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 30a. Il gabbiano e la valigetta nera
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Maresa Baur
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Italy
402 Posts

Posted - 04 Feb 2007 :  05:14:38  Show Profile  Reply with Quote
IL GABBIANO E LA VALIGETTA NERA
di Maresa Baur












II - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9216
III - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9245
IV - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9264
V - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9330
VI - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9355
VII - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9372
VIII - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9391











Dedicato a un certo Pigmy,
una persona che non dimenticherò,
per avermi aperte le porte di
un mondo fantastico...
dove alberga la poesia…
la passione...
la vita normale.


CAPITOLO PRIMO
EDGARDO INCONTRA MARUSKA

Chi è Edgardo? Ha buttato via una vita dorata. Perché ha scelto la via più difficile?
Hanna Maruska Eschembach suonò al citofono del mio studio nel tardo pomeriggio di un venerdì di fine luglio.
Fu il suo nome esotico ad incuriosirmi tanto da concederle un appuntamento insolito nei fine settimana.
Avevo ascoltato la sua voce qualche giorno prima…
Quell’accento vagamente straniero e il tono agitato mi avevano incuriosito.
“Parlo con l’avvocato Edoardo Pratolini?”
“Edgardo”la corressi, “Edgardo Pratolini”.
Lo dissi in modo spazientito.
Troppe volte avevo dovuto correggere quel continuo storpiare un nome non certo difficile.
Anche in quell’occasione,emerse la mia naturale insofferenza mentre dall’altra parte del telefono,una voce femminile mi chiedeva con insistenza un appuntamento.
Non volle aggiungere altri particolari né io glieli chiesi sperando di scoraggiarla.
"Si tratta di un caso urgente,la prego!”
Lo disse in modo supplichevole e, quando aggiunse che stava correndo un pericolo,udii un piccolo singhiozzo…
Fu in quel momento che cambiai di colpo il mio atteggiamento.
Avevo,infatti,accettato ed ora al suono del campanello, sobbalzai, allungando la mano verso la cornetta posata sul tavolo della mia scrivania.
Era una delle mie abituali giornate indolenti in cui il pensiero di incontrare qualcuno cominciava a infastidirmi.
Strano per uno che nei rapporti con i clienti avrebbe dovuto dare il meglio di se stesso.
Era passato da tempo quel periodo.
Il disordine regnava nello studio, unito alla polvere sulle pratiche che giacevano da mesi abbandonate.
Sentii di nuovo quella voce che aveva catturato la mia attenzione... gli stessi accenti all’altro capo del filo del telefono sempre più incerti...
“A che ora mi può ricevere?”
“Fra un ora, alle 17.30”, risposi drizzandomi sulla poltrona come in attesa di altre parole…
“Grazie,a fra poco”,balbettò prima di riattaccare.
Clara,la mia segretaria non veniva il fine settimana e di conseguenza non avrebbe potuto mettere un po’ d’ordine, ma all’improvviso sentii quasi l’obbligo di farlo io.
Decisi di riordinare come potei, indossai la giacca di lino chiaro un po’ stropicciata,accorgendomi, davanti al piccolo specchio del bagno, d’avere il viso non sbarbato.
Scrollai le spalle e mi passai velocemente le mani tra i capelli.
Perché questo nervosismo? Lo ignoravo.
Seduto alla mia scrivania,cominciai a riguardare una vecchia pratica lasciata in sospeso.
Il campanello d’ingresso suonò.
Aprii la porta e davanti a me stava una ragazza molto alta,una pelle chiarissima con gli occhi lievemente arrossati,tipici delle donne bionde e i capelli molto ricci e lunghi.
“S’accomodi,la prego”, dissi, profondamente colpito, indicandole la poltrona.
Ci trovammo uno di fronte all’altra.
“Posso cominciare?”, chiese con voce incerta.
“L’ ascolto”, risposi e senza volerlo, guardai le sue mani così bianche e sottili.
Avevo notato la grazia con cui le aveva appoggiate in grembo.
Con un sospiro iniziò a raccontare lentamente...
Aveva sollevato quegli occhi incredibili, ombreggiati da ciglia chiarissime e mi stava fissando...
