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 37a. Il Silenzio della Nebbia - Romanzo
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Luca Iaco
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416 Posts

Posted - 12 Sep 2007 :  10:30:37  Show Profile  Reply with Quote
Il silenzio della nebbia

di Pleura


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“Nello spazio lunare
Pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
Il cigolio dei lumi
Improvvisa perduti e beati
Villaggi di sonno

Come un tepore troveranno l’alba
Gli zingari di neve,
Come un tepore sotto l’ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo
Ricorda che fu d’erba una pianura.”
A. Gatto



Il silenzio della nebbia


L’alba spariva dietro il mattino incombente. Il sole luccicava sulle mie pupille assonnate, bagnate dalle lacrime del mattino. Avevo sognato tutta la notte, danzando dentro un cerchio di fuoco, udendo suoni lontani e sommerso da ombre e luci. Mi alzai, la mente confusa, stropicciata da undici anni di confusi pensieri, idee sconnesse, intricate immagini e silenzi infiniti…
Uscii di casa quasi correndo, il freddo del mattino che sbatteva sul mio volto. Non uscivo di casa da anni. Non comunicavo con il mondo d’altrettanto tempo. Solo i miei pensieri mi facevano compagnia.
Uscii sperando che tutto fosse finito, così come il tempo, che scorre sempre, infermabile, onnipotente sopra i nostri pensieri… il vento era di un freddo insostenibile, ghiacciava il mio cuore, la mia mente, balzava sul mio corpo. Cercai di coprirmi più che potei, senza però riuscirci.
Incontrai la prima persona dopo tanto tempo. Era un vecchio, le spalle inarcate, i capelli bianchi e pochi. Guardava per terra e non mi prestò attenzione. Al suo passaggio mi fermai e ripresi a camminare solo quando svoltò l’angolo, sentendosi sempre più addosso una sensazione spiacevole, di essere osservato- e come essere osservato, con questi miei occhi increduli, immemori di un volto umano che non fosse il mio!
Mi chiedevo perché fossi uscito, così, velocemente, senza pensarci molto, dal mio lungo letargo.
D’un tratto mi accorsi che i miei vestiti erano sporchi di polvere, di tempo, di odori vuoti, chiusi. Odoravano di abbandono, di nebbia dietro l’angolo.
Forse qualcosa mi aveva chiamato dai miei cupi sogni? Era stata un’azione improvvisa e priva di logica. Mi ero alzato, vestito, lavato e uscito di casa come se avessi fatto quelle azioni solo il giorno precedente… cos’era successo dentro la mia mente? Quale meccanismo era scattato?
Mi portai a presso tutte queste domande finchè non incontrai il secondo essere umano. Una bambina. Perché una bambina a quell’ora? Anche stavolta mi fermai, la scrutai, la penetrai con i miei vacui occhi spenti. La bambina non mi notò, né accelerò il suo passo.
Faceva freddo.
Perché non riuscivo a scaldarmi?
Cos’era che mi gelava il cuore?
Cos’era quel ghiaccio che mi accarezzava l’anima di brividi?
Con questi miei occhi increduli, immemori di un volto umano che non fosse il mio!
La strada sembrava non portare da nessuna parte e non ne aveva assolutamente intenzione. Era lunga, dritta e distante, la fine era un puntino infinito di marciapiede grigio.
Le mani in tasca, il volto coperto il più possibile dal mio cappotto odorante di muffa e di armadio e di silenzi.
Avanzai, la mia ombra angosciante.

Si fece notte al calare del sole dietro montagne nere. E così non vidi più nulla, un sipario si abbassò, coprendomi, ad ogni lato, in ogni punto. Non riuscivo neanche più a scorgere le mie mani, sentivo solo il ritmo dei miei passi.

Ero stanco.

Andai dritto, con i miei pensieri, con la mia mente. Mi conduceva lei, mi faceva da guida. Svoltavo, acceleravo d’un tratto il passo, rabbrividendo; camminavo, talvolta coprendomi il naso per riscaldarlo con le mie mani, talvolta correndo per non gelare.

Mi accorsi che stavo dormendo in piedi, e le mie gambe, come spinte da non so quale forza, continuavano a camminare. Dov’ero finito? Richiusi gli occhi, pensando di ritrovarmi così in un sogno migliore.

E quando mi risvegliai, mi ritrovai disteso a terra; il mio corpo era intorpidito dal freddo pungente e non riuscii subito ad alzarmi in piedi. Anche la testa mi doleva, le tempie mi bussavano rimbombando dolore nel cranio.

