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 32a. Romanzo:"Al di là del Muro"
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Rodolfo Vettorello
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Italy
121 Posts

Posted - 04 Feb 2007 :  18:05:45  Show Profile  Reply with Quote
AL DI LA’ DEL MURO
-Storia di GILDO-
di Rodolfo Vettorello







Come se ogni verità, il senso stesso della vita stesse al di là di quel muro.
Gildo era solo un bambino come me,un compagno della fanciullezza incontrato poi di rado e alla fine dimenticato. Lo ritrovo ora in un cimitero di campagna.
Ho toccato la sua pietra tombale e ho raccolto per me, un sassolino del suo ghiaietto.
Era nato lassù, nella casa di pietra quasi scavata sotto il pendio. Nessuna cosa era mai stata comprata per lui, portava solo le nostre cose dismesse che Amabile rammendava all'infinito.
Portava scarpe solo per andare a scuola. Certe scarpe di gomma nera traforate come sandali e d'inverno galosce di legno con la tomaia di crosta fissata tutt'in giro con borchie. Capelli quasi rasi a disegnare la testa in tondo. La madre li sapeva tagliare solo così.
La prontezza e l'intelligenza erano fulminee e squillanti. Nessuno poteva competere con lui in un gioco d'abilità qualunque che richiedesse riflessi, intelligenza, memoria o agilità. Arrivava per primo ma così senza vanto e senza compiacimenti. Con la sola gratificazione di piacere a se stesso.
Non chiedeva mai nulla e quello che possedeva era per tutti.
Fu mio complice o fui suo complice in tante piccole avventure che ci lasciavano sempre col cuore in tumulto.
Alla stagione d'estate i contadini raccoglievano nei cespugli di salice, i rami più snelli, sottili e lunghi che sarebbero diventati, sbucciati, le verghe di vimine adatte a costruire cesti. Avevamo osservato come piantassero a terra un moncone di legno fresco, diviso in testa a creare una forcella. Seduti nell'erba trascinavano con forza dentro la biforcazione il ramo verde per liberarlo della sua buccia e far apparire l'asticciola bianca e pulita, la venga.
Nei ghiaioni del lungofiume raccoglievano dai cespugli mannelli ordinati che riunivano con un rametto flessibile annodato. I gruppi di mannelli, allineati sul carro, aspettavano a bordo strada.
Quel giorno avevamo deciso di raccogliere vimini.
Certo che il carretto colmo al bordo dello sterrato era un invito. La nostra carriola venne in fretta riempita del lavoro già fatto da qualche contadino all'opera nel folto.
Non arrivò sera che mentre ci accingevamo alla sbucciatura, bisognava fare presto prima che i rami si asciugassero, un contadino inferocito si affacciò al portone della corte.
Nessuno confessò, ma non ce ne fu bisogno.
Caricammo il suo carretto e giurammo di proseguire l'indomani nella sua aia il lavoro che avevamo appena iniziato.
Imparammo anche l'arte di intrecciare il vimine, imparammo come si inizia un cesto partendo dal fondo per poi alzarsi pian piano. A me mancò la lezione per concludere il bordo, ma l'estate era ormai finita e bisognava rientrare in città.
Clamoroso fu un altro furto alle spese di Piero, il padre di Gildo.
Tutti rubavano dal suo orticello dietro casa i pochi ortaggi che coltivava. Lui lavorava nei campi e la custodia dell'orto era affidata al vecchio cane che non aveva né voglia né temperamento per spaventare i ladri.
Le zucchine e i cetrioli venivano rubati che portavano ancora il fiore giallo, segno della loro immaturità. Le carote venivano dissotterrate, pulite in fretta sulla manica della blusa e mangiate sul posto. Il ciuffo verde veniva ripiantato di fretta, per non lasciar traccia e sperando in qualche miracolo.
Piero aveva pensato di seminare i cetrioli lontano da casa, dentro a un campo di mais, dove nessuno sapesse. Quando io e Gildo scoprimmo il giardino dell'eden decidemmo il da farsi.
Era l'estate di anni lontani. Mangiammo sul posto dei tenerissimi cetrioli ancora in fiore. Riempimmo poi le tasche dei pantaloni poi ancora le bluse. Tanti fino a scoppiare e scappammo prima di essere scoperti.Più tardi proseguimmo il pranzo all'ombra di un albero; bevemmo alla pozza d'acqua sorgiva a cui si abbeveravano le mucche al pascolo.
Mangiammo cetrioli e bevemmo fino a morire.
Non ci fu bisogno di essere scoperti, la resa fu obbligata dopo un'indigestione inevitabile.
La punizione venne da sola con dolori che durarono per giorni e notti.
Non ho piu' potuto assaggiare un cetriolo acerbo.

Costruire una fionda oggi non si fa più.
Ne ho comprata una, per pura nostalgia, in un negozio di armi. Mi hanno messo sul tavolo delle macchine meravigliose, in acciaio, con tiranti in tubolare di caucciù, con appoggio per il braccio. Ho scelto la migliore, una Barnett, la marca prestigiosa di un produttore inglese di archi e balestre.La sua coramella non prevede il sasso raccolto da terra ma dei proiettili micidiali, delle sfere d'acciaio.
La fionda che io e Gildo costruivamo non aveva nome e non aveva raffinatezze tecnologiche.
La prima cosa da procurare era una forcella adatta.
Si girava per boschi per giorni interi alla ricerca del pezzo migliore. Il ramo di origine, quello che sarebbe diventato il manico doveva avere la misura adeguata alla mano, la biforcazione dei due rami che sarebbero diventati i due rebbi dello strumento doveva essere perfettamente simmetrica,i due bracci non troppo divaricati né troppo ravvicinati ma armonici e ben disposti. Il legno più adatto era elastico e resistente. Una scelta difficile ma che avrebbe avuto la sua ricompensa nella perfezione dell'arma.
Gli elastici si compravano al negozio delle sorelle Lise, a Meano.
Nessuno di noi aveva soldi da spendere ma le sorelle accettavano di essere pagate con il baratto. Bastava far sparire qualche uovo dal pollaio di Amabile. La cosa andava preparata per tempo perché occorrevano diversi giorni per mettere da parte, nascondendole dietro la fontana, le uova che potevano sparire senza suscitare sospetti.
Anche le coramelle di cuoio erano sempre un cruccio. Non era facile procurarsi dei pezzi di pelle che fossero sufficientemente morbidi e nello stesso tempo resistenti. Si, perchè dovevano essere forati ai lati per collegare gli elastici e il loro compito era quello di sopportare la trazione del tiro.
Stavolta però il problema sembrava risolto. Le scarpe da calciatore dello zio Ugo avevano delle linguette così morbide e così lunghe da sembrare ideali. Due scarpe, due coramelle, una per me e una per Gildo.Certo lo zio Ugo non sarebbe stato contento, anzi forse mi avrebbe ucciso se mi avesse scoperto ma ora era lontano per lavoro. Non sarebbe tornato che in autunno e per allora forse si poteva inventare qualcosa.
Le due fionde furono l'invidia di tutti gli amici. I barattoli di latta non ebbero scampo. Allineati sul muro del prà grande furono dei bersagli ideali per l'allenamento.
Messa a punto la mira, per i poveri passeri che venivano in visita al grande fico del vigneto non ci fu più salvezza.
La precisione di Gildo era miracolosa, un pò peggio la mia.La nonna Angelina era così fiduciosa da preparare in anticipo la polenta, dopo aver commissionato a Gildo la dozzina di passeri che servivano per il pranzo. E i passeri arrivavano puntuali, nella quantità pattuita, pronti per essere spennati.



I giorni d'estate passavano piano, scanditi solo dalle lettere della mamma che almeno due volte la settimana mandava notizie di casa, faceva raccomandazioni e pretendeva risposte.
Nella grande casa delle Gravazze tutto sembrava sempre immobile, fuori dal tempo.
Il silenzio era rotto soltanto dal canto del gallo al mattino e dal coccodè di cento galline libere nel cortile, dal latrare lontano di un cane. Motori d'auto si preannunciavano e attiravano i bambini sulla statale per veder passare una Balilla o un'Ardea, non più di cinque o sei auto nella giornata.
La moto scintillante di Candeago faceva uscire tutti di casa per vedere se il pazzo regalava anche quel giorno il suo numero: lo sfrecciare in piedi sulla sella.
La vita di comunità si svolgeva tutta intorno alla lunga panca addossata al muro del porticato. La panca era per tutti quelli che, passando sulla strada campestre diretta ai "salet", i terreni sulla riva del Piave, decidevano per una sosta.
Si fermava sempre Chechi Cason, un grande vecchio, un tempo ricco proprietario terriero, poi cacciatore e ora per età solo nostalgico rievocatore di tempi andati. E si fermava chiunque avesse la bicicletta un poco sgonfia perché la pompa era sotto il portico, ad uso di tutti.
Si fermavano anche i "nert", i longaronesi artigiani di "scarpet", le tradizionali scarpe di pezza fatte a mano, da vendere sui mercati di Feltre e Padova. Spingevano carretti con ruote di bicicletta e chiedevano di potersi riparare dalla pioggia o di passare la notte.Ripartivano all'alba, lasciando un piccolo dono: un paio di scarpet o un mortaio di legno tornito.
La panca era il salotto delle Gravazze, il luogo dove si raccoglievano le notizie di tutta la valle, dove gli assetati chiedevano un bicchiere d'acqua che per pietà veniva resa più dissetante con uno spruzzo di aceto.
La panca era il ritrovo di chi veniva da Angelina a farsi leggere le lettere dei familiari emigrati all'estero.Lettere dalla Persia, dall'India, dal Sudamerica, da ogni parte del mondo.
Soprattutto certe lettere e contratti di lavoro dalla Germania.
Leggeva a voce alta le cose più intime e modulava il tono per trasmettere l'affetto o la disperata nostalgia di emigranti che non tornavano a casa per anni ed anni.
Preparava anche struggenti lettere d'amore per tante donne che sapevano solo piangere.
Ho imparato dei sentimenti umani e dei pudori di dire. Ho capito che la nostalgia, il rimpianto, la disperazione possono essere pubblici e insieme intimi e discreti.