“Da alcuni giorni sono ospite in una pensione, non molto lontano da qui, all’inizio di questa via e la padrona che la conosce molto bene, mi ha suggerito di rivolgermi a lei per quello che mi sta capitando”.
Tossì lievemente, prima di proseguire.
“C’è un uomo nella casa di fronte, un tipo di mezza età ad occhio e croce.
A detta dei vicini, pare sia un pregiudicato che ha avuto diverse condanne per uso di stupefacenti e piccolo spaccio: ogni sera resta incollato alla finestra e mi scruta, sento d’essere continuamente osservata da lui. E’ arrivato addirittura ad usare un binocolo,ma la cosa più preoccupante è come abbia scoperto il mio numero di cellulare... non fa altro che mandarmi messaggi sempre più insistenti con provocazioni,le lascio immaginare quali”.
Adesso l’accento della voce pareva più concitato, come se il raccontare quel fatto le procurasse imbarazzo.
“Le confesso,avvocato, che sono molto spaventata. Ieri pomeriggio il tono dei messaggi era diventato minaccioso. Se non accetterò di incontrarlo, temo possa farmi del male. Non sapevo a chi rivolgermi. La padrona della pensione,la signora Celestina, mi ha suggerito di venire da lei prima di andare alla polizia. Mi dia un consiglio la prego, non vorrei che denunciandolo, le sue minacce diventassero più gravi e mi facesse male davvero.
Lei è molto conosciuto nel quartiere e magari è in grado di risolvere la questione senza grossi problemi.
Mi aiuti, non si preoccupi per il danaro, la pagherò! Dovessi... ”
E così dicendo, accavallò lentamente le gambe in un modo però triste e lento, titubante e stranamente pudico e incerto.
L’avevo ascoltata con interesse anche se mi ero accorto che c’era qualcosa di strano in lei, di non sincero.
Senza aspettare una risposta all’improvviso si alzò in piedi, infilò di scatto una mano nella piccola borsa che portava a tracolla.
Estrasse un revolver e stendendo il braccio, gli occhi di ghiaccio improvvisamente duri e con un lampo quasi di follia, sparò una, due, tre volte...
Mi stavo alzando, quando le pallottole mi colpirono, sbattendomi con violenza contro lo schienale della poltrona.
Cercai di rizzarmi di nuovo in piedi,ma era impossibile, il dolore era fortissimo e la vista si stava annebbiando.
Feci appena in tempo a scorgere il sangue che fuoriusciva e stava inondando la camicia bianca.
Mi portai una mano al fianco destro e mi accorsi che era bagnata, tutto si stava velando come in un sogno.
Percepii appena la figura esile di lei che si girava di scatto e offriva al mio sguardo l’immagine dei suoi fianchi perfetti che non avevano perso l’andatura felina di una vera femmina.
In un baleno guadagnò l’uscita,lasciando la porta aperta e me, semisvenuto, accasciato sul ripiano della scrivania...
Mi risvegliai molte ore dopo e la prima cosa che mi apparve nella nebbia dell’anestesia fu l’immagine di Clara in piedi accanto al letto dell’ospedale.
Clara, mia affezionata segretaria, conversava con uno dei medici che mi avevano operato.
Era stata la prima ad accorrere al mio capezzale, quasi colta da un senso di colpa per non esserci stata.
Lei non veniva mai il venerdì pomeriggio e così era stato Antonio, il portiere,a scoprire il delitto.
Lui era uscito dalla guardiola quando aveva visto passare quella splendida donna che scendeva di corsa giù per le scale.
Tuttavia non era riuscito a intravedere molto di lei perché portava un foulard nero sui capelli e grandi occhiali scuri.
Incuriosito,salì le scale ansimando per la sua mole e per l’evidente difetto ad una gamba che lo costringeva a zoppicare.
Antonio era arrivato fino al secondo piano,il mio.
La porta era aperta e mi aveva chiamato.
“Avvocato Pratolini…”, ripetè varie volte, ma non ottenne risposta.
Sapeva che Clara non c’era ed entrò.
Non gli ci volle molto per accorgersi della situazione.
Era un uomo avvezzo alle emergenze e quindi capì che l’unica cosa da fare era chiamare subito un’ambulanza.
Era spaventato, ma si preoccupò anche di non allarmare gli altri pochi inquilini di quel piccolo condominio alla periferia di Napoli...