Dove mi trovavo?
Dove mi avevano portato i miei piedi, dove la mia mente, addormentata, aveva inconsciamente deciso di farsi condurre?
Non persi altro tempo e, come rianimato da nuove energie, mi rimisi in marcia, con gli occhi ancora insonnoliti e la mente annebbiata, verso chissà quale meta, cercando almeno di capire dove fossi finito.
Si era fatto giorno, il sole era una grande palla infuocata, che con i suoi raggi riuscì a scaldarmi. Mi trovavo in una grande valle, gli alberi erano spogli, e le montagne circostanti erano diventate marroni. Mi chinai e raccolsi un pugno di terra. La feci scivolare via lentamente, e la osservai volare via con il vento. Avevo dimenticato che la natura potesse essere così bella; gli alberi spogli, gli uccelli in migrazione, la fredda terra, il cielo azzurro. Rimasi là, seduto, godendomi quel paesaggio.
Mi rialzai soltanto quando sentii il mio stomaco brontolare, chiedendomi cibo.
Allora cominciai a incamminarmi, a penetrare il bosco. Piano piano il sentiero, buio nonostante il sole fosse già alto, si fece sempre più ripido fino a trasformare la mia camminata lenta in una faticosa scalata. Ma non mi scoraggiai. Qualcosa mi spingeva a proseguire e io proseguivo.

Raggiunsi la vetta di una delle montagne che circondavano la vallata. Lì il panorama era splendido, ma non volli perdere altro tempo (sì, era come se avessi un appuntamento… ma con chi? In quel momento non me lo chiesi, ascoltavo solo questa lieve e silenziosa voce interiore che mi chiamava…). Non faceva stranamente molto freddo, c’era un silenzio incantevole lassù.
Mi accorsi fin da subito di questa stranezza, perché faceva quasi più caldo là sopra, così in alto, che nella vallata. Ma rimasi a bocca aperta, quando, giratomi, vidi un enorme albero capovolto. Il tronco non poggiava le sue radici al terreno, ma andava chissà dove nel cielo, immergendosi nelle nuvole. Non aveva foglie, e la punta non toccava per terra, ma la sfiorava appena. Non volli crederci: sognavo? Mi ero per caso addormentato? Come era possibile una cosa del genere? Fui assalito improvvisamente da una tremenda curiosità, che cominciò ad invadermi, finché non mi avvolse definitivamente convincendomi a risolvere il mistero.

…Il mio cuore sapeva e la voce mi chiamava, mi chiamava, mi chiamava….

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Le unghie erano doloranti.
Il tronco era ruvido, a volte la corteccia mi graffiava, sudavo sangue.
Arrivai in un punto talmente alto che riuscivo a malapena a vedere la valle. Mi girò la testa. All’improvviso le mie mani cominciarono a cedere, la fronte imperlata di sudore, il cuore batteva a mille, e le mie mani scivolavano… tentai di urlare, ma la voce si strozzò con sé stessa…
Guardai di nuovo di sotto, mi venne da vomitare. Ero sospeso nel nulla. E le mie mani non ressero e io caddi, di sotto, fendendo l’aria col mio corpo e abbandonandomi a me stesso in un’inesorabile caduta.
Soffocavo, il vento mi andava contro, mi sbatteva in faccia, non riuscivo ad aprire la bocca. La caduta durò infinitamente troppo a lungo. Desiderai d’un tratto di voler morire subito, così, senza lasciarmi cadere ancora troppo. Mi abbandonai allora al mio destino, cadere.

Quando toccai il terreno, chiusi istintivamente gli occhi aspettando la morte.
Ma non sopraggiunse. Caddi in un enorme e morbido cuscino di foglie, che servirono ad attenuare la mia caduta. Caddi quindi senza farmi neanche un graffio!
Mi misi a sedere sul letto di foglie, ancora incredulo di essere ancora vivo.
Mi sentivo osservato. C’era troppo silenzio. Non feci in tempo a pensarlo che una voce lo infranse e confermò le mie paure:
“E lei da dove viene?”
Di fronte a me c’era un uomo basso, calvo, con un lungo bastone in mano. Mi osservava strizzando i suoi piccoli occhi rendendolo ancora più simile ad una talpa. Portava una lunga giacca pelosa, di qualche misura più grande, e i suoi due unici capelli sgusciavano fuori di un vecchio e sgualcito cappello di lana.
Quell’uomo mi fece tornare nella realtà.
Non comunicavo con un essere umano da più di dieci anni.
Mossi lievemente le labbra per rispondere, ma mi accorsi d’un tratto che la parola mi mancava.
Ero muto? Sta di fatto che non riuscii a rispondere. Mi alzai di scatto e cominciai a scappare, mentre il vecchietto mi urlava di fermarmi colpendo l’aria con il suo bastone.

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Passai tre giorni senza muovermi. Quell’incontro mi aveva sconvolto. Il tramonto mi fece commuovere, piansi finché il sole non cadde spegnendosi dietro le montagne della valle.
Le mie lacrime erano calde, bruciavano col sole.
Mi alzai pensando all’albero.