L'estate era scandita dal canto delle cicale, forsennate e impazzite di sole; dal giallo delle spighe di grano e dei grandi fiori di zucca. La sera da nugoli di lucciole, da catturare e chiudere in una bottiglia a illuminare la camera almeno per una notte..
E le rane che impedivano di parlare con il loro fragore.
E le sere a "filò". Le riunioni serali dei vecchi che si raccontavano storie infinite di amici perduti, di malattie, di spiriti, di tradimenti. E di storie terribili per i bambini.
Bisognava portare un piccolo dono quando si andava da Meno e Colombina nella loro casa oltre il bosco di acacie.
Da Pellegrin portavo a casa una bottiglietta con un decimo di grappa. Un goccio per ciascuno, anche ai bambini era consentito di bagnare le labbra, solo per il sapore.
E i compiti delle vacanze; tutte le mattine sul terrazzo all'ultimo piano, all'ombra del glicine e dietro a un grigliato affacciato sulle montagne. A scelta, tema di italiano o compito di matematica.
E l'obbligo della siesta dopo pranzo. In camera e con gli scuri semichiusi a tenere fuori la calura.
L'ordine veniva dalla mamma e Angelina non transigeva. I bambini venivano consegnati all'inizio delle vacanze lavati, purgati e pesati. Al rientro in città dovevano essere un poco abbronzati e ingrassati di un paio di chili. Per questo dovevano anche riposare.
Gildo e gli amici aspettavano in silenzio il nostro rilascio.
La cameretta ospitava in un angolo una libreria dimenticata in modo che il sonnellino diventava una pausa di lettura. Dopo aver scorso tutti i libri del Touring, sulle città d'arte mi capitò tra le mani un libro che nessuno aveva ben nascosto.
Anni addietro zia Laura aveva frequentato un corso per ostetrica e il suo libro di testo, con i disegni e le illustrazioni diventò la mia scuola di sesso. Peccato non poter svelare le mie infinite competenze a nessuno, la nonna l'avrebbe subito saputo e sarebbero stati guai.
Tenere per me questo sapere é stato uno dei pesi di quegli anni.
Si aspettava la domenica perché lo scorrere uguale del tempo potesse avere una piccola scossa.La domenica é e sarà per sempre un'attesa, per i bambini poi é sempre una promessa e una delusione.
La Messa al mattino, vestiti di nuovo e con le scarpe lucide, alla chiesa di Meano, l'obbligo di non sporcarsi. Anche Piero si riconosceva la domenica; camicia pulita e gilet stirato, pantaloni di velluto e bretelle. Ma solo per la Messa e per un salto da Pellegrin per un'ombra di vino. Piu' tardi ci sarebbero state le bestie da "guarnar", da accudire , mungere e preparare le biade.
Tante furono le estati sempre uguali ed immobili, ma serenamente felici.

Le fiere, queste sì erano il vero avvenimento memorabile, così forte da rendere indimenticabile un anno intero.
La fiera di Meano con le sue bancarelle di dolci e di giochi e con la pesca ricca di meraviglie da sorteggiare.
La fortuna di vincere un libro o un pupazzo. La fiera di Sedico con le giostre a carosello e il calcinculo, la giostra con i seggiolini appesi a catene, emozionante per il gioco di speronarsi e intrecciarsi in volo. E le gabbie volanti dove, spingendo con forza si poteva fare un giro completo, il giro della morte. E le moto impazzite dentro il pozzo a sfiorarsi in velocità e inseguirsi sulla verticale.Guardare, soprattutto guardare per decidere come investire le poche monete.
Estati magiche, quando zia Laura, a sera caricava qualcuno a turno sulla sua Vespa per un cinema a Belluno. L'emozione di correre nel vento e il ritorno a notte, con un cielo lucido di stelle tremolanti, cantando le note della musica del film di Dean Martin.
Estati immobili, una dopo l'altra fino all'ultima terribile estate per Gildo e per tutti.

Piero, padre di Gildo, era il mezzadro del conte Miari-Fulcis. Gli era data in uso una casa di pietra, addossata alla grande casa rossa di Angelina. Una casa come una tana, povera e miserabile.
Una grande cucina con il camino al piano terreno, affacciata sul cortile. A lato una specie di dispensa per le scorte di cibo, un deposito di tutto quello che andava diviso con il conte e poi una stalla per una decina di animali, tra mucche, buoi, pecore e capre, una porcilaia con il suo spazio esterno, un ricovero di carri, un cesso comune e un deposito di attrezzi. Ai due piani superiori, due e due camere senza ombra di camini o stufe e più in alto un grande granaio.
I terreni da coltivare erano poco più di una decina di ettari, parte a granoturco, parte a frumento, parte a prato e piccole porzioni a frutteto e vigneto. Accanto a casa un piccolo orto.
Piero, Amabile sua moglie, lo zio Carlo, avevano un bell'impegno a cavare da vivere da una terra avara e povera. Un poco di lavoro toccava anche a Gildo e al fratellino Eugenio, Neno per la mamma e per noi.
Quell'anno, al momento della mietitura Piero affittò una trebbiatrice che per comodità venne sistemata nel cortile della nonna, davanti al portico.
La mietitura coinvolgeva tutti gli uomini dei dintorni che dedicavano un giorno del loro lavoro ad aiutare. Il grano veniva mietuto a mano con il falcetto, i mannelli venivano riuniti in fasci ordinati e caricati sui carri. Nell'aria ancora la retorica del fascismo con Mussolini che mieteva a torso nudo e con lo sguardo fiero.
La macchina rumoreggiava da tempo quando il primo carico arrivò per la trebbiatura.
Giravano nastri caricatori, sferragliavano meccanismi mai visti e incredibilmente dal mostro cominciavano a uscire, da una parte parallelepipedi di paglia compattata e dall'altra una pioggia dorata di chicchi che andavano a colmare sacchi e sacchi. Una giornata intera di fracasso e di fumo. Verso sera quando già gli uomini si apprestavano a festeggiare ,entra nel cortile la macchina sportiva del giovane conte Miari-Fulcis.
Un saluto per tutti poi il rito di valutare il frutto della stagione. I sacchi furono contati accuratamente, il contratto di mezzadria prevede che il raccolto, depurato della parte di grano spettante al trebbiatore, venga diviso a metà tra il proprietario del terreno e il contadino.
Il conte esaminò bene la sua parte che paragonata ad altri anni gli parve esigua. Cominciò un confabulare che teneva desta l'attenzione di tutti i bambini che avevano partecipato al lavoro come a una festa.
Qualcosa di pesante si stava addensando perché l'atmosfera di colpo si fece elettrica.
Nel momento in cui il conte andò rabbiosamente a frugare nel fieno al fondo del portico, finì l'epoca magica dell'innocenza.
Il peccato esplose con veemenza davanti alla mia coscienza .
La forca del conte aveva disseppellito il peccato di Piero, i sacchi di grano sottratti alla divisione.

Piero e Amabile, Carlo con Gildo e Neno furono, con decisione fulminea, cacciati dalla loro casa e dai campi.
I giorni che vennero furono di infelicità per tutta la comunità.
Nessuno condannò il furto come nessuno condannò il gesto del conte. Solo la tristezza della miseria colorò di nero la sorte di un uomo, della sua famiglia, di tutto il villaggio.
Caricò le sue poche cose su un carro tirato dai buoi di un parente e partì con la famiglia, senza un saluto, senza una raccomandazione, senza una parola. Il vecchio cane seguiva il carro come per un funerale.
Le galline rimasero per giorni libere nel cortile.
Un altro mezzadro arrivò presto a prendersi cura degli animali, della casa, dei campi e dei raccolti..
Soltanto l'estate seguente si saprà dove Gildo e la sua famiglia hanno trovato una casa e un lavoro.

A Roncoi, proprio sotto la montagna che domina le Gravazze, sotto le crode, dove gli ultimi pascoli si aprono al sole, dove la neve resiste fino a primavera inoltrata.
Quassù l'erba è bassa e sottile e i fiori sentono il vento. La luce è più tersa e tutto sembra leggero.
Amabile ci ha invitato nella sua nuova casa ma salire a piedi fino lassù è un' avventura. Bisogna partire presto il mattino e con qualche provvista.
Si lascia la strada appena sopra Meano per una scorciatoia tra i prati e i frutteti, fino a Callibago.
Più su, sulle rive, colline coperte di castagni, bisogna orientarsi nei boschi anche se l'importante è salire e salire.
Ancora più in alto, ai primi pascoli, la vista spazia su tutta la valle fino al fiume lontano.Alle prime case bisognerà recuperare la strada sterrata e andare verso il paese. Roncoi è un villaggio di case sparse nei prati, l'alto campanile svettante indica la chiesa. Le indicazioni di Amabile ci portano subito alla stradella dissestata, in fondo ecco la casa di sasso.
Animali, attrezzi, galline, maiali, pergole di glicine e di vite. Ci attende un pollo cotto sul camino e un'insalata di erbe di campo condita con lardo a pezzetti, ancora caldo di padella.
Poi via a trascinare su per l'erta la slitta da erba, la mussa, che serve a caricare fieno da portare a casa dai pascoli alti. Scivolare sul pendio ripidissimo aggrappati alla grande slitta è un'emozione folle, mai provata, quasi come quella di correre su un carro guidato da Gildo e tirato da un cavallo imbizzarrito.
Il carro è di quelli da fieno, con ruote di legno cerchiate in ferro. Sente tutti i sassi dello sterrato ma è troppo bello stare seduti sulle sponde inclinate, fatte come due scale a pioli. Quando il cavallo decide di correre, il panico fa saltare qualcuno a terra. Un attimo e poi non è più possibile scappare. Gildo serra a sangue i mozzi dei freni e una ruota comincia a fumare e ad arroventarsi.
Ma il carro non si arresta che quando un contadino si mette di traverso alla strada e afferra il cavallo per il morso.
Si torna verso casa insieme al tramonto.Sui lunghi pendii d'erba, saliti al mattino col cuore in gola, si può scendere a balzi.Su quelli più ripidi si può lasciarsi rotolare sul fianco e girare e girare fino a perdere la testa, per fermarsi al fondo, dove l'erba è più alta. E l'emozione di rimettersi in piedi e barcollare come ubriachi e ridere fino a star male.
Nei frutteti più in basso, qualche mela rubata è nascosta nella blusa, poi di corsa davanti al cimitero, per aver meno paura perchè il sole è ormai calato e le stelle sono già accese in cielo.
Ora sappiamo dove è la casa di Gildo, il mattino quando è ben illuminata dal sole, possiamo indovinarla dal fondo della valle.
E' un puntino chiaro appena fuori da una macchia di bosco. E dietro pascoli sempre più radi, fin sotto ai ghiaioni ai piedi della montagna.
E' bello quando le cose sognate prendono la forma di ciò che è conosciuto. Quando un amico, degli amici, delle persone che amiamo possiamo collocarle in un luogo noto per poi pensarle.
Ora so delle strade sterrate che corrono tra i cespugli di nocciolo, dei pendii di erba sottile e chiara popolata di fiori minuti come sono i fiori d'altura.
So come si possa bere ogni acqua di ruscello che si fa strada tra i prati. Acqua leggera e scintillante che sgorga appena più su, ai piedi delle crode. Acqua contaminata forse, soltanto dai labbri di qualche pecora al pascolo.