Napoli,città di grandi avvocati, brillanti attori, personaggi estroversi come solo i napoletani sanno essere, città capace di tutto,artefice e vittima insieme d’una malavita sommersa e di una povertà congenita dove vigeva da sempre l’arte di arrangiarsi.
Città dove si diventava importanti in poco tempo, ma altrettanto facilmente si cadeva ed era un precipitare senza fine.
Io, Edgardo Pratolini, dottore in legge e in seguito avvocato, ne ero l’esempio evidente.
Mi ero laureato molti anni addietro: ero felice di quel 110 e lode e sentivo che mi si sarebbero aperte le porte più esclusive.
Io giovane avvocato quelle porte le avevo spalancate tutte.

Un inizio talmente entusiasmante da stupire perfino me stesso:
Uno studio nei quartieri esclusivi, clienti via via più importanti ed infine, il matrimonio con una ragazza di famiglia nobile ed agiata.
Un sogno probabilmente. Tanto mi era apparso in quel momento!
La fortuna ti sorride una volta e poi ti lascia solo alla guida del tuo mezzo. Io non ero così abile e la strada la sbagliai quasi subito.
Presi quella dei soldi facili e delle avventure.
Mi piacevano le bische clandestine ed il gioco d’azzardo.
All’inizio era stato piacevole, vincevo spesso, guadagnando considerevoli somme di danaro che dilapidavo in fretta,ma poi,come era prevedibile,tutto finì e le perdite diventarono una costante della mia attività di giocatore.
Non ci volle molto tempo perché i debiti demolissero il mio conto in banca ed ancor meno perché cominciassero a sommergermi,senza possibilità di arginarli.
Mia moglie Laura aveva vent’anni a quel tempo, poco più di una bambina,giovane e viziata,non seppe o forse nemmeno volle aiutarmi.
Era stata capace soltanto di giudicare e lo stesso fece mio suocero che altre preoccupazioni non aveva se non quella di difendere il proprio nome e reputazione.
La tanto decantata clientela andava assottigliandosi insieme alle cause processuali.
Il denaro ormai non entrava più nelle casse dello studio “Pratolini Dott.Avv.Edgardo, penalista”.
Diedi l’addio a tale prestigioso studio situato al centro della città e mi trasferii in uno dei quartieri più decentrati di Napoli, in un condominio situato in una delle stradette tipiche per i turisti,dove i panni stesi da entrambi i lati delle case, portavoci di una gioiosa povertà, dicevano facessero folklore.
C’era ben poco in quello studiolo che non provenisse da qualche rigattiere capace di vendere sedie e scrivanie usate a prezzi modici. C’era solo un frigo- bar dentro al quale la bottiglia di gin era quasi sempre vuota.
Era arduo comprarsene un’altra adesso che i clienti erano per lo più personaggi ambigui,molti dei quali addirittura non pagavano le parcelle se non dopo minacce e infinite insistenze.