Ripercorso il sentiero, arrivato alla cima della collina, raggiunto l’albero-al-contrario, decisi di trovarmi prima qualcosa da mangiare.
Mangiai la verdura che cresceva lassù. Quel giorno mangiai il verde.
Chiusi gli occhi e mi addormentai, di nuovo, anche se non avevo sonno. Era la natura (quel freddo così leggero; quei suoni così soffici: il cinguettio degli uccelli, il crescere dell’erba e degli alberi, il respirare impercettibile ma presente dei lombrichi sotto terra; quella calma così intensa a cui era difficile non rimanere soggiogati) che mi cullò fra le sue braccia fino a farmi cadere in un sonno pesante.
Mi svegliai quindi la notte. C’era un silenzio assoluto. Si sentivano solo gli animali notturni nascondersi fra i cespugli, si sentiva il loro osservare, ispezionare.
L’albero era ancora lì, ancora al contrario, ancora per me un mistero. E c’era anche la luna, fortunatamente piena, che riuscì a donarmi un po’ di luce .
Scalai l’albero con una fretta inaudita, era la curiosità che muoveva le mie mani, il mio corpo, la mia mente.
Arrivai nel punto in cui le mie mani erano cedute. Mi fermai. Guardai sotto, non si vedeva nulla, ero troppo distante dalla terra. Mi ero riposato abbastanza, ero nel pieno delle mie forze. Mi feci coraggio, e ricominciai a scalare. Metro dopo metro, energia dopo energia, le mie mani si scorticarono completamente, la mia scia era il mio sangue. Ero una lumaca che scala una foglia di lattuga sotto gli occhi dell’uomo che la osserva. Quegli occhi erano per me le stelle, le vedevo limpide e grandi… quanto mi stavo avvicinando alla luna… mi sembrava di starla per toccare, era enorme, era l’occhio del cielo.

Quando cominciai a dubitare che l’albero avesse una fine (anzi, un inizio), questo si divise in due. Erano le radici. Due enormi biforcazioni, che si perdevano nell’ombra e nella notte. Decisi di riposarmi nel punto in cui le due radici si dividevano e creavano una specie di seggiola. Quando mi sedetti era troppo tardi oramai per accorgermi che l’albero era bucato esattamente nel punto in cui mi ero seduto: precipitai dal cielo, attraverso un tubo di legno.

Quello che mi chiedo ora è il reale motivo per cui io avessi voluto scalare quell’albero. La curiosità era un’illusione che mi ero creato da solo, per ingannare il vero motivo. Io non sapevo chi ero, non conoscevo la mia identità, ero nato da un letargo caduto nell’oblio. Quell’albero mi aveva fatto sperare, sperare di far riemergere questo passato. Mi sentivo privato di qualcosa, e una nebbia bianca copriva la mia mente e la mia vecchia vita. Ora precipitavo, verso…

Verso un infinito. O almeno così mi pareva. Precipitavo, ed era l’unico mio pensiero. Sentivo la consistenza del vuoto sotto di me.

Finché non toccai il fondo.

Era buio. Non c’era la luna. Non c’erano le stelle. Non c’era nessun albero. C’ero solo io, con la mia paura.

Il tempo mi fuggiva davanti. Quando aspettavo così, fermo, qualcosa, sentivo che questo tempo scorreva, scorreva, e io non potevo fermarlo, perché lui era più veloce di me. Quando il vento si alzava sentivo la mia pelle rabbrividire e mi guardavo intorno per cercare l’origine del vento. Capivo che non avevo buttato tempo, era il tempo che aveva buttato me. Perché io non ero mai quello di prima. Ero una persona ora, ne ero un’altra poi.
Così passarono i miei primi sedici anni.

Provai a muovermi, e stranamente ero tutt’intero. Mi alzai in piedi, come se il terreno scottasse. Con le mani in avanti per paura di sbattere in qualcosa, cominciai ad ispezionare la zona. Dopo poco tempo sentii il freddo gelido di una parete. La percorsi tutta, per vedere dove arrivasse. Ma d’un tratto si perdeva, s’interrompeva. Varcai il vuoto. Varcai il buio, sentivo solo il ritmo dei miei passi.
Andai ancora dritto.
D’un tratto sentii una parete sulle mie mani. No, era legno. Abbassai la mano. C’era una maniglia.

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La porta si aprì con uno scatto.