La chiamavamo Mabile, senza tenere conto del senso del suo nome vero; se avessimo capito ci avrebbe fatto sorridere questa nota frivola così poco adatta alla sua persona.
Una donna come un animale da soma.
L'assoluta, impensabile miseria, non intaccava la sua felicità di vivere.Non possedeva nulla di suo, nulla della casa, nulla per confortare la vita, nulla di nulla.
Non poteva dare ai suoi figli neanche il tanto che potesse stare dentro a un occhio. La terra le dava quattro cose per vivere, nessuna da vendere per disporre di qualche soldo per un capriccio.
La sola risorsa il baratto di qualche uovo al solito negozio delle Lise, solo per comprare i quaderni di scuola e un poco di zucchero nel cartoccio di carta blu. Niente per un pò di caffè, un dentifricio, una saponetta, una medicina.
Gli abiti, per lei e i suoi figli, erano quelli dismessi di tutti. Il cachet per il mal di denti era sempre elemosinato a qualcuno, in attesa che il dente cadesse. Il dentista era sconosciuto, solo il veterinario veniva chiamato quando la mucca , la Maura, doveva partorire e come quando quelle pecore erano scoppiate. Letteralmente scoppiate dopo essere uscite dal recinto ed essere entrate in un prato di erba medica. Avevano mangiato fino all'impossibile e poi bevuto allo stagno. La fermentazione aveva gonfiato spaventosamente il loro ventre. Piero aveva tentato di sollecitare il vomito con una mano nella gola. Aveva poi tenuta aperta la loro bocca con una specie di morso fatto con un legno ma a nulla era servito il suo lavoro né l'arrivo del veterinario.

Gildo e Neno non avevano biancheria, solo una maglia di lana cruda per l'inverno ma niente mutande. Scarpe solo per andare a scuola.
Mabile cucinava ogni giorno patate e zucche, per lei, per i suoi, per gli altri bambini e quel che restava per la scrofa e i suoi piccoli.Arrostiva pannocchie sul fuoco e in autunno castagne. Nel fumo del grande camino maturava ogni giorno la poina, la ricotta salata.
Ripensando con gli occhi di oggi, so di aver visto il nulla più nulla che si possa immaginare. Ma non una privazione infelice e disperata ma nemmeno la miseria felice di certe retoriche.
Una cosa struggente come l'accettazione della propria condizione in letizia, pensando a chi ha ancora meno per non avere salute o casa o lavoro.
La mia piccola coscienza di bambino mi faceva pensare dolorosamente che Amabile accettasse tutto con la consapevolezza assurda di non meritare niente altro di più. E questo per una vita intera.
I suoi figli non meritavano scarpe, per essere nati contadini, non meritavano giochi perchè il loro destino era parallelo a quello del bue e del somaro.
La sua accettazione del destino e della vita, non per fede religiosa o per elaborazione cosciente, la rendeva luminosa e ridente.
Accettava con lo stesso animo anche il povero Piero, accettava la sua sbornia furiosa di ogni sabato sera, quando doveva caricarselo sulle spalle lungo due rampe di scala. Accettava la manata sul culo dello zio Carlo, il fratello di Piero, quando anche lui con la sbronza del sabato si ricordava per un attimo di essere un maschio e di aver voglia di femmina.
Mabile sapeva tante cose delle erbe dei prati, di quelle che si raccolgono per mangiare in insalata, delle altre da bollire per conservarle, di quelle per curare le scottature e le ferite.
Per far uscire una spina troppo profonda, fasciava la mano con una pezza e sotto, sulla pelle, una foglia di "piantal", la piantaggine. Un'umile erba degli sterrati che aveva la facoltà di far maturare la pelle intorno alle spine per poi consentirne l'espulsione.
Proprio accanto alla casa di Amabile era la sorgente dove era scoppiata la bomba che aveva dilaniato Candido, Rita ed Assunta. Lei la prima ad accorrere per trascinare i corpi dentro la sua cucina, perchè potessero morire in una casa. Lei ad asciugare per giorni il sangue che aveva impregnato il pavimento in terra battuta della sua stanza. Lei a rastrellare nel prato, per giorni, brandelli e capelli.
La dolce Amabile pianse forse per la prima volta nella sua vita, sulle mani del conte Miari il giorno del furto del grano.Lei a umiliarsi, a maledire e perdonare e poi ancora maledire il suo uomo.
Era piccola, grassoccia, un viso tondo con occhi scuri e vivaci, capelli a treccia fermati a ruota intorno alla testa. Nonostante la giovane età portava solo un abito scuro, sempre lo stesso. Non si sarebbe mai sognata di portare gli abiti chiari a fiori che la mamma le avrebbe passato, le contadine non potevano vestire a colori.
La mamma chiedeva: Mabile come eravate vestiti, tu e Piero, quando vi siete sposati? Allora Mabile impazziva di riso raccontando del suo abito da sposa, quello della cugina Rita e di Piero imbalsamato in un doppio petto di quattro taglie più grande del dovuto. E il viaggio di nozze con il carro, dalla chiesa di Meano alla casa di sasso, un chilometro.
Una volta alla settimana, d'inverno, bolliva l'acqua della fontana e in un mastello in mezzo alla cucina, lavava Neno il più piccolo, poi Gildo, poi si lavava Piero, poi Carlo. Nell'acqua ormai nera, lei. Bisognava restare puliti. I bambini perchè a scuola la maestra controllava tutti i giorni le orecchie, i grandi perchè non si sa mai Si poteva aver bisogno di chiamare il dottore. E il dottor Morsolin che veniva in bicicletta da Santa Giustina non voleva saperne. I contadini dovevano essere lindi, altrimenti non li avrebbe visitati ma mandati direttamente all'ospedale.
Mabile veniva da un paese lontano, forse da un'altra valle, dove si parlava un dialetto un poco diverso, forse ancora più duro di quello gutturale di Meano. Un paese lontano lontano, forse cinquanta chilometri. L'unico viaggio della sua vita sul treno a scartamento ridotto che dalla stazione di Sedico si inoltra tra le gole di Gron e poi dentro la valle agordina.
Raccontava di una mitica città travolta da una frana in epoche remote, non si sa se nella storia o prima della storia. Luoghi che si immaginavano avvolti nel mistero di accadimenti che solo lei sembrava conoscere. Dentro le masiere di Gron, dietro la Certosa di Vedana, la città si chiamava California.
Non ho mai voluto indagare di più su questo luogo mitico perchè è sicuramente più magico nella mia immaginazione piuttosto che in qualunque realtà verificabile.
E' bello lasciarsi dei siti speciali in cui rifugiare la fantasia quando l'assillo del reale è troppo pressante.
Una delle mie differenti anime vorrebbe davvero somigliare ad Amabile. Già l'essere Amabile sarebbe un dono raro, essere condannato ad esserlo e accettarlo sarebbe un'ipocrisia, ma esserlo per libera scelta sarebbe un privilegio e una liberazione.
Anche Mabile mi ha sorriso da una lapide del cimitero di Meano. Lei non vede il monte Pizzocco ma il suo sguardo non ha mai girato l'intero orizzonte. Le è sempre bastato il cerchio esiguo del suo cortile, dei suoi campi, fino alla fontana, non di più.
La sua è una foto recente ma riconosco nel viso di una vecchia donna la luce di ciò che è stato.
Vorrei appropriarmi di qualcosa di lei. La sua serenità nella privazione potrebbe diventare in me, se mi venisse concessa, quell'eleganza e leggerezza del vivere che non so raggiungere.

Questa è la sera del "filò" da Meno e Colombina. Ci parlerà dei suoi viaggi, del suo servizio militare a Gela, in Sicilia. Ha conosciuto gente del Sud, gente quasi uguale a noi anche se non sa parlare in dialetto e non conosce la polenta, ma gente brava ugualmente.
Si troveranno da rosicchiare "scoinze", le fettine di mela, infilate in una cordicella e seccate al sole. O i"cornoi", i frutti del corniolo seccati; piccoli frutti aciduli. Le vecchie donne che filano la sera nelle stalle, ne tengono una manciata nelle grandi saccocce. Aspri come sono, producono un sacco di saliva ed è un buon aiuto per bagnare le dita e filare il filo di lana all'arcolaio.
Il sentiero per la casa di Meno era illuminato da nugoli di lucciole. Gli insetti non si vedevano nell'oscurità, solo il loro ventre pulsava ritmicamente come il battito di un cuore
Di tanti cuori asincroni che si accendevano quando un altro si spegneva per illuminare tutti insieme la notte.
Qualche rana gracidava nei rigagnoli d'acqua per tacere all'improvviso quando il nostro passo si avvicinava. Quelle appena superate, scongiurato il pericolo di noi e lo scalpiccio dei nostri piedi, riprendevano come prima il loro verso.
Anche i grilli prima della notte più profonda si richiamavano a tratti, come per un'intesa.
Il vero timore era di sentire il verso lugubre della civetta.
La diceria era che si appostasse vicina alle case dove di lì a poco ci sarebbe stato un lutto.
Si tornava a casa a notte quando le lucciole avevano compiuto il loro girovagare nel buio, tra i cespugli, come alla ricerca di qualcosa di sconosciuto.
Si tornava con le stelle in cielo o con la luna ben alta. Nell'acqua della fontana davanti a casa si riflettevano le nuvole che correvano nel buio e la cima illuminata della montagna.
Vieni notte, vieni a cullare i miei bambini. Chiudi loro le palpebre con le tue magiche dita.
Avevo voglia di cantare e con la nonna si cominciava a ricordare un motivo.