Hanna Maruska Eshembach o come diavolo si chiamava quella donna, era entrata come una folgore nella mia vita e in pochi minuti aveva infranto i miei sogni di riscatto.
Povero ed illuso avvocaticchio che aveva pensato di ricominciare con qualcosa d’esotico la sua improbabile risalita che invece senza una ragione, si era interrotta bruscamente.
Per fortuna l’autoambulanza era arrivata subito con il solito frastuono e tutti gli abitanti presenti si erano affacciati alle finestre,sorpresi nel vedere sulla barella il corpo del “Sig. Avvocato di Via dell’Immacolata”.
Perché tutti avevano per me rispetto tanto da salutarmi con deferenza? Forse intuivano venissi da altro ambiente.
Cosa lo suggerisse loro non lo so.
Probabilmente i miei modi educati,una certa distinzione di comportamento, il cenno di saluto sempre gentile,la battutina,il sorriso al portiere col quale a volte mi facevo una partitina, tanto per non perdere l’abitudine.
Con i grossi giri avevo finito da tempo.
Però qualcuno mi tormentava ancora per i miei debiti.
Per tacitarli ero costretto a difenderli quando la legge riusciva a metter loro le mani addosso, sia fossero implicati in truffe o in scommesse non pagate alle corse dei cavalli.
Quella era ormai la mia clientela, fatta di piccoli,loschi figuri ai margini della grossa malavita napoletana.
Una volta,vagabondando di notte,dopo una serata trascorsa in un” pub”, mi ero beccato una coltellata da un cliente cui avevo sollecitato il pagamento d’una parcella.
Questa era la mia vita e per quanto facessi non riuscivo a riacquistare la dignità di un tempo.
Forse non mi ci sforzavo neppure, quasi sempre annebbiato dall’alcool di bassa qualità.
Eppure conservavo intatte le mie passioni,l’amore per l’arte e per le cose raffinate.
Vestivo con i miei vecchi abiti di buon taglio confezionati da sarti rinomati, solo che adesso erano più stropicciati del dovuto.
Lentamente mi accorgevo che cominciavo a trascurami.
Le donne mi avevano considerato un uomo affascinante, grazie ai miei capelli brizzolati,a due evidenti e scure sopracciglia che incorniciavano un viso maschio su cui spiccava una bocca sensuale, labbra morbide che si aprivano in un sorriso.
Ero stato amato dalle donne e molte avevano perso la testa per me nei locali alla moda, nelle serate napoletane, nelle feste dei vari salotti della città.
Il passato lascia cicatrici profonde che col tempo si ammorbidiscono... come il limo di un fiume su cui le onde dei ricordi passano in continuazione... onde che si trasformavano in una folla di pensieri e pentimenti che stavano facendo di me un lupo solitario e silenzioso.
Una sola cosa non rimpiangevo fra le tante,la consapevolezza d’aver perso quella moglie bambina troppo viziata e superficiale, magari bella, buona ed onesta che però non mi aveva mai fatto vibrare nell’unico modo che un uomo come me desiderava.
Ultimamente Clara mi accusava di essere diventato pensieroso e chi non mi conosceva mi prendeva per un essere scontroso,un po’ musone.
Non era vero,erano i momenti in cui ripensavo a come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto accanto una donna vera.
Ma la colpa era stata solo mia, appena laureato volevo fare carriera e avevo acchiappato la prima ragazza con dote,libera e in circolazione.

