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 28a. La Collina del Coraggio (MODIFICATO)
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Pier
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Guatemala
563 Posts

Posted - 21 Jan 2007 :  23:10:06  Show Profile  Reply with Quote

LA COLLINA DEL CORAGGIO



Le pietre rotolavano dalla scarpata e volteggiavano in aria prima di cadere con un tonfo sordo.
Risalire la collina da quella parte del versante dei “Tre Passi”, era veramente duro.
La polvere dei ciottoli oscurava il cielo arrossato dal tramonto di quel fine novembre, mentre il sole calava, come ogni sera, dietro la collina.

L'attacco era cominciato. La collina doveva essere presa prima dell'alba.
La luce residua sottolineava i movimenti concitati delle sagome scure in cima al crinale; pareva la scenografia di una guerra epica, e non lo sfondo di una banale lotta tra bande di ragazzi, che combattevano solo usando delle pietre.

Alcune s’infilavano nell'erba bagnata, altre colpivano gli speroni di roccia che spuntavano tra i cespugli, altre, con balzi imprevisti, sibilavano nell'aria spaccandosi in centinaia di pezzi aguzzi come proiettili.

Chi saliva, a testa bassa sulla collina, con il fiatone per arrivare in cima, non poteva prevedere la traiettoria di quella miriade di pietre, ed era facile prenderne una in testa.
Ma prestando attenzione al ritmo costante che avevano nel rotolare, vincendo la paura, si riusciva ad arrivare in cima alla collina senza essere colpiti.

I ragazzi avanzavano come serpenti strisciando nell'ombra, coperti dall'erba alta e bagnata. Scandivano il tempo con il respiro affannato, e ad ogni passo l'aria autunnale diventava più solida per la paura. L’ansia fiaccava le gambe, che a tratti non reggevano il peso del corpo. A qualcuno di loro la pancia rumoreggiava di continui e strani gorgoglii incontrollati.

Ci voleva molta attenzione per arrivare in cima senza un graffio, ma era possibile. C’era chi compiva l’impresa evitando, schivando, stando basso. Poi si alzava e cominciava a correre per arrivare in cima. Con un balzo, usciva allo scoperto facendo l’ultimo tratto zigzagando tra i cespugli, fino al viottolo arrivando finalmente alla vecchia chiesa sconsacrata.

Qualcuno urlava, quando veniva colpito, urla nitide che risuonavano nel silenzio e nel buio.
Con la mano in testa, il malcapitato, cercava di contenere il rivolo di sangue che scorreva a bagnare i capelli, mescolandosi con il sudore, in un rosso appiccicoso e disgustoso.
Prendere un sasso in mezzo alla fronte era meglio che prenderne uno dietro alla nuca.
Così diceva Andrea.
Se, sì veniva feriti alla nuca, sarebbe stato difficile parlare dopo di coraggio.
Chi fugge, preso dal panico, non può essere colpito che da dietro: alla nuca o alla schiena. Non in mezzo alla fronte.
Chi aveva la fronte sanguinante a fine battaglia, era felice.

Dopo la battaglia, Andrea faceva le scelte sul campo.
Diceva chi avrebbe preso nella banda e chi invece avrebbe abbandonato al proprio destino.
Chi era ferito in fronte, era un coraggioso che combatteva senza paura, e poteva far parte della banda di Andrea.
Tutti, nella banda, avevano una cicatrice in fronte. Nessuno aveva preso mai un sasso da dietro.
A parte Andrea, e tre inseparabili amici, nessuno era mai salito fino in cima alla collina del coraggio senza aver preso una pietra né in fronte, né nella nuca, né alla schiena.

Quei ragazzi avevano tredici anni al massimo quattordici.
E la collina “ del coraggio ” faceva da iniziazione alla vita sfrontata di quei ragazzini di rione che, impauriti e incoscienti, combattevano come leoni in nome di un gruppo formato omogeneo, con una stretta di mano.

Andrea era il loro capo indiscusso da anni e gli altri lo seguivano ovunque, per quanto avesse solo quattordici anni.
Aveva un modo tutto suo per forgiare il carattere dei ragazzi della banda “delle tre pietre”: esercizio, disciplina, ma ciò che più contava era l’assalto alla collina dei " Tre Passi ", sotto una pioggia di pietre, con il buio.

Simona diceva che Andrea era un combattente con l'anima in pena.
Credeva nell'amicizia sincera e negli ideali più puri.
Romantico inconfessato, sedotto dal coraggio e dall'azione, restava spesso seduto all'ombra della bandiera dei suoi sogni da ragazzino.
In quella bandiera fatta d’orgoglio e di finta strafottenza, si avvolgeva tanto stretto, da rimanerci, a volte strozzato da solo.

Simona invece era una ragazzina comune.
Un " ragazzino in gonnella " la definiva qualcuno.
Ma era la ragazza di Andrea, e questo bastava a renderla speciale.

Vestiva come un maschio, cercando, senza riuscirci, di nascondere le sue forme che sottolineavano una femminilità straripante già a tredici anni. Silenziosa, osservatrice, Simona usava i suoi occhi acuti e profondi per lanciare le “tre pietre” con precisione. E quella sua precisione nel colpire qualunque cosa si muovesse, era il suo orgoglio, e quello di Andrea

Nessuno sapeva colpire bene come lei, solo Andrea.
Raccontavano che avesse colpito una noce in testa di un ragazzino a cento passi di distanza, con una velocità impossibile per chiunque, solo per sfida e scommessa. Ma anche per gelosia, verso quella smorfiosa che faceva gli occhi dolci ad Andrea.
Nessuno riusciva a vederla caricare le pietre nella fionda, che teneva sempre nella cintura dei pantaloni, oppure infilata nella piega del seno già troppo evidente, e che lei costringeva dentro magliette di lana così strette, da impedirle di respirare.
Aveva sempre tre pietre di scorta, nascoste dentro a un sacchetto di pelle che teneva dietro la schiena, legato alla cintura.
Quella mattina discuteva animatamente con Andrea del solito argomento che da giorni per lei era diventato un ossessione.
Andrea l’ascoltava, ma senza sentirla.

Continua pure a fidarti di loro Andrea. “ Disse senza voltarsi. “ Fai pure quello che ti dicono i cari amici Giovanni, Filippo e Stefano, ma dammi retta questa volta. Sono pericolosi. Come te lo devo dire? Da soli non valgono nulla, ma insieme sono le tigri che ti vogliono mordere la schiena. E poi sono fasulli. “

Era sempre Simona ad aprirgli gli occhi, quando lui li teneva ostinatamente chiusi, di fronte a quelli che riteneva amici leali e sinceri.
Quei tre “ amici”, come li chiamava con ironia Simona, avevano superato la prova dell'assalto alla collina con il buio sotto una pioggia di pietre, ed erano arrivati fino in cima, come gatti, senza un graffio, né sulla fronte, né sulla schiena.
Gli unici, arrivati fino in cima alla colina, a parte lui, senza mostrare paura.