Luna marinara l'amore
è dolce se non si impara.
Se la bocca ignora con l'altra bocca
che l'è più cara,
baci non si dà.
Luna ricordalo al mondo che cosa è l'amore,
fa che fremente ogni cuore si stringa ad un cuor.

Ci si faceva compagnia cantando, nel breve tratto che portava a casa. Se la paura si acquietava, si poteva evitare di affrettare il passo sul ghiaietto del sentiero. Se si camminava lentamente i sassolini non si alzavano a rendere inquieto il ritorno.
La casa rossa sotto la luna sembrava un castello. Il portico che copriva la porta della grande cucina e la scala di legno che portava ai piani superiori era avvolta nel buio più assoluto. Accanto alla scala, sotto alla panca dove ogni viandante poteva sedere, il cane rosso sdraiato. Appena avvertiva i nostri passi, Cico correva incontro festoso agitando la grande coda come un pennacchio.
Si accendevano un paio di candele per salire alle camere. Ma prima il rito della pipì nel cesso all'aperto nascosto dietro la casa, oltre il portico, al di là dei fienili.
Buona notte..
Era bello quando la luna entrava dalla finestra a inondare di luce il guanciale e dormire così sognando già la luce del giorno.
Domani forse una lettera della mamma sarebbe arrivata.
La mamma non riusciva a scrivere senza piangere sulla pagina e la nonna non riusciva a leggere a voce alta, per tutti, senza dover asciugare a ogni momento gli occhiali.
La nostalgia di casa, della mamma, delle cose lasciate,guastava un poco la gioia di stare nell'unico posto dove davvero valesse la pena di vivere.
Ma bando alle malinconie, domattina sarà tempo di lavori.

E' presto quando Toni Balest arriva per aiutare a dipingere la grande cucina, la dispensa e il salotto che dà sulla pergola di glicine.
Toni è bravo a dipingere sul muro la fascia bassa di colore più scuro, praticamente uno zoccolino e l'altra fascia, quella all'altezza di un metro, sempre scura per l'appoggio delle spalliere di seggiole.
Ho visto come bagnava una cordicella nel colore, come la fissava ben tesa al muro per poi farla scattare di colpo a lasciare due righe parallele di guida.
La sua maestria mi lasciava incantato per non dire come fosse capace di far uscire figurette magiche dal suo rullo a decorare la parete azzurrina.
Toni sarebbe restato a pranzo durante la pausa del suo lavoro.
Sarebbe toccato a me, come al solito fare provvista di vino da Pellegrin. speravo tanto che non mi succedesse ancora come l'ultima volta. La volta in cui, uscendo dal suo magazzino alle case dei Troian, il fiasco di vinello appena acquistato mi era caduto sui gradini.
Ero rientrato sperando in cuor mio di poter avere un altro di quei fiaschi di vino annacquato, fiaschi di paglia con tanto di etichetta colorata proprio come il Chianti vero.
Pellegrin, l'orco delle favole, mi aveva mandato a casa per un'altra moneta. Il fiasco era arrivato salvo questa volta, trattenuto con entrambe le mani; il pranzo all'aperto non durò che mezz'ora, il tempo perché la pittura si asciugasse nella prima stanza e di preparare il colore differente per il salotto. Sarebbe stato rosa con piccoli disegni a rullo quasi granato. Una reggia, una residenza regale di campagna.

Non c'è ordine preciso nel mio racconto come non c'è ordine nel susseguirsi dei pensieri.
La nostra mente, la nostra memoria cataloga i ricordi secondo la logica degli affetti e minimizza o ingigantisce gli eventi secondo la volontà o il desiderio di trattenere quello che inesorabilmente trascorre.

Il regalo di una scatoletta di ami da pesca di misure diverse e di una bobina di nailon, ha condizionato il destino di un'intera estate.
Le canne vennero scelte tra le più lunghe e svettanti tra quelle che circondavano lo stagno, dove sommerse e trattenute sott'acqua da un massi, maceravano le grandi fascine di canapa.
I piombini furono ricavati con un lavoro di scalpello intorno ai montanti delle recinzioni di tutti i paraggi.
Il galleggiante, un tappo di sughero doveva restare diritto, trapassato da un moncone di penna di tacchino.
Un vero allevamento di esche, di lombrichi rosa, fu subito scoperto nella terra ben concimata, accanto al letamaio.
La prima spedizione, guidata da Gildo fu per una “morta” della Lumarna, il torrente più vicino a casa.
L'acqua limpida, assolutamente trasparente, consentiva di osservare i pesciolini insidiati. Forse per non aver mai conosciuto una lenza si avvicinavano, per nulla intimiditi dalla nostra presenza, al vermiciattolo che si agitava, infilato nell'amo.
L'emozione del primo tiro troppo affrettato quando il pesciolino se ne scappa dopo il primo morso. Si impara a pazientare, bisogna che il galleggiante si immerga, trascinato via da una presa sicura.
L'emozione di stringere tra le mani il primo pesciolino. Un'alborella o un "marson", una specie di scorfano quasi mostruoso.
Piccoli i pesci ma tanti ad abboccare e tanti i pescatori, tutti stretti in una piccola gora da spopolare.
La sfida dà sempre un vantaggio a Gildo che sa scegliere i vermi migliori, più sottili e allungati e li sa infilare sull'amo con cautela, per non farli morire.
I pesci amano l'esca che si agita e dà segni di vita.
La cattura è importante per numero di prede ma scarsa per peso. Si decide di consegnare tutto il bottino a uno solo perché possa diventare il pranzo di mezzogiorno.
A turno toccherà a ciascuno di tornare a casa con un paniere da esibire come un trofeo.
A nonna Angelina toccherà pulire e infarinare la mia cattura, un pranzo assaporato come nessun'altra cosa al mondo.
Il venditore di "masanete", il granchio di mare da cucinare e condire con un pesto di aglio e prezzemolo, si ferma ogni volta davanti alla casa rossa. La nonna compra solo per me un catino dei molluschi vivi che tentano disordinatamente la fuga. Sa di farmi felice.
L'uomo racconta di certe trote che qualcuno ha pescato nel Cordevole, l'impetuoso torrente che passa sotto il ponte di Bribano.
Basterà questa notizia per organizzare una battuta al fiume.
Passeremo giorni e giorni a inseguire con l'occhio e a recuperare e ributtare la nostra lenza con il povero verme, nell'acqua che corre e ribolle.
Non un cenno di abbocco, non un segno di vita.
Sarà una delusione sapere che la trota non si pesca così. Che non ama il verme trascinato al fondo dal piombino, ma la mosca che passa a filo d'acqua da catturare al volo. La mosca finta che deve essere lanciata col mulinello e recuperata velocemente per essere rilanciata.
La nostra tecnologia primitiva ci ricaccia negli stagni.
Quando anche il pesce più sprovveduto ha capito l'insidia del nostro verme, quando ha imparato a percepire la nostra presenza e a valutare il pericolo di quel tappo di sughero che gli galleggia sulla testa, saremo respinti lontano anche dall'acqua chiara della Lumarna.
Restano solo i "boion", gli stagni che si creano ad ogni esondazione del Piave. Quando il fiume rientra lascia queste pozze d'acqua insidiosa per via delle sponde e del fondo melmoso. Pozze larghe non più di cinquanta metri. Qui l'acqua è immobile e scura, nelle zone dove qualche cespuglio affiora e qualche alga si accresce con la calura, si possono catturare i piccoli pesci persici, i pesci sole, per via dei colori iridescenti. Pesci fatti solo di spine ma che Angelina deve cucinare per non deludermi.
Nel fondo di fango si annida il pesce gatto. Un piccolo pesce nero con due bargigli spinosi, mitico per la sua vitalità. Può resistere all'inverosimile fuor d'acqua. La ferita dell'amo non gli toglie vigore ed è bello portarlo a casa e tenerlo insieme a tanti compagni dentro a un mastello d'acqua.
Si potrà anche ripescare, non teme l'insidia e la voracità lo farà abboccare all'infinito.
Nei giorni di calura il boion diventa per tanti che sanno nuotare, una piscina. Non per me che ho il divieto di bagnarmi e che osservo tutti i divieti.
Il pericolo in effetti è grande, non è facile riguadagnare la riva nell'acqua melmosa.
Nonna Angelina sarà obbligata almeno una volta a mantenere la promessa estorta di accompagnarmi a un bagno al boion.
Una sola volta perchè nessuno avrebbe potuto aiutarmi quando il panico,per un attimo, mi ha colto.