Cercai di aprire meglio gli occhi appiccicati, sapevo d’essere in un letto d’ospedale ancora non del tutto cosciente...
quando mi avevano ricoverato, ero stato dirottato immediatamente in sala operatoria.
Clara si accorse che mi ero svegliato e si avvicinò.
“Avvocato, come si sente?”
Non risposi... con un piccolo sorriso.
Anche il medico fece qualche passo nella mia direzione.
Estrasse di tasca l’apparecchio per la pressione e me l’avvolse al braccio destro.
“Sembra che il peggio sia passato”, disse dopo qualche istante.
“Il proiettile è stato estratto e per fortuna non c’erano lesioni gravi.
Se la caverà abbastanza in fretta.”
Mi stupii per non essere riuscito a rallegrarmi.
Rimasi in ospedale per diverso tempo ancora…
Lo stato di confusione mentale era accentuato dai sedativi.
Ero incapace di pensare a qualcosa che non fosse l’ultima immagine che la mia mente ricordava.
”Come sta oggi il nostro avvocato?”
Sorrisi debolmente a quell’infermiera rotondetta che ogni mattina mi cambiava le fasciature.
“Molto meglio, grazie”, le risposi.
Ma la figura di donna che mi appariva in continuazione era diversa da lei…
Era bellissima e misteriosa e sentivo ancora quella voce così calda e ricordavo quel vezzo che lei aveva avuto nel girarsi verso di me mentre parlava con una lieve smorfia perversa che le conferiva una strana luce negli occhi così avidi e al tempo stesso quasi puri, inspiegabilmente.
C’era stato in lei un lampo maligno, ma non me ne ero subito accorto perché il mio sguardo era sceso ad ammirare le gambe più belle che avessi mai visto,sottili e al tempo stesso piene di promesse anche in un semplice movimento che diventava subito malizioso.
Soprattutto il nome mi stuzzicava…
Dovevo assolutamente scoprire chi realmente fosse e quale fosse il vero motivo della sua visita.
Non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto.
Niente sembrava avere una logica.
Per quanto mi fossi trovato spesso in situazioni ambigue e compromettenti, nessuna cosca aveva motivo di farmi fuori, assoldando un killer così straordinario e particolare…
C’era qualcosa d’indecifrabile,di illogico,in quanto era accaduto, qualcosa che superava la mia capacità di immaginazione.
Solo quando fossi stato fuori dall’ospedale avrei potuto pensare di risolvere quel dilemma,perciò non vedevo l’ora di essere dimesso.
Pensai che avrei dovuto assumere di certo un investigatore e insieme a lui iniziare le ricerche.
Perché avrebbe dovuto uccidermi?
Perché mai quella strana ragazza,più sirena che donna,era venuta fin lì per spararmi tanto freddamente e poi sparire nel nulla?
Dovevo scoprirlo al più presto.
Cercai con fatica di sedermi, facendo forza sul palmo delle mani, ma fu inutile.
Il dolore al fianco era ancora lancinante ed il rischio di rompere i punti di sutura, mi dissuase.
Premetti il pulsante sul comodino e la solita infermiera brunetta e sorridente apparve sulla soglia.
”Vorrei un giornale qualsiasi”, la prego “sono curioso di sapere cosa dicono di ciò che mi è accaduto.”
“Avvocato,lo farei volentieri,ma prima dovrà ricevere il commissario: è qua fuori da un po’. Finora l’ho tenuto a bada con la scusa che lei dormiva, ma adesso temo non sia più possibile.”
“Sei un angelo, Giusy,” risposi, ti ringrazio e dì al commissario che, se vuole, sono a sua disposizione”.
Lei divenne rossa, mi sorrise di nuovo e sculettando più del solito s’avviò alla porta.
Così mi trovai di fronte il rappresentante della legge che cominciò con le solite domande di rito.
Prontamente mi affrettai ad eluderle.
Era facile per un ferito comportarsi in modo reticente senza destare sospetti e lo era ancor di più per un uomo di legge che sapeva bene cosa fosse la reticenza.
Balbettai che avevo ancora forti dolori alla testa e vuoti di memoria continui che Giusy avvalorava con cenni del capo.
“Commissario, mi creda, ho perso i sensi quasi subito e ciò che mi ricordo glielo ho già descritto in ogni particolare.
Stavo pulendo una pistola che un cliente, non ricordo più quale, mi aveva lasciato in pagamento per le mie prestazioni professionali.
Possiedo un regolare porto d’armi e ammetto il mio errore di non avere denunciato il possesso di quella pistola alla polizia.
Sono certo che la rivoltella sia rimasta in studio. Ma con tutto il via vai chiunque potrebbe essersela presa”.
Sapevo già che avrei avuto dei guai per questa dichiarazione e cercai di sminuire le mie responsabilità sostenendo che del cliente avevo perso le tracce.
Il commissario Perilli era un vecchio poliziotto, vicino alla pensione e non era uno sprovveduto.
Difficile pensare che si sarebbe accontentato delle mie argomentazioni.
Eppoi quei due proiettili che non mi avevano colpito e si erano conficcati nella parete dietro alla scrivania come si giustificavano?
Ma vivevamo a Napoli,e fatti di quel genere erano all’ordine del giorno.
Certo,ci sarebbe stata la perizia balistica che avrebbe confermato che i proiettili erano dello stesso calibro di quello che avevo avuto in corpo.
Date le mie testimonianze e la mia mancata denuncia,la storia sarebbe stata presto archiviata.
Anche se Perilli fosse stato di tutt’altro avviso,ero sicuro che non avrebbe insistito più di tanto nelle ricerche.