Sei solo gelosa Simona. “ Rispose Andrea spazientito, come se riprendesse con Simona un discorso fatto milioni di volte.

Quei tre sono amici veri, e non tradirebbero la causa e me, ma questo TU non lo vuoi capire.
E poi che cazzo, smettila con le tue sciocche insinuazioni e lasciami andare. L'incontro alla fornace servirà a chiarire da che parte stanno e chi comanda nella banda. E tu, sai come la penso: meglio una pietra dritta in fronte, che una dietro la nuca. Giusto
? -

Andrea e Simona avevano 27 anni in due, in quel piovoso pomeriggio di novembre di quell’imprecisato anno, del terzo anno di guerre tra le bande dei rioni.
Si conoscevano da, quando n’avevano otto e da allora Simona aveva cominciato a portargli un panino con la frittata tutti i giorni di scuola, per quasi un anno intero.
Andrea non le disse mai che detestava la frittata, lo mangiava in silenzio durante l'ora di ricreazione in giardino, guardandola sorridente.
Fu proprio in un pomeriggio di fine novembre, nel giardino della scuola, che Simona disse sorridendo ad Andrea:

- Senti, ragazzino tanto carino, ma secondo te, lo dovrei dire alla mamma che stiamo insieme noi due?

Andrea era allibito.
Non avevano mai fatto cenno a quella “cosa” tra loro due, e per quanto fosse un condottiero coraggioso nella banda delle tre pietre, in quelle cose di ragazze, era un timido e diventò subito tutto rosso in viso.

Ma Simona lo incalzò.

- Perché sai, se glielo dico, forse è più tranquilla e magari smette di preoccuparsi che divento grassa con tutti questi panini doppi, che mangio ogni giorno da sola. Magari le dico anche che non ti piace la frittata. Almeno ti farà un panino con un'altra cosa.
Tanto lo so, che la
frittata non la puoi soffrire.
Che dici, glielo dico? -

Simona era questo per Andrea: una ragazzina decisa che parlava poco, notava tutto ed era coraggiosa e fiera, senza mai alzare la voce.
Era speciale Simona. E Andrea lo sapeva.

Gli amici inseparabili di Andrea erano Giovanni, Stefano e Filippo.
Amici di vecchia data legati fin dall’infanzia ad Andrea. Quelli delle mille battaglie dei rioni, quelli che aveva avuto sempre al suo fianco, quando gli altri se l’erano data a gambe.

Simona, per loro tre, era l'ostacolo a quell’amicizia che andava avanti da sempre, ma era anche la ragazzina più carina del paese, che piaceva a tutti e quattro.
Quella ragazzina teneva in pugno anche Andrea, con le sue gambe lunghe, il corpicino snello, i capelli lunghi lisci e neri e quella bellezza già fiorita, nascosta dietro a quell’apparente timidezza.
Era stata lei, l'unica ragazzina, non condivisa da tutti e quattro. E questo a Giovanni dava fastidio più di ogni altra cosa.

Filippo invece, dei tre amici di Andrea, era quello che aveva un interesse speciale per Simona, forse un sentimento che non sapeva riconoscere. Un desiderio simile ad una passione per lei, che spesso faticava a controllare.
Nascondeva ciò che sentiva, quando era vicino a Simona, per il timore di perdere l’amicizia di Andrea o avere un rifiuto da Simona, che lo avrebbe fatto soffrire più della pena di non poterla avere.

Erano pensierosi quella sera, mentre attraversavano il ponte di pietra che conduceva alla vecchia fornace per l'appuntamento con Andrea. Discutevano animatamente tra loro, dello stesso argomento da più di tre ore senza trovare un accordo o una strategia comune.

- Si è rammollito da quando corre dietro a Simona. –

Esordì Giovanni parlando di Andrea, a Filippo e Stefano, mentre camminavano, testa bassa con la fionda in una mano, e le tre pietre pronte nell'altra.

Giovanni camminava in silenzio quel giorno e con la punta della scarpa di tela, tirava calci distratti alle pietre che contrastavano il suo cammino, mostrava un nervosismo e una smania, nel cercare di trascinare gli altri due dalla sua parte.
Quei capelli rossi e quelle lentiggini, gli occhi scuri e il naso piccolo e schiacciato, gli davano un’aria da coniglio impaurito, quella sera, nonostante fosse alto più di un metro e sessanta e volesse fare il duro.
Dei tre amici di Andrea, lui era il più tranquillo, il più intelligente, ma anche il più insicuro.
Si mostrava diverso da quello che era, per via di quel suo carattere incerto e timoroso, non ancora formato.
Diventava aggressivo, senza una ragione. A volte si faceva trascinare a fare il bullo, senza esserlo realmente, per farsi apprezzare e rispettare dalla banda.

- Lo deve capire Andrea.- Prese a dire Stefano sbattendo nervosamente la fionda sulle tre pietre che aveva nell’altra mano guardando negli occhi gli altri due, per far capire ad entrambi che diceva sul serio e che era arrivata l’ora di menare le mani e farla finita con le chiacchiere.

- Deve dividere il comando con noi, se non vuole finire con una pietra dietro la nuca, insieme a Simonia .-. Aggiunse Giovanni, guardando Stefano con un cenno d’intesa.

Parlavano solo loro due, senza ammettere repliche da parte di Filippo che ascoltava tenendo la testa bassa e cercando il momento giusto per dire la sua.
Sapeva come erano fatti e che quando mettevano insieme, uno la testa e l’altro le braccia, era pericoloso contrastarli.

- Sono anni che facciamo i gregari, ma adesso basta, mi sono rotto. La banda ha bisogno di noi e dobbiamo farci avanti, anche se lui non capisce che è l’ora. -.

Giovanni parlava, cercando di non lasciare trapelare quell’insicurezza che gli saliva allo stomaco e che cercava di nascondere insieme al desiderio di mostrare un’aggressività e una baldanza, che non gli erano congeniali.
Di tanto in tanto la ciglia destra dell’occhio aveva un ritmo più veloce. Si chiudeva e si riapriva in continuazione, in una contrazione incontrollata e nervosa.
Se i suoi amici lo avessero osservato con attenzione, avrebbero capito che dietro a quel movimento, si nascondeva un tremore che Giovanni non controllava, quando faceva il duro, o diceva qualcosa di cui lui stesso aveva paura.

Stefano era il bello della banda: capelli neri, occhi scuri, sul metro e sessantacinque, un fascio di muscoli e nervi.
Era fissato con gli attrezzi da ginnastica e con il movimento. Più di tutto era fissato con i mollettoni e le maniglie.
Li usava per sviluppare la muscolatura ogni mattina, ma non era un tipo molto sveglio, anzi forse era lento di cervello, ma nessuno avrebbe mai osato dirglielo.
Quando c’era da menare le mani o bisognava usare la fionda, era consigliabile stargli alla larga, se non si voleva finire con la testa spaccata da una pietra tirata sulla nuca, o nella schiena.
Era sempre dalla parte di Giovanni, fin da quando era piccolo e smilzo e tutti lo prendevano in giro.