Bisognerà lavarsi bene stamattina, tra poco arriverà la zia Gina da Feltre.
E' chiamata zia ma non si sa bene quale sia il rapporto. Il marito, lo zio Mario Zilio ,un alto ufficiale degli Alpini è in realtà un cugino di nonna Angelina. Però in fondo la parentela non conta, il fatto è che si tratta di una persona di riguardo e la nonna vuole fare bella figura.
Poi viene dalla città e la cosa ha la sua importanza.
La sua casa è nella via più antica e bella del centro, via Mezzaterra. Tutte le case hanno delle grandi gronde in legno di pregiatissimo disegno e molto sporgenti a ombreggiare la strada. I sottogronda sono tutti elegantemente affrescati con pitture forse del cinquecento, una magia specie per chi viene dalle case di sasso.
Lo scalone di marmo pare fatto apposta per stupire con le sue balaustre in ferro battuto e ottone.
Qui bisogna parlare sottovoce e non farsi riconoscere come gente di campagna.
La casa è come una cattedrale. Grandi saloni con soffitti a volte, anche la cucina è imponente con una cappa immensa. Le camere hanno soffitti a cassettoni decorati con stucco e oro. Una meraviglia da raccontare agli increduli amici.
Un pranzo di Natale in questa casa. La grande tavola imbandita di cose mai viste e ospiti eleganti e manierati. Un pranzo che durerà fino alle cinque del pomeriggio
Mi pare impossibile che si possano mangiare tante cose diverse in un solo giorno, che si possa star seduti a tavola più dei dieci minuti dei nostri pasti a casa.
Ho la sensazione di vivere dentro a uno spettacolo in cui, persone che mi paiono silenziose solo perchè parlano sottovoce, possano conversare tanto a lungo e restare immobili.
Mi sembra e mi sembrerà un incantesimo, una recita di teatro e un poco anche un incubo.
Qualcosa da ricordare per l'immobilità obbligata, la costrizione in uno spazio chiuso. Un giorno di prigionia per un passero del cielo.
La zia Gina arriverà con la corriera che per l'occasione fermerà proprio davanti alla casa rossa. Arriverà a mani vuote come tutti quelli che vengono dalla città. Ad agosto ne arrivano tanti di parenti emigrati a Torino, a Milano, in Belgio. Quassù li chiamano i "svoda puner", svuota pollai per via della moria di polli che saranno sacrificati per i banchetti e per riempire le valigie di quelli che partiranno verso casa.
Anche Angelina ha tirato il collo a un bel gallo colorato che non ha visto il sole stamattina ma ha passato la notte appeso per le zampe, sopra l'acquaio. Il sangue deve scendere nel collo e nella testa che saranno tagliati per lasciare la carne bianca e integra.
Anche l'orto avrà danni come da un temporale. Le borse di Gina saranno colmate di fagiolini, di piselli, di pomodori, di erbe profumate, di prezzemolo e basilico. Due belle galline saranno sacrificate insieme a una dozzina di uova fresche.
Angelina morirebbe di fame piuttosto che privarsi del piacere di donare. Non importa se da domani sulla tavola ci saranno solo patate e fagioli e null'altro.
Temo la sera del minestrone di verdura, lo amerei ben denso e colmo di pasta, sarà invece una brodaglia in cui galleggiano gli odiati sedani e le cipolle.
Aspetto con allegria le sere dell'uovo al tegamino o dei "patugoi". Un piatto fatto di nulla ma affascinante come fosse un grandissimo uovo.
Nel piatto largo, una bella dose di latte gelato e versata in mezzo della polentina semiliquida bollente. Al centro come fosse un tuorlo. E il piacere di raccogliere col cucchiaio un pò di latte gelato e un pò di polenta bollente e l'incredibile gusto di due temperature che si incontrano nella bocca prima che il contatto le debba confondere e rendere omogenee.
La zia Gina ci troverà puliti e ordinati, almeno per un giorno Anche le croste alle ginocchia sono state curate con acqua e sale, nei giorni precedenti e la sera prima sono state rimosse con cura. Solo le macchie rosa sulla pelle nuova a ricordare le battaglie vissute.
La sera prima Angelina ha lavato con acqua e varechina il pavimento della cucina, l'assito di tavoloni a copertura della cantina sottostante. La spazzola di saggina ha raschiato il legno fino a farlo diventare chiaro come fosse betulla.
Il cane Cico e le galline devono stare fuori, i bambini devono lasciare le scarpe sull'uscio. L'unica autorizzata a muoversi senza limitazioni e la gatta Moci, del resto entra in casa solo per reclamare il suo cibo.

Il grosso cane rosso Cico, merita una citazione. Era un improbabile incrocio di almeno dodici razze e sebbene il suo ruolo fosse quello della guardia ,la sua indole era talmente buona che forse avrebbe potuto abbattere un ladro ma solo a linguate. Passava la maggior parte del tempo alla catena. Una catena lunghissima che terminava in un anello che a sua volta scorreva lungo un cavo d'acciaio che percorreva tutto il lungo fronte del porticato di casa. Un giorno, durante un temporale, un fulmine si abbatté proprio sulla casa, corse lungo la fune d'acciaro, scese la catena e si scaricò sull'animale. Il cane investito in pieno rimase come stecchito. Posato in un angolo del fienile venne considerato morto e lasciato sul fieno durante tutta la notte.
Il mattino al risveglio ,Cico si era miracolosamente ripreso e nonostante l'andatura incerta si fece una scorpacciata di coccole. Da quel giorno fu esonerato dal servizio alla catena e restò libero di vagare per campi e sentieri.
In campagna gli animali sono liberi ma la cura e l'attenzione che viene loro dedicata è molto sommaria. Anche sul sesso di Cico non si erano fatte approfondite indagini, tant'è che ci fu grande meraviglia quando l'animale, dopo una lunga assenza della quale nessuno si era preoccupato, rientrò festoso accompagnato da quattro cuccioli.
Ormai era troppo tardi per trovare un nome femminile e nonostante tutto continuò a chiamarsi Cico.

La partenza della zia Gina sarà un sollievo per tutti. Per la nonna attenta a farci apparire in fondo gente di città. Per noi liberi finalmente di parlare in dialetto con Gildo, con Franco e con tutti gli amici. Si può tornare alle abitudini di sempre, ai giochi sguaiati, agli "hit e hot", i suoni gutturali della parlata di Meano e dei contadini.

La "nona vecia".
Era il nome della bisnonna, la mamma di nonno Stefano. Vecchissima ai nostri occhi, vestiva di nero come tutte le donne della sua età e portava un fazzoletto scuro a coprire i capelli.
Scendeva, una volta nell'estate a salutare Angelina, scendeva dalla sua casa sulle rive, i poggi sopra Callibago. Abitava sola con la sua capra in due stanze accanto alla casa grande della "ieia" Giovanna, (il modo affettuoso di dire zia a qualcuno che non è un parente ma cui si è legati da affetto.)
La si vedeva arrivare piano lungo la strada, con il suo bastone. Portava nelle grandi tasche "scoinze e barbagii", mele seccate e arachidi e qualche caramella quasi ciucciata.
Resterà per il tempo di un riposino sulla panca e per una tazza di caffè d'orzo che Angelina preparerà con cura, solo per lei.Il giorno prima l'orzo era stato tostato sulla fiamma, chiuso nell'attrezzo con i lunghi bracci a reggere una sfera apribile da rigirare pian piano.I grani d'orzo sarebbero passati da una semisfera all'altra, prendendo colore e scoppiettando al fuoco.
Stefano dall'Eritrea non scrive mai alla sua mamma che del resto non sa leggere. Le notizie arrivano solo ad Angelina.
Piange un poco la vecchia donna quando la nonna le offre da una scatolina qualcosa che ha custodito solo per lei.
Una presa di tabacco da portare a turno alle narici per poi aspettare lo starnuto liberatorio.
La testa si sgombra e come per incanto la mente si fa più lucida e viva. La nona vecia apprezza.
Un paio di volte nell'anno, nonna Angelina ci accompagna per una visita alla casa sui colli.
Ci diverte sapere una cosa curiosa: che la casa della bisnonna è tagliata in due dai confini comunali così che la cucina è in una frazione del comune di Santa Giustina e l'altra camera nel comune di Luni. Per questa ragione l'andare da una stanza all'altra può assomigliare ad un viaggio. Il portico davanti a casa era lo spazio di ricovero della capra. L'animale è ormai solo una compagnia, come fosse un cane; non gli è impedito l'ingresso alla cucina e alla camera.Il rischio è il dono dei pallini ma la discrezione dell'animale è ormai accertata.
La strada per salire alla casa della vecchia, parte dalla piazza di Callibago.
All'ingresso del paese, subito a destra, la casa dello zio Angelo e zia Maria.
Il grande cortile è tutto circondato di "tabià", ballatoi a grigliato dove far seccare le pannocchie di granoturco.
Appena dopo il cortile, la chiesetta, poco più di una cappella che viene aperta solo per i funerali e per le Messe delle grandi occasioni.
Al centro della piazza la grande fontana ottagonale che butta l'acqua gelida che scende dai nevai del Pizzocco.
Subito dritto, verso la montagna, l'acciottolato che passa davanti alla casa della Pina Casona, così chiamata per il suo cognome Cason, ma per noi bambini sinonimo di ubriachezza.
Quando Pina scendeva ai salet, i suoi campi sulla riva del Piave, se si avvertiva qualche incertezza nel suo passo, si creava un crocchio di ragazzi che la inseguivano cantando una specie di filastrocca di scherno:
La Pina Casona
la pissa e la sona,
la slarga le gambe,
la pissa e la spande...
La donna si infuriava e non potendo inseguirci, ci prendeva inutilmente di mira con dei ciottoli che non riusciva a lanciare a più di due metri, imprecando.
Ma non era cattiva, un giorno, alla fontana delle Gravazze aveva aperto il portamonete e regalato tutti i suoi soldi ai ragazzi che le avevano offerto una tazza per poter bere. I suoi soldi, tutti.
Salvo tornare il giorno dopo, passata la sbornia, per cercare di recuperarli.
Della stessa pasta era Nani Matt.
Probabilmente non era davvero fuori di senno, ma solo disturbato e più sicuramente ubriaco.
La mamma raccontava che anni addietro, alle prime avvisaglie della guerra imminente, si era fabbricato una vera armatura d'acciaio, fatta di tubi della stufa, di bidoni di benzina, di ferramenta varia, tenuta insieme con cinghie di cuoio.
Una comica armatura con la quale si era presentato trionfante sulla piazza di Meano. In più, per mimetizzare la sua inseparabile mucca, l'aveva tinta a macchie di varie tonalità di verde.
Linda, un'avvenente signora bionda, era impazzita di paura e di sgomento il giorno che scoperse nello spesso muro che separava la sua camera da quella del vicino Nani, un forellino dal quale lui poteva osservarla quando si spogliava per andare a letto. La signora non era proprio di costumi irreprensibili, tant'è che il suo motto, ben conosciuto in paese era: “meglio una torta in tanti che una merda a uno solo”, tuttavia il suo provvedimento immediato fu lo spostamento di un robusto armadio.
Quel giorno Nani Matt, vagabondando per le campagne, si era addormentato ubriaco sopra un covone di fieno, dietro al cimitero.
Gildo lo aveva scoperto ed era corso a chiamare tutti per una spedizione. Una di quelle bravate di ragazzi che spesso si rivolgono crudelmente verso le persone più deboli o per una menomazione o per un disagio momentaneo o semplicemente per qualcosa fuori dall'ordinario. L'ubriachezza era uno di questi aspetti.
Il gruppo si assiepò al sicuro un poco distante dall'uomo addormentato. Era stato portato tutto l'armamentario di rito.
Coperchi di pentole, latte da percuotere, "sgrearole", quegli ordigni rotanti su di un manico per fare "gra gra" nelle sfilate di carnevale.
Il fracasso fece saltare in piedi Nani: con un urlo raccolse una grossa roncola che teneva sotto di sé e si mise a inseguire il gruppo che si disperdeva disordinatamente.
Scelse a caso uno dei tanti e gli si mise alle calcagna mentre gli altri ormai lontani, stavano ad osservare.
Gildo, inseguito, invece di scappare verso casa con la velocità dei suoi anni, per schernire il matto, salì su un grande albero, sempre più su, fuori dalla portata della roncola e dall'alto stette a osservare i goffi tentativi di Nani per salire sull'impossibile tronco liscio.
La cosa andò avanti fino all'arrivo delle donne del villaggio che tranquillizzarono il pazzo, promettendo per Gildo una giusta punizione.