Una settimana dopo fui dimesso dall’ospedale,ma la mia ripresa fu faticosa e dolorosa.
Ancora mi chiedevo però perché avessi deciso di sviare le indagini?
Cosa mi aveva convinto a farlo?
Mi sentivo molto debilitato e frastornato dai troppi medicinali e calmanti che avevo dovuto assumere.
Le ferite bruciavano tremendamente, marchio che avrei portato per sempre sul mio corpo ancora atletico nonostante i cinquant’anni suonati.
Sarei tornato in ufficio il giorno successivo,per qualche ora soltanto, avevo promesso a Clara preoccupata.
Già pochi giorni dopo,avevo ripreso il ritmo e gli orari consueti.
I pochi clienti che mi erano rimasti sapevano che per qualche tempo non avrei potuto essere disponibile.
Dirottarono le loro richieste sulla povera Clara che anni di praticantato avevano resa efficiente e capace quasi quanto il sottoscritto.
Avevo un solo obiettivo: risolvere il dilemma che mi aveva avuto come protagonista.
Sapevo che da solo sarebbe stato impossibile farlo.
Mi occorreva un investigatore,come quelli che usavo negli anni d’oro, ma ora non avevo i mezzi per sostenere spese troppo alte: mi sarei dovuto servire di qualche mezza cartuccia.
Volevo una persona sveglia però,senza troppe pretese che accettasse quel poco che potevo offrire,un compagno d’indagini con cui coordinare le ricerche.
Le pagine gialle di Napoli, alla voce “investigazioni” erano gremite di nomi, trafiletti evidenziati su cui spiccava ogni sorta di pubblicità.
Grossi caratteri in neretto, catturarono la mia attenzione:

“La mia vita per l’indagine, attenta, minuziosa, incalzante, costante. Successo garantito!”

Più che uno slogan sembrava un annuncio funebre per ricordare l’attività in vita di un defunto.

Il nome di Ippolito Caianiello, mi destò un’immediata simpatia.
Mi segnai il numero di telefono e chiesi a Clara di chiamarlo e fissarmi un appuntamento anche subito.
Stava quasi per obiettare, quando l’etica professionale le impedì ogni commento.
Mi fissò l’appuntamento per la sera stessa e decisi di trascorrere le ore dell’attesa,passeggiando per ritrovare lo spirito perduto.
Clara non bevve alcuna delle mie parole, ma si astenne da qualsiasi commento.
“Ci vediamo domani”, le sorrisi salutandola.
Quando uscii in strada mi immersi nel solito traffico caotico che mi scoraggiò subito dall’usare l’auto.
Sarebbe stata una tortura in più attendere in una coda infinita l’ora dell’appuntamento e decisi di compiere il tragitto a piedi.
Mi incamminai lentamente sul marciapiede,attento a schivare i motociclisti che pur di giungere a destinazione invadevano ogni spazio calpestabile.
Era una specie di gincana, tra veicoli in sosta vietata ed altri in movimento, un caos infernale e schiamazzante al quale ero abituato ed in fondo lo sopportavo, certo che senza di esso mi sarei trovato spaesato.