Era stato Giovanni a convincerlo: “ usa gli attrezzi per sviluppare di più i tuoi muscoli e vedrai che tutti ti rispetteranno “ Gli aveva detto.
E lui, si era impegnato e si era visto trasformato ed ammirato, n’era rimasto colpito e grato a Giovanni.
Lo conoscevano tutti, perché colpiva spesso a tradimento e mentre sorrideva.
Nella banda delle tre pietre di Andrea, avevano tutti paura di lui.
Tranne Andrea.
Parlava poco Giovanni, ma menava le mani tanto svelto da non lasciare il tempo di una spiegazione.
Arrivavano sempre prima i pugni o qualche pietra, di una parola di spiegazione che veniva dopo.
Gli bastava una scusa, per piagarti un braccio, o darti un pugno nel fianco o nello stomaco. Era capace di farti restare senza fiato a boccheggiare come un pesce senz’aria.
Ti lasciava piegato in due, per il dolore che sapeva procurare, colpendo nel posto giusto per farti male.
Stefano, dei tre era il bullo senza cervello, quello che diventava un’arma pericolosa nelle mani di Giovanni, quando Andrea non c’era per tenerlo a bada e convincerlo a non fare lo scemo.

Filippo dei tre, era il grassottello, neanche molto alto.
Dava l’idea della simpatia e della forza, ma non per via della stazza, ma per quel modo intelligente di guardare le cose.
Si spingeva oltre la violenza, sempre verso il ragionamento.
Per abitudine e sua natura, era quello che cercava di risolvere i problemi temporeggiando, invece che con i pugni o le pietre.
Aveva rispetto di Giovanni, ma timore dei muscoli di Stefano.
Sapeva che messi insieme, picchiavano troppo forte per i suoi gusti. Per quello cercava di non contraddirli e di stare dalla loro parte, mostrandosi amico e acconsentendo a ciò che diceva di fare.
Filippo era il più astuto dei tre, ma solo quando era lucido e calmo. Se era impaurito perdeva ogni capacità di ragionare e in quei momenti finiva con l’agire d’impulso.
Era il suo modo per far cessare quelle sensazioni negative che avvertiva, salvo poi pentirsi di quello che aveva fatto, subito dopo.
Filippo era un ragazzino. Voleva essere adulto e maturo per piacere a Simona, ma questo nessuno lo sapeva.
Era stato l’ombra di Andrea per anni, al riparo dietro alle sue spalle e ai suoi pugni. Aveva appreso da lui, il modo di fare il gregario, obbedendo, senza discutere. Ma non aveva coraggio. E questo lo rendeva fragile.
Andrea lo sapeva ma non gli importava, perché era suo amico.
Ma se di Andrea aveva stima, di Giovanni e Stefano aveva paura. Si era ritrovato dalla loro parte, per aver accettato di nascondere la verità sull’assalto alla collina del coraggio, quando avevano mentito ad Andrea, facendogli credere di essere coraggiosi.

- Parli bene! – prese a dire Filippo - Ma stai attento: Andrea picchia sodo. E TU lo sai bene. Hai assaggiato quei pugni... E poi, se sapesse come stanno le cose, sarebbe dura contro Andrea allo scoperto anche per noi tre messi insieme .-.

Filippo scuoteva la testa, guardando prima Giovanni e poi Stefano, lasciando trasparire nella voce quell'ansia che già il pensiero di affrontare a viso aperto Andrea, gli faceva salire.

- Ma che cazzo vai dicendo Filippo? -. Rispose alterato Giovanni. - Non avrai cambiato idea, per caso vero? Questa volta, lo dobbiamo far ragionare, a costo di legarlo. Magari a furia di cazzotti, non fa più paura a nessuno e capisce. E' ostinato Andrea, ma noi siamo tre e farà quello che gli diciamo. Hai capito? Non ti aspetterai che sia disposto a cedere il comando a noi, senza fare storie?
Se scopre che lo abbiamo sempre preso per il naso con la storiella della prova del coraggio, ci rompe le ossa e ci butta in un fosso con le gambe spezzate.
Almeno così quella fottuta cicatrice che ti piace tanto, invece che in fronte l'avrai sulle gambe. -.

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Andrea aveva fretta: era in ritardo.

Sulla sua destra il sole stava tramontando lentamente tra gli alberi lasciando intravedere la sagoma scura della collina dei "tre Passi".

Alla fine di quella vecchia strada polverosa, c'era il ponte di pietra che portava, come un tempo, alla vecchia fornace.

Andrea accese la freccia e svoltò verso il paese, invece di proseguire, come si fosse svegliato dai pensieri, un attimo prima di svoltare.

Aveva il volto tirato, e la faccia scura. Per quanto si fosse rasato da poche ore, mostrava tutti i suoi quarant’anni, per colpa di quei capelli grigi che superavano di gran lunga quelli neri. Aveva una destinazione precisa quella mattina.
Viaggiava in autostrada da quattro ore, cercando di allontanare, senza riuscirci, ricordi che la memoria non aveva cancellato, nonostante gli anni passati.
Ricordi dolorosi, di tensioni, di battaglie di speranze. Legati a quel paese di provincia che aveva fortemente segnato la sua vita, quando aveva quattordici anni.
Aveva ripercorso venticinque anni all’indietro, viaggiando in autostrada per quasi quattro ore, diretto proprio in quel paesino.
Lo aveva fatto con tristezza e malinconia, spinto dai pensieri che Simona aveva risvegliato in lui, con quella telefonata inattesa.

Quei pensieri avevano preso consistenza appena era comparso il cartello ad indicare la distanza dal suo paese. Quei chilometri di autostrada, li aveva divorati senza accorgersene.
La mente aveva fatto un balzo. Era tornata a quella sera con il temporale, dove erano diventati tutti e cinque adulti, in poche ore.
Andrea riviveva i dettagli vissuti.
La telefonata di Simona, aveva riaperto quel cassetto rimasto chiuso per quasi venticinque anni.
Percorreva la strada e il passato, ritornando al suo paese e ai suoi quattordici anni, per cercare di recuperare quel pezzo di vita mai dimenticato.
Dietro la vecchia fornace, dopo il ponte di pietra, vicino alla collina dei " Tre Passi ", gli anni si erano bagnati delle lacrime di Simona.
Quella pioggia di una notte burrascosa, rendeva anche in quel momento, le ore vive, per colpa di una ostinata memoria, che non gli dava tregua.

----------------

Simona aveva preceduto Andrea, quel giorno.

Oltrepassato il ponte di pietra, aveva raggiunto la fornace e li aveva trovati. Seduti tutti e tre sulle pietre, che controllavano il sentiero da dove sarebbe arrivato da lì a poco, Andrea.
Giovanni, Filippo e Stefano erano di spalle e parlavano ad alta voce, male, di Andrea.