Quello che pareva un cassettino dei ricordi si rivela sempre più una soffitta dove spostando un oggetto qualsiasi legato a un ricordo, mille e mille altri oggetti legati ad altrettanti ricordi si fanno largo tra le ragnatele.
Dovrò a un certo momento decidere di chiudere la porta di forza per non venire travolto.
In questo lavoro di riordino mi accorgo che ogni ricordo ne richiama un altro e un altro ancora ,quasi all'infinito.
L'intenzione originaria di celebrare un periodo della vita si perde sotto lo tsunami di mille cose evocate da un solo pensiero.
Ma quale il senso di questa onda di piena?
Mi entra pian piano la sensazione che la realtà della vita con i suoi avvenimenti veri e reali non abbia significato maggiore e più importante di tutto ciò che è stato solo sognato. Che quello che è significante non è tanto ciò che abbiamo annotato nelle nostre agende perchè programmato e realizzato ma quello che viene accumulato nella nostra anima come emozione e memoria.
Più di un viaggio realizzato con tutto il suo bottino di foto e filmati, sembra più carico di significati un sorriso intravisto, un profumo appena intuito, un disegno mutevole di nuvole, un tono irripetibile di luce che nessuna pellicola potrà riportare.
La nostra anima come nostro libro più chiaro e significativo...
E allora che senso ha una cronaca di avvenimenti nella giusta concatenazione temporale?
Che senso il narrare di cose viste, di spazi goduti nella loro bellezza incomunicabile. Quale significato nel racconto oggettivo, nel riportare i fatti con il rispetto della coerenza e della logica.
La miglior logica e la più perfetta coerenza sembra quella di lasciar andare i pensieri dove la tua essenza più intima vuole che vadano.Perchè quelli saranno i luoghi e i momenti in cui anche l'anima più inerte avrà avuto il suo momento di luce.
L'anima non accompagna sempre il nostro vivere, non illumina tutti i momenti della vita. Si accende a sprazzi, procede per illuminazioni, solo in quei momenti vede. Solo allora si arricchisce di sogni e di visioni, di speranze di luce.
Il vero diario del nostro vivere non è la cronaca grigia di tutta un'esistenza ma la somma di tutti i lampi che hanno acceso la nostra anima.
Nell'infanzia forse la nostra luce é sempre accesa e vigile e per questo ogni attimo é più luminoso.
Chi coltiva la propria sensibilità come il dono di avere per sempre più spazi, chi vuole trattenere la propria innocenza, chi spera di cogliere la poesia delle cose non potrà mai essere un uomo di successo ma sicuramente vivrà una illusione.
Si spera felice.

Il sentiero dopo la casa della Pina Casona si inerpicava tortuoso dentro al bosco, un paio di volte attraversava un rigagnolo d'acqua sorgiva limpida e fresca. Bisognava camminare sui sassi più grossi per non bagnarsi.
Fuori dal bosco una curva verso sinistra e un sentiero delimitato da una parte da un filare di noccioli e dall'altra da un muretto a secco realizzato con i massi tolti dal grande prato.
Alla curva una santella, uno di quelle cappellette chiuse da una grata dove le donne portavano mazzi di fiori di campo.
Per mano alla nonna non c'era da temere e poi bastava un segno di croce davanti alla Madonnina per scongiurare la paura.
Questo era il punto dove Maria, la mamma, anni addietro aveva incontrato il "Mazarol".
Non era uno spirito cattivo, dicevano i contadini, era solo uno spiritello dispettoso ma in ogni modo una creatura dell'Inferno.
Stava seduto sul muretto poco distante dalla santella, quasi come una sfida. Era balzato incontro alla mamma per sparire subito al suo urlo.
Non era la sola creatura dei boschi, per questo era sempre meglio essere in compagnia e se davvero si era soli, conveniva cantare a squarciagola. Gli spiriti non amano le canzoni, specie stonate.
Una sera, in un "filò", sottovoce nonna Angelina raccontò che la bisnonna era morta, sola nella sua casa.
I bambini non dovevano sentire perchè era stata trovata a terra, tutta gonfia, un orrore. La nefrite l'aveva uccisa.
Al suo funerale alla chiesa di Meano, accanto al suo catafalco avevo potuto leggere su un baldacchino: "Oggi a me, domani a te."
Sono stato male per giorni per aver scoperto il senso della morte, per aver sentito la distruzione della mia sicurezza di eternità.

Alle Gravazze il mondo era solo al maschile. Le uniche femmine, le mie due sorelle che facevano giochi da sole;soltanto qualche sera potevano partecipare, appena prima del buio, al gioco di tana.A sera inoltrata venivano richiamate a casa perchè erano troppo pericolosi i luoghi che noi frequentavamo per cercare nascondigli segreti.
Un mondo di maschi in cui non c'era ancora la curiosità di sé né dell'altro sesso.
Fino all'estate in cui uno, più grande di noi, Aldo Troian, detto Oca per la sua scarsa propensione allo studio e in genere alla comprensione, si abbassò i calzoni per farci vedere orgoglioso, i primi peli del suo pube.
Fummo molto impressionati e da allora ognuno si controllava scrupolosamente per vedere se ci fosse traccia di peluria su di sé.
Il primo a immaginare di vedere qualcosa Gildo che, trionfante esibiva il suo ventre agli amici, per la constatazione.
Neno non partecipava alla competizione perchè era troppo piccolo ma vantava da sempre il record del più potente getto di pipì. Raggiungeva distanze impossibili per tutti noi e non era il caso di tentare sfide con lui.
L'interesse per il proprio corpo e la propria natura, la stessa estate si spostò anche verso le compagne.
Malvina, la cugina di Gildo, una ragazzina della nostra stessa età, si prestò di buon grado alle nostre esplorazioni.
La sua natura implume non poteva suscitare particolari emozioni, restava però il turbamento per una diversità così palese e un'inquietudine strana e inspiegabile per un mondo solo intuito ma ancora sconosciuto.
L'esplorazione di Malvina non aveva niente di particolarmente morboso, sebbene la sensazione di commettere qualcosa di proibito e di impuro, come avrebbe detto il confessore, confinava il rito nella vecchia segheria, al riparo da sguardi indiscreti.
I grandi che scoprirono i nostri maneggi, per il fatto di condannarli, di biasimarli e di impedirli, diedero loro la convenzionale connotazione di peccato.
Peccato di sensualità, penso si dicesse.
La vera condanna per i protagonisti delle esplorazioni intime non toccò nessuno dei maschi.
L'unica ad essere additata come peccatrice e a venire bandita dai giochi fu la piccola Malvina.
Qualcuno aveva addirittura presagito per lei un destino a senso unico.

Il mio lungo racconto non insegue trame complicate e non prevede grandi colpi di scena. Lo scrittore è in realtà il pittore di una realtà sfumata, un acquarello di personaggi e di paesaggi con pochi contrasti di colore e di caratteri.
In un grande quadro mi compiaccio di rappresentare le piccole figure di contorno, spesso confinate negli angoli.
E non vorrei dimenticare nessuno. Non Neno Neola, un piccolissimo uomo traballante che si accontentava di un pezzo di pane stantio che noi bambini correvamo a rubare dalla dispensa. Non vorrei dimenticare Luca Magnacan un vecchio dalla barba rossa come un vichingo, un povero uomo che non disdegnava nulla; ricordo la rassegnazione di un cane malato, legato a un pezzo di corda affidato dai contadini alle sue cure e alla sua fame.
E Cacio Pastefine, il gelataio con uno di quei furgoncini a pedali decorati come giostre e i suoi recipienti di gelato affondati in una miscela di ghiaccio e sale.
Per scoraggiarci dallo spendere con lui le nostre poche monetine, ci raccontavano come custodisse sotto il letto i dolciumi perchè nessuno dovesse rubarli.