Lo studio di Ippolito Caianiello era lontano qualche isolato, nella medesima zona periferica e degradata, ma di certo era più in ordine di come solitamente lasciavo il mio.
Caianiello era un uomo alto e magro,portava gli occhiali spessi un dito e da dietro le lenti due occhi dalle pupille un po’ dilatate gli conferivano un’aria spiritata.
“Prego si accomodi”, disse indicandomi una vecchia poltrona in similpelle che si trovava di fronte alla sua scrivania.
Mi accomodai e mentre anche lui si sedeva, mi chiese di esporgli il caso.

Edited by - memius on 13 Feb 2007 11:18:15

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Posted - 04 Feb 2007 :  11:14:35  Show Profile  Reply with Quote
Ehy! Allora è questo il racconto sul gabbiano... ti seguirò! Lo sai che un gabbiano vive anche dentro alla mia anima!!!! E rappresenta la mia forza di rialzarmi sempre dopo ogni caduta sugli scogli, senza rinunciare mai ad inseguire i propri sogni! A crederci fino all'impossibile! Vale anche la pena di morire per inseguire i propri sogni...

Questo è un giallo noir... bello ed intrigante! Ottime le descrizioni!



Non c'è immagine che non mi parli di voi, ritrosa Luna. Voi siete colei che da lontano risplende.
(da Luna... di Erendal)

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6865 Posts

Posted - 04 Feb 2007 :  23:27:53  Show Profile  Reply with Quote

Ti seguirò anche in questo romanzo. L'inizio mi piace molto,
già subito pieno di azione. Lo hai scritto prima o dopo i
tredici gatti neri, Maresa?


La donna ha l'età del cuore ~ l'uomo quello del giudizio...


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Maresa Baur
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Italy
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Posted - 05 Feb 2007 :  04:58:48  Show Profile  Reply with Quote
Cara amica e fedele lettrice, ti confesso che tengo molto al tuo giudizio. Io amo i miei scritti. In ognuno c'è una Maresa che appartiene a un momento della mia crescita come autrice e come donna.Le cose migliori nascono dal dolore. Dopo la morte di sei anni fa del mio adorato marito è esplosa la mia follia creativa che già ruggiva in me fin da bambina. Le grandi emozioni mi segnano molto e allora ho bisogno di raccontarle e ,in un certo modo, guarisco lentamente. Ho amici ovunque nel mondo tramite internet e sono tutti legati al mondo della cultura. Prediligo gli sceneggiatori e i pittori. Attraverso i miei scritti racconterò la mia storia e le mie esperienze. Molti personaggi li ho conosciuti nel dolore e nella gioia. "Il gabbiano e la valigetta nera" è stato il risultato di una simbiosi artistica con un poeta affascinante che aveva il potere di comunicarmi tutta la magia della vita. Le nostre e-mail erano poesie e di qui è nata la mia capacità di far poesia. Vivevo per le sue risposte e intanto la mia fantasia creava personaggi che si muovevano intorno a me soprattutto di notte ed io li sentivo vivi. Facevano quello che io avrei voluto fare. Maruska,la protagonista, mi somiglia per certi versi e per altri somiglia alla mia giovanissima figlia. Infatti ha solo 26 anni. Questo libro l'ho già pubblicato con la Nephila di Firenze e ho venduto tutte le copie. Voglio riproporlo ed eventualmente farne una revisione ascoltando i vostri consigli per ripubblicarlo alla grande!!! Vi dò il link del mio sito personale http://digilander.libero.it/biribanti.maresa
Vi manderò anche la copertina.
I tredici gatti li ho scritti in un periodo precedente, terribile, in cui pensavo continuamente a mio marito e quindi esaltavo soprattutto la passione, il dolore per l'assenza. Ho avuto in quel momento, un'amica simile ad Yvette che mi ha pugnalata alla schiena,ma come nel romanzo l'ho perdonata anche se l'amicizia spezzata è più dolorosa della perdita di un amore. Ciao deliziosa lettrice e continua a darmi segnali delle tue preziose emozioni.Grazie Mare
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Maresa Baur
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Italy
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Posted - 05 Feb 2007 :  05:18:23  Show Profile  Reply with Quote
Caro Erendal,si, questo è il mio gabbiano. Vedi dico "mio" come fosse un figlio. Tutti i miei libri sono figli e ve li presenterò uno alla volta. L'unico inedito è "Tredici gatti neri..." Mi è rimasta qualche copia degli altri che tengo per farli concorrere a premi importanti.
Hai ragione Erendal, i miei sogni non muoiono certo all'alba,ma in quel momento sono vivi e prepotenti più che mai. Non soffro di assenza di idee ed entusiasmo. Credo nella forza della mia fantasia e della mia passionalità che mi impediscono di vivere una vita monotona e priva di interessi. Il mio guaio è che devo arginarli e convogliarli nella giusta direzione tenendo anche conto della tecnica della narrazione, il che spesso mi blocca e infastidisce. Capisco però che l'editoria e i lettori hanno le loro esigenze!Un abbraccio e a risentirci con le tue interessanti osservazioni!!!! Mare
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memius
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682 Posts