- E’ un ingenuo - ripeteva Giovanni - Pensa alla faccia che farà, quando gli dirai che Simona vuole Filippo e non lui! - disse Giovanni, rivolto a Stefano.
- Pensa alla faccia, quando Filippo gli dirà che nessuno di noi tre ha mai fatto l’assalto alla sua stramaledetta collina dei " Tre Passi "... Si fida di noi. Lo scemo.
Di noi e di Simona
. - .

Voltavano le spalle a Simona, convinti che nessuno avrebbe mai osato ascoltare, o si sarebbe mai messo in mezzo, tra loro ed Andrea.
Il vento portò le parole di Giovanni, fino all'orecchio di Simona. Sentì un buco nello stomaco, come se avesse preso un cazzotto improvviso.
Non le piaceva quel ragazzo.
E nemmeno Stefano.
Simona sapeva che quei tre avevano ingannato Andrea; sapeva che non erano mai scesi dalla collina, né che c’erano mai saliti, senza essere colpiti. Diversamente da come avevano fatto credere ad Andrea. Ma lei non l'aveva detto ad Andrea, per non ferirlo. Lui li considerava i tre amici migliori, gli amici per la pelle.

Simona prese le tre pietre dentro il sacchetto dietro alla schiena. Tre sibili acuti ruppero il silenzio e quei proiettili di pietra colpirono quasi simultaneamente, con precisione millimetrica: prima la nuca di Giovanni, poi quella di Stefano e poi quella di Filippo.

Il silenzio riempì quel luogo. Neppure le foglie, per qualche secondo, osarono frusciare.

Nel frattempo Andrea camminava, assorto verso la fornace, senza che nessuno dei suoi pensieri riguardasse l'incontro imminente, con i tre amici. Non temeva i confronti. Sapeva di avere ragione.
Sapeva di picchiare duro: più di quanto fossero capaci loro tre messi insieme.
In quel momento pensava ad altro.
Alla sua carrozzella di legno che stava costruendo sotto casa; alle ruote spaiate ricavate da due vecchie biciclette trovate nell’immondezzaio, dietro al capannone industriale, abbandonato di suo padre.
Gli serviva un freno più potente, per fermarsi in tempo alla fine della discesa.
Ci voleva un manubrio più tondo e preciso e non quello che aveva rimediato dalla bicicletta di qualcuno. Era quello stupido manubrio, che faceva sembrare la sua carrozzella, solo una carrozzella di assi inchiodate. Non un missile a reazione, come avrebbe voluto.
L’avrebbe carenata saldando insieme delle vecchie lattine di birra in modo da dargli forma e consistenza, pensava in quel momento tra se.
Avrebbe dipinto le lattine ad una ad una di nero, mettendoci in mezzo un bel numero UNO dipinto di bianco. Avrebbe avuto più risalto, insieme alle cromature argentate, quando sarebbe piombato per la discesa dalla collina, fino in paese.
Pensava alla gara Andrea. Immaginava di essere in testa al gruppo, prima dell’ultima curva pericolosa, dell’arrivo nel rione.
Lo avrebbero applaudito. Tutti. Come avevano fatto l’anno prima.

Pensieri come tanti quelli di Andrea.
Non diversi da quelli che faceva vivendo continui progetti e sfide impossibili.
Ebbe un’esitazione, nell’ultimo passo che fece sul sentiero pietroso.
Portò istintivamente la mano alla tasca posteriore dei pantaloncini per capire se era armato.

Aveva la fionda. E le sue tre pietre.
Sorrise.
Girava sempre con la fionda infilata dietro la schiena, tra la cintura e la pelle nuda.
In un sacchetto per il tabacco, teneva le biglie per giocare al giro d’Italia e quelle che usava anche da tirare a chi lo faceva incazzare.
Il berretto che portava era una vecchia coppola da brigante. Teneva le bretelle sopra ai pantaloncini marrone, e sopra alla camicia a quadri tutta sbrindellata che usciva da una parte, fuori dei pantaloncini.

Passava sempre da lì, in quel boschetto attraverso il sentiero, dove era più fitta la vegetazione. Vide qualcosa e ad un tratto si abbassò di colpo, per nascondendosi dietro ad un cespuglio, trattenendo il respiro.

Aveva la passione per la caccia alle lucertole Andrea.
Sorrise.
N’aveva vista una nel mezzo del sentiero proprio davanti a lui, ed aveva deciso di prenderla, a modo suo.
La malcapitata, teneva la testa fuori da un buco. Stava immobile, come imbambolata.
Doveva essere quella la sua tana. Sembrava intenta ad ascoltare i rumori di pericolo, con l’assenza di ogni movimento.
In un attimo Andrea preparò l’agguato.

Prese un filo d’erba più lungo e robusto di altri, lo legò in modo da formare un cappio, facendone un nodo scorsoio, come gli aveva insegnato suo padre, che amava pescare.
Avvicinò cauto la mano, silenzioso e veloce e mise il cappio, intorno al collo della sfortunata lucertola, che immobile, non si accorse di nulla.

In un attimo il nodo fu serrato alla gola della bestiolina che cominciò a dimenarsi, strozzata. Era perduta.
Andrea la teneva con una mano, con l’altra l’afferrò, senza ferirla, poi l’infilò nel sacchetto insieme alle biglie e si rimise in cammino.

Mi tornerai utile con quei tre… cara lucertolina. “ Disse con un sorriso beffardo.

Pensava a questo, camminando nel bosco quel pomeriggio.
Il bosco per Andrea non era solo un bosco.
Era il parco privato dei suoi giochi, fin da quando era piccino.
In ogni angolo, sotto una foglia, dietro un albero, sotto un cespuglio, si nascondeva un mondo che sapeva cogliere e far rivivere con la sua fantasia.

- Queste formiche, non fanno provviste, hanno paura. -.

Stava pensando in quel momento.
Guardava la processione laboriosa di formiche che lasciavano un segno più scuro sul sentiero, davanti ai suoi piedi.

- Vanno avanti e indietro. Di solito sono ordinate per file parallele. Da una parte quelle che vanno al formicaio con il cibo, dall’altra, quelle che ritornano per un altro carico. -.

Rifletteva ad alta voce, nella solitudine di quel bosco pieno di rumori che riconosceva amichevoli.
Era un acuto osservatore: sapeva cogliere i segni del bosco e attraverso quelli aveva imparato ad avvertire i pericoli, per primo, come un felino.

- Vanno troppo veloci. Le formiche sono metodiche. Queste invece scappano: hanno paura. -

Guardandole con attenzione, percepiva la loro paura.
Un via vai frettoloso, disordinato, come quando si abbandona la strada, per via di un pericolo imprevisto, grave, inatteso.