Che dire di un uomo che vive accanto a una donna come Amabile?
Un uomo irsuto che una volta la settimana si lava sommariamente, che una volta la settimana si rade e si ubriaca. Non più di così.
Amabile non tollererebbe. Solo il sabato lo può caricare sulle spalle per portarlo a letto.
Gli uomini che alzano la voce e pensano di far valere il loro ruolo con la forza, sono spesso solo bambini che possono rovinarsi e rovinare la vita della famiglia con un solo gesto sbagliato. Un miserabile furto.
A loro resterà tutta la frustrazione del peccato commesso. Alla loro donna tutta la responsabilità di ricominciare.
Piero frazionava il lavoro per sé, per Carlo , per Amabile e anche per i bambini.
A Gildo era consentito di tagliare l'erba nei prati con la grande falce. Il lavoro era molto pericoloso, non bisognava mai avere intorno qualcuno. Neno poteva solo rivoltare l'erba e quando diventava fieno, la poteva rastrellare per riunirla in cumuli.
Era questo un lavoro da estate, un lavoro che si ripeteva tante volte per ogni prato ad ogni ricrescita.
Quello di rivoltare il fieno con il tridente era un lavoro da fare al tramonto, dopo che il sole aveva essiccato l'erba tagliata. Qualche volta andava fatto all'improvviso e di fretta, quando incombeva la minaccia di un temporale.
L'erba che si bagna va incontro alla fermentazione, si altera e fa ammalare gli animali.
Per consentire a Gildo e Neno di partecipare ai nostri giochi, alle spedizioni, alle battaglie con le fionde, a tutte le scorribande, il gruppo si armava di attrezzi e aiutava nel lavoro dei campi.
Rivoltare o rastrellare l'erba di un grande prato per un gruppo di cinque o sei ragazzi, era lavoro di un attimo. L'organizzazione era anche in grado di scongiurare qualunque minaccia di temporale.
Quando mancava il tempo di colmare i carri con i cumuli di fieno, il solo fatto di averlo riunito in monticelli, permetteva di proteggerlo in attesa di tempi migliori.
Nessuna ricompensa per queste opere, solo il piacere di avere con noi gli amici più importanti per i nostri giochi.
La raccolta della frutta invece aveva il suo premio già durante le operazioni.
Apprezzate erano le pere di San Giacomo, dei piccoli frutti dolcissimi e giallorossi, quasi tutti da un grande albero.
Alla parte più alta non arrivavano scale ma solo l'agilità di Gildo che si inoltrava fin sui rami più sottili e remoti.
E la vendemmia. Pochissima uva americana, rada e piccola, poco adatta alla tavola, buona solo per un vino rosso di scarsissima qualità detto "clinton". Per la troppo bassa gradazione alcolica, non era commerciabile; si beveva solo in famiglia, a piccole dosi per il suo terribile contenuto tannico, così pronunciato da colorare e impastare la lingua per giorni.

Anche gli orizzonti di Piero erano estremamente limitati, però nella vita gli era accaduto qualcosa e di questo amava parlare.
Era anzi il suo solo argomento di conversazione.
Il suo interlocutore preferito era Sesto che a ferragosto veniva qualche giorno per un saluto. Mio padre poteva capire e condividere perchè aveva viaggiato.
La grande avventura di Piero era stato il servizio militare a Napoli, venti o trentanni indietro ma memorabile.
Parlavano tra loro come di una città mitica e irraggiungibile, come di un periodo dell'oro, come di una differente vita.
Io non esistevo per Piero, come fossi trasparente al pari degli altri ragazzi . La sua sola domanda per me: quando arriva Sesto? Mi faceva sentire per un attimo una persona. Poi ripiombavo nel buio per tutta l'estate.
Il furto del grano gli schiantò la vita. Da quel giorno Amabile dovette perdonargli almeno due sbornie alla settimana.
Più avanti le sbornie diventarono tre, poi quattro. Poi tutti i giorni, fino alla fine.
Amabile lo accompagnò al cimitero di Meano che non aveva cinquant'anni e sulla sua tomba non fece scrivere "i tuoi cari", null'altro che un nome e due date.
Dopo la sciagura della cacciata dalle Gravazze, Carlo, il fratello aveva dovuto scegliere un'altra vita. La vita di quasi tutti gli uomini validi di quella valle del bellunese. La strada delle miniere del Belgio.
Il cognome di Righi si leggerà tante volte tra quelli dei sepolti della miniera di Marcinelle.
Carlo riuscì a sfuggire a quella sorte e tornò presto dal Belgio, ma divorato dalla silicosi. Solo per pochi anni di vita.
Anche lui guarda il Pizzocco da sopra il muro di cinta.
Eugenio, Neno, il più piccolo dei fratelli prenderà più tardi la via della miniera ma senza mai più tornare.
Come si usa nel bellunese, chi ha avuto sepoltura in terre lontane viene ricordato con una piccola lapide, appoggiata sulla tomba di un altro familiare. Solo un nome, una data e l' invito a una preghiera per chi non può essere qui a vedere, oltre il muro di cinta, la sua montagna.

Iva era la figlia minore di Clara e Aldo Fant, un reduce cieco, due vecchi mezzadri che abitavano nella casa tra i campi, al limite dei ghiaioni dei "salet".
Una casa isolata custodita da un cane feroce costantemente alla catena.
La nonna mi spediva di corsa da Clara per comprare un pezzo di burro o di formaggio quando a mezzogiorno la polenta era già pronta ma si scopriva che la dispensa era vuota.
Era bella la strada per arrivare dai Fant, passava sotto a delle scarpate ombrose dove crescevano le fragoline di bosco. Una piccola sosta per una manciata di profumo.
Enzo, il figlio più grande, quando sentiva il cane latrare ferocemente veniva sulla soglia, mentre aspettavo appena al limite della catena tesa allo spasimo. Afferrava il grosso cane nero per il collare e mi consentiva di entrare.
Accadde un giorno che la catena non resse alla trazione dell'animale; ero ancora lontano ed ebbi il tempo per un balzo all'indietro e per saltare un fosso che il cane non poteva superare.
Una corsa disperata fino a casa, salvo dai denti del mostro che forse voleva solo spaventarmi.
La paura per lo scampato pericolo mi fece diventare tutto giallo: itterizia diagnosticò il dottor Morsolin. Riso in bianco per giorni e un intruglio da ingurgitare due volte al dì . Per il cane la sorte non fu migliore perchè lo zio Mario preparò un fucile caricato a sale.
Alla prima occasione in cui il cane, del resto inoffensivo quando non era alla catena, si presentò nei dintorni, fu investito da una bella rosa che gli decorò il posteriore e lo fece fuggire zoppicando e guaendo.
Nella casa lavorava come serva una ragazza friulana bella e forte. L'unica presenza realmente umana nella famiglia dei Fant.
Tante cose si mormoravano su di loro, ma erano tutte sussurrate tra grandi perchè i piccoli non dovevano sentire.
Si mormorava che il vecchio cieco si portasse a letto la serva, la bella Tana e che la tresca fosse tollerata dalla moglie.
Tanto andò il gattone al lardo che ci lasciò lo zampino.
Tana fu vista ingrossare a vista d'occhio e non si trattava di cibo.
Da queste parti gli scandali vengono soffocati ancor prima che esplodano. Successe così che, pur appesantita da una palese gravidanza, Tana andò sposa al giovane e sprovveduto Enzo, il figlio.
L'estate dopo, seduto sull'aia in mezzo alle pannocchie e ai grandi fiori di girasole da sgranare, si muoveva un dolcissimo bimbo, figlio anzi fratello di Enzo.

Altre cose movimentavano la piccola comunità. Era stata aperta una nuova attività, ben diversa dal solito lavoro dei campi.
Al curvone per Bribano, tre soci avevano allestito un'officina: La Vulca. Una ditta dove alcune macchine mai viste rigeneravano pneumatici esausti, li vulcanizzavano.
Con un procedimento puzzolente e fumoso, dopo aver rimosso il vecchio, si rifaceva il battistrada di gomme sfinite.
L'attività venne salutata come fosse l'apertura della Fiat a Torino. Fu vista come una prospettiva di riscatto e di rinascita industriale in un contesto contadino.
Le gomme nuove erano introvabili e perciò il target infinito. File di auto e di camion da tutta la valle e lavoro per cinque o sei persone. Anche ragazzi furono occupati per il lavoro di smontaggio e rimontaggio di ruote.
Gildo, forte e volonteroso fu arruolato per tutta l'estate con grande danno per i nostri giochi.

Con la fine dell'estate era arrivato il momento di partire, la casa rossa sarebbe stata lasciata per sempre.
Finiva un'epoca della storia e finiva l'età d'oro dell'infanzia.
Bisognava raccogliere tutte le cose e tutti i ricordi. Non tutto si sarebbe potuto portare, tante cose preziose non avrebbero trovato posto nella nuova casa di città.
La grande soffitta che nascondeva le memorie di una vita, cose condannate all'oblio ma sempre pronte a evocare un passato sconosciuto, sarebbe stata svuotata.
Non poteva essere conservato il vecchio giradischi a manovella. Quello con il cane seduto davanti a un altoparlante a tromba. non si sarebbero salvati i tanti dischi in vinile nero, coperti di polvere.
Non sarebbe stato portato via il generatore di corrente elettrica per le stimolazioni muscolari, né la radiotrasmittente sottratta all'autoblindo tedesco che durante la ritirata, si era fermato in panne, proprio davanti a casa.
Restavano anche le bocce di legno nelle loro custodie di pelle e le grandi tavole di noce, serbate per decenni in vista di mobili mai realizzati.
Restavano anche le tante bambole di Norimberga, in ceramica, ma senza braccia o gambe e mazzi di chiavi inglesi e ferri di tutti i tipi . I grandi ritratti del Re Vittorio Emanuele III e di Mussolini che dopo la caduta del Regime erano stati confinati nell'angolo più buio, non potevano essere buttati.
Il principio di cautela dice che non si sa mai.
A volte ritornano.