Raggiunti i sedici anni imparai a guardare. Le cose si aprirono d’un tratto, tutto si risvegliò. Era come se fossi nato solo ora, e nella sua più assoluta grandezza. In ogni cosa riuscivo a scorgere qualcosa in più che gli altri non vedevano: l’anima.
Mi chiusi così in una sorta di silenzio incondizionato, avevo paura di rivelare questa mia dote e di essere conseguentemente preso per pazzo. I miei genitori notarono subito questa mia chiusura. Li sentii più volte che confabulavano fra di loro, si chiedevano che cosa avesse mai questo figlio. Sarà l’età… così chiudevano ogni volta i loro discorsi. Fin quando, tornato a casa da scuola, sentii le loro urla provenire dal salotto. “Tu non ci sei mai! E poi dici che nostro figlio ha dei problemi!” diceva mia madre. La risposta di mio padre arrivò con lo sbattere della porta e i suoi passi che si allontanavano per non tornare mai più, se non per salutarmi e per prendere le sue cose. Immaginai che i loro litigi erano cominciati già da molto e che di certo io ero stato solo la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Uno dei due aveva un amante. Probabilmente mio padre, ma non volli indagare più a fondo. Non mi interessavano i loro problemi.
A scuola mi prendevano in giro, sentivo le loro risatine dietro le spalle; ero diverso, avevo capito il mondo, e per questo loro mi odiavano. Sapevano che io ero più forte di loro, che non valevano nulla. Io facevo finta di niente, continuavo a camminare senza voltarmi, mentre parole coperte di veleno schizzavano dietro le mie spalle.

Quando mi risvegliai da questo sogno mi accorsi che mi trovavo per terra. Quando ci ero finito?
Cos’era quel sogno? Era un ricordo? Ero io quel ragazzo?
Rimasi perplesso a guardare il vuoto, mentre le immagini del sogno si riflettevano nei miei pensieri. Cominciavo forse a ricordare? Eppure la mia memoria era ferma a più o meno cinque giorni fa, quando mi ero svegliato da quel letargo inspiegabile.
Cominciai a vedere quello che mi circondava solo dopo parecchi minuti. C’era una luce da qualche parte, perché la stanza in cui mi trovavo era discretamente illuminata. Ma non poteva essere la luce del sole perché dopo quella caduta mi trovavo almeno a cento metri sotto terra, e comunque anche se non fosse stato così, non c’erano finestre e quindi era impossibile che la luce provenisse da fuori. La stanza era molto grande, ma sembrava più piccola perché c’erano enormi librerie di ferro poste in file orizzontali, come nei supermercati ma riempite di cartelle. Davanti a me c’era un cartellone attaccato alla parete scritto con grandi lettere nere: “Qui i ricordi si sentono nell’aria”.
Non capii subito quell’affermazione. Mi alzai in piedi, deciso a capirci qualcosa in tutta questa faccenda. Dove ero finito?
Percorsi tutta la stanza, muovendomi tra le librerie e gli scaffali, fra tutte quelle carte e quella polvere che sembrava sostare lì da anni.
Tornai da dove ero partito. Mi avvicinai alla libreria più vicina a me e presi la prima cartella che mi si parò davanti. C’era un foglio piegato allegato sopra con una molletta. Lo aprii. C’era scritto: “Un anno, tre ore, sedici minuti”.
Aprii la cartella senza farmi troppi problemi.

Non era la prima volta che aveva una visione. Anche quando suo marito era morto, aveva visto il suo corpo in sogno, sdraiato in un tavolo freddo e bianco

Lessi velocemente quelle righe, aprendo la cartella in un’altra pagina.

…si svegliò molto più riposato e con un solo pensiero in testa: era venerdì e quindi non sarebbe dovuto andare di nuovo a lavorare in quella libreria di matti…

Mi bloccai. Richiusi la cartella, ispezionando la sua copertina. Era giallognola, un colore spento e vecchio. La odorai. Sapeva d’antico. La riposi da dove l’avevo presa. Mi guardai intorno. Ero circondato da migliaia di cartelle, tutte dello stesso colore e, apparentemente, tutte uguali. Ne presi un’altra che si trovava in un altro scaffale. La aprii lentamente, e lessi una pagina a caso.


Edited by - memius on 08 Jan 2008 07:29:25

n/a
deleted

6865 Posts

Posted - 12 Sep 2007 :  20:58:14  Show Profile  Reply with Quote

Mooolto meglio così, Pleura! Capperi, lo avessi fatto subito!!


La donna ha l'età del cuore ~ l'uomo quello del giudizio...


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Luca Iaco
Autore

416 Posts

Posted - 13 Sep 2007 :  13:47:44  Show Profile  Reply with Quote
comunque grazie per il commento
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Ce lia
Autore

2770 Posts

Posted - 06 Oct 2007 :  18:11:30  Show Profile  Reply with Quote
Comincio solo ora a leggere il tuo romanzo affscinante...
L'avessi fatto prima!
Bravo. Continuerò!
Ce

(Ogni momento
io l'ho vissuto
un'altra volta
in un'epoca fonda
fuori di me.)

(Ungaretti)
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