Pezzi di semi ai bordi del cammino, lasciavano una traccia evidente, come se la fretta avesse suggerito quella strategia di fuga. L’occhio attento di Andrea coglieva l’agitazione.
Sentiva il rumore della fuga disordinata, le urla, la loro paura.

Alzò lo sguardo e le vide: due lucertole in agguato, silenziose, facevano scorpacciate di formiche.
Andrea sorrise: aveva visto giusto. Aveva interpretato i segni del bosco.
Era fatto così: osservatore capace di cavarsi dagli impicci guardando le cose da un punto di vista diverso da altri.

Era questo Andrea.
Un fantasioso ragazzino di quattordici anni, con i piedi per terra che camminava tra i pericoli della sua crescita, ad occhi chiusi.

Andrea si alzò dal suo nascondiglio e si abbassò le bretelle.
Si sbottonò la patta dei pantaloni e prese a inondare il campo di battaglia con un getto di urina che sembrava una pompa per disperdere i manifestanti di un’assemblea non autorizzata.
In poco tempo il segno per terra del suo passaggio, copriva il sentiero: aveva composto tanti cerchi, proprio dove le lucertole facevano man bassa delle formiche.
In pochi secondi il sentiero fu sgombro. Le formiche in salvo, a tremare per lo scampato pericolo, nei formicai.

Tra gli alberi filtrava la luce, attraverso le foglie. Quel sole caldo prima deciso, si era ricoperto di nuvole che avevano oscurato il bosco.
Era strano, pensò Andrea, guardando quel residuo chiarore, smorzarsi di colpo.

Gli alberi, prima amichevoli pieni di foglie, gli portarono un presentimento che avvertì distintamente nella pancia, Improvvisamente la natura amica era diventati ostile. Braccia protese e minacciose, mostri paurosi che avevano inghiottito le foglie, trasformando il ramo di ogni albero, in un nemico.
I nodi sul fusto degli alberi, diventarono occhi spalancati, le radici, enormi piedi pronti a scattare e scalciare. Il sibilare del vento tra le foglie e tra i rami, un lamento agghiacciante.
E l’odore nell’aria, che ad un tratto era cambiata sotto le prime gocce di pioggia, ora sapeva di terra umida.
Il ticchettare lento delle gocce sulle foglie, sembrava il ritmo impazzito di un orologio che si era messo a correre più veloce del tempo scandito. I mulinelli di foglie che si alzavano, piroettando, annunciavano l’arrivo del temporale.

- Un temporale estivo -. Pensò guardando il cielo annerito, tra gli alberi, Andrea.
Quel cambiamento improvviso di luce e di clima gli creò un'ansia sottile, che rese le gambe legnose, più di quanto non le avesse mai avute, fino ad un momento prima.

Un presentimento, un timore, la percezione di un avvenimento negativo, prese ad ingombrare la mente, mentre la pioggia scrosciava violenta quasi a voler confermare.

Andrea si scosse: “ Farò un bel bagno “. Pensò, mentre e si mise a correre veloce in cerca di riparo. La vecchia fornace, dove lo aspettavano i suoi amici, non era lontana. Ci sarebbe arrivato prima di esser zuppo fino alle mutande, se avesse aumentato il passo.
Prese a correre, nello stesso momento in cui un coniglio impaurito gli tagliò la strada. Gli uccelli disturbati dalla pioggia, smisero ad un tratto di cinguettare. Un atro segno del bosco. Pensò.
La terra bagnata sembrò respirare per quella pioggia inattesa, liberando l’odore che fino ad allora aveva trattenuto.
Un gufo malinconico, da qualche parte in lontananza, fece il suo verso e Andrea presse a correre più veloce.
Era preoccupato.
Correva, mentre le pietre rotolavano sotto le scarpe come tante palline. Era facile cadere, o scivolare. Ma lui sembrava un gatto, per come si abbassava ad ogni ramo sporgente che incontrava, saltando tra le pietre e i sassi, senza incertezza.

- Maledetto temporale, proprio adesso dovevi arrivare?. -. Gridò con un pugno proteso verso la pioggia che lo investiva.
Un lampo illuminò il cammino e i piedi trovarono più facilmente il sentiero, poco visibile in quel momento di buio.
Il boato del primo tuono, lo fece trasalire. Sembrava fin troppo vicino, pensò tra se timoroso, ma trattenne il fiato e continuò a correre. La paura che avvertiva, sembrava ricordargli che non sempre si può essere eroici, alla sua età.

Era quasi arrivato.
La sagoma scura e diroccata della vecchia fornace, in lontananza s’intravedeva. Sotto la pioggia Andrea zigzagava, tenendo una mano sopra al cappello, per non farlo volare.
Quando arrivò nello spiazzo, davanti alla fornace, non c’era nessuno. - Maledetta pioggia, dove saranno finiti ?-. Disse, mentre si riparò sotto un cornicione, stranamente ancora intero.

Prese a chiamare a gran voce Filippo, Giovanni e Andrea.
Nessuno rispose.
Si guardò intorno, sentì un fruscio alle sue spalle.
Istintivamente porto la mano alla schiena e afferrò la fionda.
Ma poi si calmò e la ripose.

- Che cosa ti è successo ?-. Chiese appena vide la faccia di Simona.
Era tutta bagnata. Piangeva sconvolta, a momenti singhiozzava, di tanto in tanto, tremava.

Aveva un occhio livido: il sinistro; il labbro superiore era sanguinante, la maglietta strappata, i pantaloni sporchi di fango.

Andrea la scosse dalle braccia e le chiese alta voce:
- RISPONDI, che cosa ti è successo SIMONA. PARLA, maledizione. Dove sono gli altri, Perché sei qui? -.

Simona lo guardò singhiozzando e disse: “ Fanculo Andrea, Fanculo te, e quei tre sfottuti BASTARDI. “

- Dove sono andati? -. Chiese Andrea.

- Sono scappati -. Rispose con un filo di voce Simona.

- Ti hanno picchiata? -. Chiese Andrea come se già la domanda lo infastidisse.

- -. Rispose Simona a testa bassa senza dire altro.

Ci fu un silenzio di gelo.
Poi Simona proseguì: “ Li ho colpiti con la fionda. Adesso hanno la ferita che avrebbero sempre dovuto avere dietro alla nuca ”.

Andrea la guardava senza capire e chiese: - Cosa cazzo è successo Simona? Dimmelo? -.

Andrea era alterato per quello che immaginava sarebbe stato il seguito del racconto.
Simona, gli disse tutto.
Andrea ascoltò senza chiedere spiegazioni.
Gli raccontò ogni dettaglio. Ogni parola, ogni singolo ceffone che aveva preso, lo condivise con lui.
Poi disse quello che Andrea temeva.

- Giovanni e Andrea mi tenevano ferma, -. Lo diceva singhiozzando, Simona. - Filippo sembrava come impazzito. -.
Simona balbettava
.
- Mi hanno spinta sull’erba. Uno dei due mi teneva le braccia, l’altro le gambe. Io ero sotto Filippo... Aveva i pantaloni abbassati. -.

