera>> di edifici; ciò metteva ancora più in risalto il sua particolare aspetto.
Esso consisteva in un palazzo relativamente basso, circa 1230 metri, che aveva la forma di un’enorme siluro dalla punta molto acuta. Secondo le voci di qualche studente un po’ intraprendente erano stati rinvenuti dei documenti vecchi di qualche decennio che attestavano che inizialmente la struttura era un vero e proprio missile stellare, che avrebbe dovuto essere spedito verso il pianeta Qort, abitato da un essere vegetale parassita, cancellando così il pericolo che quest’ultimo si diffondesse. Ma in seguito il vegetale si era estinto spontaneamente; dunque la colossale arma di distruzione era stata adibita ad edificio scolastico.
Tuttavia, Ruth ed Elise lo sapevano, era molto difficile che fossero riusciti a svuotare il colosso da tutto il materiale velenoso che conteneva per piazzarci delle stanze. La teoria rimaneva comunque affascinante.
Il <<siluro>>, ad ogni modo, non aveva l’aspetto vero e proprio dell’appellativo che si era guadagnato. La sua superficie era un complesso intrecciarsi di uno scheletro di metallo giallo, importato dal settore Z48. Lo scheletro proseguiva, su su fino alla sommità. Attraverso la fitta trama di sbarre di metallo si intravedevano delle porte, i percorsi degli ascensori, del movimento.
L’entrata era molto grande, per permettere alla turba di studenti di penetrarvi; un grande portale di luce azzurra, alto almeno otto metri, che riconosceva le persone che l’attraversavano. I non iscritti o non docenti o non facenti parte in alcun modo del corpo della scuola bisognavano di un permesso.
All’istituto era iscritto il grosso dei ragazzi di Londra.
“Tranquilla!” disse Ruth. “Non ti interrogherà, ne sono certa.” “Ecco. Quando dici così io… mi spavento.” “La Terza Guerra Mondiale è una bazzecola; la cosa più importante che ti devi ricordare è che è la fine del mondo fino ad allora conosciuto. Distruzione… La distruzione è la cosa più importante, insomma.”
Entrarono.
Superarono lo schermo azzurrino, quindi si diressero verso gli ascensori. Accanto alle porte, i fori di riconoscimento lampeggiavano. “Non è l’interrogazione vera e propria che mi spaventa” disse Elise mentre inseriva la mano in un foro. “Sono le date. Quelle non me le ricordo.” Dopo un piccolo rumore elettronico, il nome di Elise si materializzò in un ologramma, apparso sulla porta stessa dell’ascensore; il nome era contornato dagli altri dati anagrafici e da una sua piccola foto.
Anche a Ruth venne dato il permesso di entrare, quindi varcarono le porte passandoci attraverso.
“Quando iniziò la Guerra?” continuava Ruth. Dopo qualche istante di riflessione Elise rispose: “Nel ‘38?” “Nel ‘39… E quando finì?” “Nel ‘60.” “Bene!”
Le due amiche sfiorarono le sfere situate nella cabina dell’ascensore, sospese a mezz’aria, grandi come una palla da basket. Spero di non prendere nuovamente la scossa.
Arrivarono dunque al loro piano, sotto forma di impulso elettrico. Appena materializzate, le due ragazze proseguirono attraverso il piano, facendo qualche svolta. “Ciao, Spike!” “Ciao, Elise. Come sei carina!” Elise fece un sorriso malizioso al ragazzo che l’aveva salutata. “Accidenti, li attiri come il miele attira gli orsi. Quando ti stancherai?” disse Ruth seria. “Quando incontrerò un orsacchiotto che mi faccia stare tanto bene!” rispose lasciva. “Oppure quando riuscirai ad attirarne uno tu. E ci vorrà un bel po’…” “Perché, credi di essere tanto più carina di me?” disse Ruth irritata. E guardandola capì che in effetti la sua amica era molto bella. Il suo volto era proporzionato, aveva un naso perfetto e un tenue rossore in prossimità delle gote. Tuttavia erano i suoi occhi la prima cosa che si notava: sembrava ch’essi brillassero di una luce spontanea, come pietre preziose, e tale luce si notava maggiormente quando la ragazza si accendeva in un sorriso dai denti bianchissimi. I suoi ricci sono fantastici. Come fa a tenerli così?
Sì, Elise era effettivamente più attraente di lei. Ma lei non lo era affatto?