Posted - 13 Feb 2007 :  07:46:01  Show Profile  Reply with Quote
attenti..............


sono tornato :-)



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memius
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682 Posts

Posted - 13 Feb 2007 :  11:19:00  Show Profile  Reply with Quote
ho fatto il possibile...

la foto è un po' piccola, ma rende l'idea..

Ciao ciao



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Maresa Baur
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Italy
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Posted - 17 Feb 2007 :  18:25:56  Show Profile  Reply with Quote
TI RINGRAZIO MEMIUS SEI UN TESORO!!!
HO UN ALTRO QUESITO PER TE. HO PARECCHIE REGISTRAZIONI INTERESSANTI DI MIE POESIE E DI ALTRI AUTORI ,POTREI INVIARTELE E POTRESTI PUBBLICARMELE IN UN FORUM DEDICATO SOLO ALLE REGISTRAZIONI. hO FATTO QUESTO LAVORO SU WWW.NETTERATURA.IT. ORA IL FORUM E' CHIUSO MA NON SOLO! WWW.TGLMAN.IT DA DOVE PARTIVO PER REGISTRARE HA PURE CHIUSO I BATTENTI. sONO RECITATE DA ME E SONOINTERESSANTE A DETTA DI CHI LE HA ASCOLTATE.mI PUOI AIUTARE SE TE LE INVIO VIA E-MAIL? GRAZIE SE AVRAI TEMPO DI FARLO E SCUSAMI Maresa


Edited by - memius on 18 Feb 2007 07:39:17
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memius
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Posted - 18 Feb 2007 :  07:40:16  Show Profile  Reply with Quote
quote:
Originally posted by Maresa Baur

TI RINGRAZIO MEMIUS SEI UN TESORO!!!
HO UN ALTRO QUESITO PER TE. HO PARECCHIE REGISTRAZIONI INTERESSANTI DI MIE POESIE E DI ALTRI AUTORI ,POTREI INVIARTELE E POTRESTI PUBBLICARMELE IN UN FORUM DEDICATO SOLO ALLE REGISTRAZIONI. hO FATTO QUESTO LAVORO SU WWW.NETTERATURA.IT. ORA IL FORUM E' CHIUSO MA NON SOLO! WWW.TGLMAN.IT DA DOVE PARTIVO PER REGISTRARE HA PURE CHIUSO I BATTENTI. sONO RECITATE DA ME E SONOINTERESSANTE A DETTA DI CHI LE HA ASCOLTATE.mI PUOI AIUTARE SE TE LE INVIO VIA E-MAIL? GRAZIE SE AVRAI TEMPO DI FARLO E SCUSAMI Maresa






Ok mandamele pure in formato mp3.

P.s: per comunicazioni private usare e.mail - Grazie :-)



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