Stava rivivendo la scena. Con disgusto, terrore.

Ansimava come un animale, Filippo. Mi baciava. Dappertutto, Sul seno nudo, sul collo, tra le gambe. Mi pregava di dirgli che lo amavo, mi strattonava, mi spiegava... “

Adesso il pianto era forte.
I singhiozzi a momenti le impedivano di parlare. Sembrava disperata e Andrea la strinse. Le fece appoggiare la testa nell’incavo della sua spalla. E lei si scosse e riprese: - Ho gridato con tutto il fiato che avevo in corpo, e mi sono dimenata, ma mi tenevano stretta in due. E io non avevo più forza. -.

Respirava a fatica adesso Simona.
Andrea le mise una mano sulla bocca per farla smettere di parlare. Ma lei la tolse e riprese:

-Ad un certo punto ho finto di svenire, quando ho sentito Filippo che si abbandonava con tutto il suo peso, viscido e puzzolente, era sopra di me. Dentro di me. -.

Andrea la strinse.
La baciò la guancia. Le carezzò il viso asciugando le lacrime.
Stava per aggiungere qualcosa in quel momento Simona, ma Andrea le fece cenno di stare zitta, mettendole un dito sul naso.
Lei si abbandonò e singhiozzò, all’abbraccio di Andrea. Seguì un silenzio irreale per quel luogo, di solito pieno di rumori.

Il vento si era calmato, la pioggia aveva smesso di cadere, l’intero bosco sembrava incapace di comprendere come fosse potuto accadere, quello che aveva appena raccontato lucidamente Simona.

Simona era esausta, ma aggiunse come se si fosse improvvisamente calmata:

- Sono andati in cima alla collina del coraggio tutti e tre.
Non ci andrai, vero Andrea? Non devi andarci. Saranno con il resto della banda, e tu sarai solo.
Nessuno deve sapere quello che mi accaduto.
NESSUNO.
Giuramelo Andrea.
Sto bene sai? credimi non preoccuparti di me.
Nessuno deve sapere ha capito?
NESSUNO MAI
. - .

Andrea la interruppe:

- Vai a casa adesso. Non dire più nulla. Quello che è accaduto lo sapremo solo noi. Te lo GIURO SIMONA.
A loro tre penserò io
. -.

Andrea, era rabbioso. Mostrava una determinazione che lo faceva sembrare di dieci anni più grande, quando accompagnò Simona al limite del bosco prima di riprendere a correre, testa bassa, all'inseguimento di quei tre.

Giovanni, Stefano, erano già arrivati a limite estremo del bosco, dalla parte opposta, dove c’era il vecchio sentiero di pietre, quello che portava in cima alla collina dei tre passi.
Filippo che correva più lento, era rimasto indietro.
Per quello decise di tagliare per la scorciatoia che conosceva solo lui e Andrea.

Li avrebbe raggiunti con quel trucco. E forse anche superati.
Sarebbe arrivato alla collina, prima di loro, e la sua ansia si sarebbe placata.
Era uscito dal sentiero che tagliava il bosco fino alla radura.
Aveva strisciato per qualche metro, per passare sotto la siepe che portava dall’altro lato. Non si vedeva dal bosco, nascosto com’era dietro ai fitti cespugli.
Quando si rimise in piedi, era sporco di fango e sangue.
Si era graffiato le ginocchia e aveva la camicia strappata dietro la schiena.

- Adesso chi la sente a mia madre, accidenti alle mie idee del cavolo. -.

Disse con un sospiro spazientito parlando da solo.

Si mise a correre sotto la pioggia che veniva giù a secchiate. Aveva il fiatone, e dopo pochi metri, dovette rallentare.

Lo vide sbucare da dietro la siepe.

Occhi feroci che conosceva bene, sguardo duro di chi vuole farti capire che ti sta cercando. Sta cercando te.

Il cuore di Filippo prese a pulsare come per uscirgli dal petto.

- Ma chi cavolo me lo ha fatto fare, di uscire dal sentiero.–

Pensò con un ultimo respiro strozzato in gola, per il terrore.

Abbassò lo sguardo. Si passo le dita sulla faccia per cercare di fare svanire l’immagine, ma quando riaprì gli occhi, Andrea era ancora lì.
Immobile.
Con la sua terribile fionda stretta in una mano.
Filippo trattenne il respiro. Si guardò intorno cercando una via di fuga. Capì che non c’era nulla da fare, a parte affrontarlo.
A destra e a sinistra, alberi fitti, dietro di lui, la siepe da superare strisciando. Ebbe paura. Capì che non c’era soluzione.
Tremava e ansimava.
Il cuore non ne voleva sapere di riprendere il suo ritmo normale.

- Ho cercato di difenderla; te lo giuro Andrea. -.

Mentì spudoratamente Filippo. senza chiudere la bocca per prendere fiato.

- E’ stato Giovanni. Dopo che ha preso la pietra dietro alla nuca, è diventato una belva. Ha cominciato a chiedere a Stefano di togliere i pantaloni a Simona .-.

Proseguì mettendosi le mani sulla faccia, per proteggersi dalle biglie che Andrea stava già caricando nella fionda.

- Simona mi piace. Mi è sempre piaciuta. Ma non le avrei mai fatto nulla, se non mi avessero costretto quei due.
Hanno cominciato a toccarla e mi hanno costretto a continuare
.-.

Filippo adesso guardava Andrea, senza alzare la testa.
Per quanto fosse bagnato e magro, Andrea aveva spalle larghe e un petto muscoloso.
In quel momento s’intravedeva tutta la sua muscolatura in tensione, sotto la camicia bagnata, che era appiccicata addosso come una seconda pelle.
Filippo fece il gesto di prendere una pietra per caricare la fionda, ma sentì immediato il sibilo di quella che gli aveva lanciato Andrea leggendolo nel pensiero.
Portò la mano sugli occhi con un urlo. Andrea lo aveva centrato in mezzo alla fronte. Il sangue usciva dalle mani di Filippo, che le aveva portate troppo tardi a protezione del viso.

La fionda di Filippo, cadde per terra, e segnò la completa e incondizionata resa ad Andrea.

Forse nemmeno un capo Sioux, avrebbe gareggiato con Andrea quella sera, nel seguire le tracce sul terreno in modo così attento e veloce.
Correva testa china, piegato sulle ginocchia, per seguire i segni lasciati sul terreno da Giovanni e Stefano.
Tracce che confermavano l’idea, che fossero diretti proprio alla collina dei “ tre passi”.
Tutto sembrava come immaginato da Simona ma Andrea non voleva lasciare niente al caso, quella sera.
Correva sul sentiero di pietre, raggomitolato come un felino all’inseguimento della preda, trattenendo il respiro per non fare rumore. Con il cuore gonfio di rabbia, non sentiva la stanchezza di quell’andatura così veloce.