L’amica diede risposta: “La realtà, Ruth, è che a te dei maschietti non interessa nulla.” “Sono davvero così importanti?” “Non lo sono? È ora di andare a farti sciogliere il voto di castità, Ruth, impara a divertirti!” e mentre parlava salutava in giro. “Non credo che sia così divertente. Hai mai pensato che potresti sentirti usata?” “Mi hanno sempre usata, se è per questo.” Ruth rimase in silenzio. “Proprio per questo ho capito: se loro usano te perché sei carina e poi ti mollano, tu usa loro e poi mollali. C’è un antichissimo detto, non so bene in che lingua, che dice: carpe diem! Sono solo maschi, Ruth, che cosa vuoi fare con un maschio che non riguardi divertirsi? Hai capito, vero, divertirsi…?” e la prese a piccole gomitate sul ventre. Non la sopporto. “Ho capito, non sono ritardata! Secondo te è tutto qui? Voglio dire… Non esiste niente oltre a questo?...” Elise fece una bella giravolta e le si parò davanti, quindi proseguì all’indietro. “Ah!, per quello c’è tempo, tempo, tempo!”
Ruth levò gli occhi al cielo.
Dal canto suo, Ruth non si giudicava affatto incapace di piacere a qualcuno. Lo capiva, guardandosi allo specchio. Solo qualche brufoletto tradiva il suo volto liscio, fine, garbato; una bellezza diversa da quella di Elise, capace quindi di suscitare sensazioni differenti e che forse poteva essere compresa a fondo solo da un pubblico di ragazzi differenti da quelli che sbavavano dietro la sua amica, la quale, ogniqualvolta passava loro accanto, veniva esaminata cento volte ai raggi X dai loro avidi occhi.
Entrarono. “Poi devo spiegarti un paio di cose…” disse Elise, la cui allegrezza era stata cancellata dalla tensione per l’interrogazione incombente.
L’aula era sferica. Sul soffitto curvo era distinguibile la mappa dell’Universo fino ad allora conosciuto, con tanto di traiettorie planetarie tracciate con linee bianche. Erano presenti tutte le stelle ed ogni tanto qualcuna si spegneva. Microscopi, dischi, computer, persino qualche libro stavano sopra un grande tavolo circolare di metallo che stava intorno all’aula.
Ruth prese posto. I banchi erano disposti secondo cinque file di cinque posti ciascuno. Lei era in prima fila.
Dinanzi a lei stava la cattedra, rialzata, forse per incutere timore agli studenti. Installata su di essa v’era la consolle di controllo.
Ruth diede un occhiata al suo computer di posto. Ah, bene, in storia ho il voto. Mi manca scienze… Quasi quasi vado a recupero domani. A che ora era?...
Mentre controllava ciò che le serviva, il professore entrò.
In mano aveva il solito computer personale, grande poco più di un portafogli. La sua grigia capigliatura appariva leggermente spettinata. “Buongiorno, ragazzi…” bofonchiò. Salì la breve scalinata, si mise a sedere, si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi. Qualcuno sussurrò pigramente a Ruth: “Si preannuncia una lezione avvincente…” Lei sorrise.
“Allora, controlliamo le assenze…” Guardò sullo schermo della sua consolle. Pronunciò i nomi dei ragazzi che effettivamente mancavano e aggiunse: “Giusto?” La classe annuì.
“Bene,” continuò il professore annoiato “la Terza Guerra Mondiale. Chi posso sentire oggi?” Premette un tasto della sua consolle. La lista dei nomi dei ragazzi della classe apparvero in un ologramma di uno schermo azzurrino, apparso a sua volta sopra la cattedra. Li scorse, evidenziandoli, con un pennino nero. “Allora, allora…” La tensione si poteva direttamente respirare tra i banchi, dove i ragazzi speravano di non essere chiamati: incrociavano le dita, giocherellavano con gli oggetti, mandavano anatemi ai compagni più antipatici. Finalmente il verdetto giunse alle loro orecchie e la tensione che saturava i loro occhi si tramutò in un sereno sollievo che inondò l’aula sotto forma di un lungo sospiro, che non raggiunse ovviamente la persona chiamata.
Al nome “Wave” Elise aveva fatto cadere la testa sul banco. “Allora, Wave? Cosa c’è, non hai studiato?” chiese il professore dall’aria serafica. “Sì, prof, certo che ho studiato!” disse lei imbarazzata. E si diresse verso la cattedra.
Giunta dinanzi ad essa, sotto i suoi piedi apparve il solito, intimidente cerchio luminoso. La pedana si alzò, ed Elise venne trasportata al cospetto del professore.
“Bene, allora, Wave, cominciamo…” Elise era visibilmente preoccupata.
Lanciò a Ruth uno sguardo che cercava appoggio.

Edited by - memius on 14 Jan 2008 10:04:11
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