Stringeva in mano la fionda e un bastone nodoso che aveva preso da qualche parte nel bosco, mentre correva.
Teneva la coppola infilata nella cintura, per non perderla e si era tolto la camicia che teneva annodata intorno ai pantaloncini per essere libero nei movimenti della corsa.
Mentalmente preparava la strategia.
Cercava di prevedere cosa avrebbero fatto quei due. Non avrebbero avuto l’ardire di affrontarlo da soli.
Avrebbero chiesto aiuto a qualcuno del rione, per tendergli un agguato o aspettarlo in tanti, in cima alla collina, con il buio.
Forse avrebbero mascherato l’inseguimento, con la solita bugia. Avrebbero fatto credere, agli ignari ragazzi della banda delle “tre pietre”, che si trattava un’esercitazione di guerra.
Forse avrebbero inventato una nuova prova di coraggio, pensata da Andrea, per mettere alle corde la banda e vedere il comportamento in sua assenza, nel caso di un attacco improvviso alla collina.

Aveva smesso di piovere. L’aria era rinfrescata.
Le foglie avevano ripreso un bel colore verde intenso, dopo che la pioggia le aveva lavate.
Gli animali nel bosco uscivano dai nascondigli dove si erano infilati, fino a poco prima, per cercare riparo dal temporale. Ora circospetti annusavano l’aria.
Il rumore della corsa di Andrea, li faceva scappare in tutte le direzioni. Uno scoiattolo, sopra un albero, di fronte ad Andrea, lo vide passare di corsa e s’infilò in un ramo, impaurito.
Era entrato dal davanti, uscendo da dietro.
Andrea lo vide comparire dal lato opposto del ramo e gli venne in mente un piano diverso, da quello che aveva in testa prima.
Per affrontare quei due, non serviva salire dal lato scosceso della collina, facendo inutilmente l’eroe.
Giovanni e Stefano, erano certamente in cima ad attenderlo, da quel versante per riempirlo di pietre appuntite.
Non avrebbero mai immaginato, conoscendo Andrea, una via o una scorciatoia, che non prevedesse d’affrontarli dal lato più pericoloso con il buio, sotto una pioggia di pietre.

Sapevano che Andrea li avrebbe braccati, affrontarli usando la strada più veloce per prenderli e dar loro una lezione.

Stava calando già il buio.
Andrea arrivò ai piedi della collina e la luna a momenti si nascondeva dietro ad una nuvola, di quella residua giornata estiva, non ancora completamente schiarita.

Il sibilo acuto che gli sfiorò l’orecchio, fu come quello di un insetto passato vicino, troppo veloce.
Istintivamente Andrea si abbassò, nascondendosi nell’erba bagnata. Lo avevano visto arrivare. Era quello che voleva.

Trattenne il respiro e attese.

La luna sparì nuovamente avvolta dall’ultima nuvola scura tardiva.
Strisciò lentamente sulla schiena, caricando la fionda e andando a nascondersi dietro alla gran pietra che sporgeva proprio ai piedi della collina dei tre passi.
Da lì cominciò la sua strategia.
Caricava e tirava. Caricava e tirava pietre tonde con la fionda.

Dalle pietre che cominciarono a rotolare giù dal crinale, stimò che ci fossero almeno quattro persone, nascoste lassù nel buio.
Giovanni, Andrea e altri due.
Pensò tra se.
Prese a lanciare pietre in sequenza più veloce: tre da un lato, una dall’altro, poi si nascondeva e tirava stando basso.
Poi restava immobile si nascondeva e poi riprendeva.
Tra un’interruzione e l’altra, passava sempre più tempo, come se Andrea cercasse altre pietre per lanciare.
Poi la sua voce riempì quel silenzio livido e umido, con un grido.

Non avete scampo

Lo disse rivolto alle ombre che si muovevano sulla collina e poi gridando più forte riprese.

- Chiunque sia con voi lassù,deve scendere.
- Questa non è un’esercitazione di guerre tra Rioni. E’ una faccenda privata tra Giovanni, Stefano e me
.-

Ci fu silenzio.
Poi le pietre ripresero di nuovo a cadere.

Voi lassù in alto.. .- Riprese a gridare . – Scendete immediatamente. Avete capito? Toglietevi di mezzo. Questa storia, non vi riguarda. –

Seguì un silenzio più tetro.
Poi l’aria si riempì di una voce sibilante, quella di Giovanni.

- Non attacca, Andrea. Li conosciamo i tuoi trucchi.
Da quassù non scenderà nessuno, puoi dire quello che vuoi.
Vuoi noi due? Vieni a prenderci.
Come dici sempre tu, meglio una pietra in fronte, che una nella schiena, non hai paura, vero Andrea? Non è forse questa, la tua fottuta collina del coraggio, del cazzo
. ? –

Andrea lanciò quattro pietre.
Poi si mise a correre, ma non prese la direzione della collina, corse a perdifiato, in direzione opposta al crinale.
In pochi secondi la roccia, dove si era nascosto, fu investita da una pioggia di pietre.
Quei ragazzi in cima al crinale non si erano accorti che dietro la roccia non c’era rimasto nessuno.
I lanci di pietre continuarono.
Dopo mezz’ora Andrea era arrivato in cima alla collina dall’altro versante: quello dei tre passi.
Nessuno, conosceva il vecchio cunicolo dei minatori, quello che tutti credevano chiuso e che da dietro alla collina, portava fino in cima.
Le quattro sagome scure, sul bordo dell’altro versante, si stagliavano più nitide sotto la luna.
Lanciavano pietre, continuando a gridare verso la gran pietra ai piedi del crinale.

Non crederai che veniamo noi a prenderti, vero Andrea?
Non siamo degli ingenui, sai?
Puoi stare nascosto dietro quel sasso anche tutta la vita se vuoi. Noi da qui non ci muoviamo
. –

Era Stefano che gridava credendo che Andrea fosse ancora nascosto ai piedi della collina.

- Questa volta, la pietra in fronte te la tiro io. Puoi stare sicuro Andrea. In cima alla collina senza un graffio questa volta, te lo scordi. –

Insisteva Stefano ostentando una falsa sicurezza .

La prima pietra colpì proprio lui.

Dietro la nuca.

Andrea casualmente lo aveva colpito, nello stesso punto dove lo aveva già colpito Simona.
L’urlo fu agghiacciante.
Le mani di Stefano si riempirono di sangue.
Gli altri due ragazzi, che gli davano man forte, presero a correre giù per la collina, con il diavolo infilato nei calzoni.
Li avevano scelti davvero male, gli aiutanti.
Per combattere una guerra personale senza onore, non servono mercenari: ci vogliono ragazzi con le palle.
Se la stavano dando a gambe levate, perché avevano capito che Andrea li aveva presi alle spalle ed era incazzato.

La seconda pietra prese Giovanni in fronte, con la stessa precisione e nello stesso punto in cui Andrea aveva colpito Filippo.
Poi tirò altre due pietre veloci: una in mezzo alle gambe di Giovanni e una in mezzo a quelle di Stefano.
Le urla disperate dei due riempivano l’aria, mentre Andrea corse verso di loro impugnando il bastone.
Furono colpi terribili quelli di Andrea. Alle gambe e alla schiena.
Quando li vide, ansimare per terra, doloranti a rotolarsi in mezzo al sangue, Andrea disse quelle ultime parole che rimasero imprese nella testa di tutti e tre:

- Di questa giornata di merda, nessuno dovrà MAI sapere.
Se direte una sola parola di Simona a qualcuno,anche solo per sbaglio, tornerò anche dall’inferno, per cacciarvi in testa una pietra. Da adesso, da questa notte, la banda delle tre pietre NON ESISTE e nemmeno voi due.
-


------------------

Andrea non aveva mai saputo delle nozze di Simona.

Lo aveva rintracciato lei, dopo anni di silenzio, per chiedergli di essere presente in quel particolare giorno.

Simona avrebbe accompagnato Filippo nella sua ultima dimora e voleva farlo con Andrea, come per fare una riconciliazione.

- Meglio una pietra sulla fronte, che una dietro la nuca. Ricordi Simona? -.

Aveva detto Andrea al telefono a Simona, come se il tempo si fosse fermato a quella sera, alla vecchia fornace, vicino al ponte di pietra, non lontano dalla collina dei tre passi.

Simona aveva capito, aveva annuito silenziosa al telefono, prima di riprendere ad Andrea. Era rimasta in silenzio.
Aspettava che le immagini nella mente fossero più chiare, grazie a quella telefonata che non avrebbe mai pensato di fare.

- Il funerale di Filippo sarà domani sera all’ex chiesa sconsacrata. La ricordi Andrea? – Disse Simona senza aggiungere altro che un sospiro, e poi proseguì.

- Quella vicino alla collina dei "Tre Passi". Non potevamo seppellirlo prima, dovevano arrivare i nostri figli dall'Inghilterra. Studiano tutti e due lì.-
Aveva fatto una pausa Simona.
Come se le parole che aveva ancora da dire, facessero fatica ad uscire, dopo tanto tempo e dopo tante inutili spiegazioni cercate.

- Ci siamo sposati quattro anni dopo che te ne sei andato. Anche se non lo vedi da vent'anni... la questione con Filippo la puoi risolvere al cimitero.
Perdonando. Come lo perdonai io per quel figlio avuto contro la volontà di un intero paese che mi additò come una puttana.
Se vorrai fargli trovare pace, dovrai perdonarlo. Prima che venga sepolto. E’ stata questa la mia promessa.
Questo il giuramento.
Adesso decidi tu, cosa fare
.-

Il silenzio era durato meno di qualche secondo dall’altro lato della cornetta, ma sembrava fosse passato un secolo. Dopo venticinque anni, dalle guerre di rione, dalla banda delle tre pietre, dalle parole aguzze come pietre, che stava pronunciando Simona.
Andrea non si era mai sposato. Ma non aveva dimenticato quella vita in quel paese di provincia. L’aveva solo rimossa.
Aveva sperato in quella telefonata di Simona, per anni, ma poi aveva capito che non sarebbe arrivata.
Andrea aveva fatto la sua strada senza Simona. Da quella notte scandita da un temporale nel bosco, che aveva annullato amicizie e amori, era passato tanto tempo: troppo per serbare altro rancore.
Per un attimo avverti un brivido, sentì il profumo della terra bagnata di piaggia nel bosco, di nuovo sentì il gufo fare il suo verso, prima di capire che non serviva cercare ancora di dimenticare.
I ricordi anche usurati, sono pur sempre ricordi e non si cancellano con la gomma, allora tanto valeva farsene una ragione e darsi pace.

Andrea teneva gli occhi chiusi al telefono, quando fece quell’ultima domanda a Simona:

- Lo hai amato? -. Le chiese cose se temesse una qualunque risposta ad una domanda che forse si era fatto per anni.
E Simona rispose:

- Si, Andrea. Almeno credo. -. Lo disse lentamente, ma senza esitare. - L’ho amato, prima senza saperlo e dopo senza poterne fare a meno. E’ stata la felicità nata da un gesto assurdo e sconsiderato.
Poi ho imparato ad amare nel perdono. Cercò per anni, di alleviare il dolore. Veniva a piangere sotto la finestra, dove sentiva sorridere il suo bambino.
Mi ripeteva sempre la stessa domanda, ogni giorno – Quando mi perdoni? –. Finché una notte feci quello che il cuore già mi sussurrava da mesi.
Lo perdonai.
Da allora ogni minuto della sua vita fu per me e per suo figlio.
Ripeteva sempre la stessa frase, quella che usavi tu con noi. Era un’ossessione, come fosse stato il suo legame di un tempo, con te
.

- Ti porterò in cima alla collina del coraggio con il buio. Scoprirai che è meglio una pietra in faccia, che una dietro la schiena. -.

Simona, aveva trattenuto il respiro. Aspettava la risposta di Andrea come se ancora fosse il condottiero di quel tempo lontano.
E Andrea rispose:

- Ci sarò Simona. -.

Finì di dire quella frase, facendo un sospiro profondo, che Simona senti scorrere lungo il filo del telefono, fino alla sua schiena. Ebbe un brivido, ma non ci fece caso. Poi ascoltò le ultime parole di Andrea.

- Sarà l’ultimo assalto alla collina del coraggio, con il buio sotto una pioggia di pietre.-.

Aggiunse Andrea, prima di abbassare il telefono.

Aveva deciso di farlo, Andrea, nello stesso momento in cui aveva sentito la voce di Simona.
Doveva farlo, se voleva riprendersi quel pezzo di vita lasciata incastrata dietro alla vecchia fornace, vicino alla collina che tutti chiamavano “ dei tre passi” in quel paesino sperduto tra le montagne che gli aveva cambiato la vita.

Quella collina sarebbe stata per sempre “ la collina del coraggio”, e lui, per l’ultima volta, il condottiero senza paura, della banda delle "tre pietre".




F I N E
.


Il marinaio spiegò le vele al vento.... ma il vento non capì.

Edited by - Pier on 23 Mar 2007 21:44:47

n/a
deleted

6865 Posts

Posted - 22 Jan 2007 :  00:29:35  Show Profile  Reply with Quote

Hai scritto una bellissima pagina...

La donna ha l'età del cuore ~ l'uomo quello del giudizio...


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Marinella
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Italy
1843 Posts

Posted - 22 Mar 2007 :  00:10:42  Show Profile  Reply with Quote
come sempre letture piacevoli, minuziose nei particolari e scorrevoli.
Mi piacciono molto le storie che racconti e come lo fai. Mi riesce facile immaginare le situazioni.
Rimango sempre dell'opinione che dilettante non lo sei, o per lo meno, non lo dai a vedere.

mi vengono altre osservazioni, ma poi ti dirò...

Marinella
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