Il giorno che nonna Angelina ha lasciato la casa delle Gravazze è stato veramente la fine dell'infanzia e dell'età' delle magie.
Non ho piu' rivisto Gildo e per anni.
Per me è cominciata la vita dello studio, dell'apprendere, dell'evolvere. La coscienza dei miei limiti mi ha obbligato all'impegno per conquistarmi il mio posticino nel mondo.
Ho avuto spesso una sensazione di inadeguatezza rispetto alla vita e ho sentito il peso dell'obbligo di imparare per restare nel gioco.
Quando mi é capitato di pensare a Gildo, ho sempre sentito il rimpianto di non averlo avuto compagno di viaggio. Ho pensato che lui non aveva troppe cose da apprendere , come se ai miei occhi lui conoscesse già tutto quello che é necessario per vivere ed essere felice.Come fosse in equilibrio con il mondo.
Quando chiedevo, a Meano, qualcosa di lui mi raccontavano che lavorava la terra di un piccolo podere e viveva così.
Quando io ho avuto una famiglia, un figlio, una casa, quando ho viaggiato inseguendo lavori e speranze di successo, Gildo viveva in solitudine la sua quieta esistenza. Fedele solo ai suoi campi.
Ho pensato spesso alla sua scelta di vita, solitaria e silenziosa. A un mondo che non ha avuto altri orizzonti che le valli conosciute, la montagna cara, il Piave, i boschi.
Non ho saputo di ribellioni e di sofferenza, mi ha incantato la scelta di un'esistenza immobile assaporata con equilibrio.
Pochi anni addietro ho voluto sapere ancora di Gildo. Ho telefonato a Malvina, nostra compagna di giochi e cugina di lui.
Gildo è in un ricovero per anziani a Villabruna di Feltre, soffre di una grave forma di diabete. Non può bere neppure un bicchiere di vino,la compagnia ultima della sua esistenza solitaria.
Gildo anche nella nuova condizione é sempre il mito della mia infanzia, l'immagine dietro allo specchio della mia stessa vita.
Ad ogni mia ansia, una sua quieta risposta ad ogni mio sforzo di imparare e migliorare, la sua serena e superiore conoscenza delle cose essenziali del mondo, ad ogni mia invidia, il suo distacco.
Voglio scrivergli e gli scrivo una lettera lunga e colma di ricordi e di rimpianti. Una lettera in cui c'é tutto della mia vita e un pò della sua.
Della mia vita affannata e della sua quiete, della mia smania e della sua contemplazione, dei miei orizzonti sempre diversi e del suo orizzonte sempre uguale.
Una lettera che forse non richiede risposta.
Una lettera che non ottiene risposta.

E' sempre migliore il suo stile. Non avrò altre notizie per altri anni.
Ogni estate passo al cimitero di Meano a salutare Candido, Rita, Assunta, Chechi, Rinaldo e tanti altri.
Da un angolo a sud, una tomba sembra chiamarmi. E' la tomba più remota, una di quelle da cui lo sguardo può superare il muro di cinta per vedere la sagoma ,quasi sempre incappucciata di nuvole, del Pizzocco.
Poco più di duecento metri dalla casa di sassi, incastrata sotto il pendio,dove Gildo é nato, é la sua nuova casa.
I suoi occhi non hanno mai visto più lontano di questo giro d'orizzonte ma sono gli occhi cui ho sempre invidiato di sapere davvero vedere lontano.
Una tomba di granito nero, lucida e pulita, la cosa sicuramente più bella che Gildo possa mai avere avuto nella sua vita.
La foto rubata di un attimo di intimità, un uomo scarmigliato come un artista. Non una posa o una foto tessera ma uno scatto istantaneo, vero.
Ora so dove pensarlo e come invidiare ancora una volta come possa vedere da qui, al di là del muro la nostra montagna.
Il Pizzocco , dalla cima , nei giorni di vento e di luce si poteva vedere, diceva, la sognata lontana laguna di Venezia.

Un amico può essere anche così, come è stato Gildo per la mia infanzia. Un esempio e un miraggio. Come è stato per la mia vita, un pensiero lontano ma ricorrente, impalpabile. La nostalgia di un mondo perduto e di significati che non ho saputo interpretare.
Oggi l'incontro con la sua sepoltura.Qualche volta anche i sepolcri devono essere aperti, da una mano pietosa.
Forse la mia.

La Signora Piloni, la mia maestra di quarta elementare aveva la fama e l'apparenza di una nobildonna d'altri tempi.
La sua figura era solenne per l'alta statura e il portamento fiero di una regina.Portava una treccia di capelli raccolta alta sul capo, orecchini pendenti che le allungavano in modo palese i già lunghi lobi accentuando l'aria severa da tacchino in ruota.
Intorno al collo un nastrino di velluto blu, segno, si diceva, del suo quarto di nobiltà.
Il piccolo e smilzo conte Testolini la accompagnava a scuola quando le strade erano gelate, in funzione di bastone.
Gli alunni più ordinati, sebbene il regime fosse in disarmo, portavano la camicia nera di ordinanza, con colletto bianco, le femmine il grembiule nero. Altri vestivano vecchi maglioni multicolori dismessi dai fratelli più grandi. Controllavamo reciprocamente tra noi, la pulizia del collo e delle orecchie prima dell'ispezione della maestra.
Subito dopo l'appello la signora passava tra i banchi e mettendo tutti sull'attenti, controllava ciascuno con occhio critico.
Le vittime erano quasi sempre le stesse come identica era la condanna.Il capoclasse doveva accompagnare i più sudici alla fontana al centro della piazza. La maestra dalle finestre controllava le operazioni.
Ognuno doveva lavarsi attingendo con la mano a cucchiaio l'acqua necessaria.
Non importava quale fosse la stagione e anzi per i recidivi c'era anche la punizione corporale. Il cugino Rinaldo fu sollevato per un orecchio dalla donnona imponente fino ad avere la lacerazione del padiglione ,al suo attacco.
La disciplina era governata da una verga di salice, morbida come un frustino.La punizione obbligava a presentare sul piano del banco le mani supine o rovesce, secondo la gravità, per ricevere i colpi di scudiscio.
Quando un giorno la verga si spezzò, la maestra chiese di avere un'altra.
Uno solo l'indomani fu così zelante da portare a scuola lo strumento richiesto,quando tutti avevano finto di aver dimenticato. Al malcapitato ruffiano fu imposto di porgere le mani per essere frustato per primo.

La villa del Conte Testolini era un magnifico edificio del settecento. Si presentava in fondo al viale con il suo pronao di colonne doriche sormontato da un timpano classico e da un coronamento a balaustra con anfore e sfere di pietra. Il parco era un ordinato giardino all'italiana con sentieri a ghiaietto tra siepi di bosso lavorate in accurate figure geometriche.
Una fontana in pietra d'Istria intorno a cui dei tavolini e delle poltrone di midollino accoglievano gli ospiti.
Era un dovere fare visita alla vecchia insegnante che nonostante la tardissima età sembrava portare il vanto che i successi professionali di qualcuno dei suoi alunni potessero venire in fondo dal rigore e dalla disciplina del suo insegnamento.
Quel giorno ci ritrovammo io e un altro vecchio compagno, Angelin Cassol, per la visita di cortesia.
D'obbligo sostare un poco in giardino davanti a un tavolino preparato per la circostanza con vassoi di dolci e brocche di limonata.
Gli anni erano passati e tanti ma la signora incuteva ancora il rispetto e il timore di allora. Guardavo le sue mani inanellate e forti, capaci di sollevare un bambino, pensavo, solo afferrandolo per un orecchio.
Angelin che aveva lavorato per i coniugi, riferì rispettosamente di alcune operazioni che interessavano la proprietà e ottenne l'approvazione e il compiacimento per la sua operosità.
Io ero l'estraneo che si aspettava da un momento all'altro la domanda imbarazzante di storia o di geografia,, con il timore di non saper rispondere. I discorsi fluirono invece senza imbarazzo, anche le rievocazioni di persone assenti mi coinvolsero piano piano.
Quando anch'io aspettavo il mio turno, le domande arrivarono. Tu di che cosa ti occupi, dove vivi, sei sposato.
Sai, Franco Sponga, quello del casello ferroviario delle Gravazze, vive anche lui a Milano, pare abbia un ristorante all'Ortica.
Con Franco non c'è mai stata molta familiarità, era vittima di una madre apprensiva che lo faceva vivere a zabaioni e tisane. Non poteva giocare con noi per non sudare, non poteva fare indigestioni di frutta acerba, non poteva arrampicare sugli alberi.
E Conz, e Nino Val, e Aldo Troian? Contadini, no anzi Val lavora in Germania. E Gildo?
Un silenzio imbarazzato; no, di Gildo è meglio non parlare. Sai dopo quello che è successo.
Non so nulla io di quello che è successo.
Cose terribili, credimi. Ora è come un lupo, solo come un lupo. Cambia casa e cambia padrone, sembra una belva ferita che gira per le montagne intorno al paese. Non può fermarsi qui e non può andare via. Meglio non parlarne.
Anni fa ha lavorato da noi, racconta Testolini. Faceva il custode anzi l'intendente della nostra proprietà. Tutto era affidato a lui, specie nei mesi d'inverno quando noi si vive a Feltre.
Avrai sentito del furto.
Una notte un furgone è entrato addirittura nel parco. I ladri hanno aperto le finestre, sono entrati in casa e hanno rubato argenteria, quadri, addirittura dei mobili d'epoca, una razzia. Nessuno ha sentito niente, non il cane, non Gildo che dormiva nella casa del fattore, appena qui dietro. Un furto incredibile per il nostro paese, un'audacia mai vista e anche una competenza profonda. Le cose asportate erano tutte di pregio come fossero state scelte da un antiquario.
Nulla era assicurato, le assicurazioni costano troppo; ora é stato installato un antifurto, il solito discorso di chiudere la stalla quando i buoi...
Per fortuna ,di ogni pezzo esisteva una fotografia che naturalmente é servita per la denuncia e per l'indagine dei carabinieri. Anche Gildo fu interrogato a lungo ma non poteva riferire nulla di rilevante.Sentiva però addensare su di sé un'aria di sospetto come avesse potuto, per trascuratezza aver consentito il furto, o peggio, potesse esserne complice.
Tutte le settimane doveva avere una visita medica a Belluno per una misteriosa malattia.
In un negozio di antiquario della città, ben esposti in vetrina due ritratti del settecento di personaggi illustri incorniciati in due cornici ovali di fattura ben conosciuta. Gildo ebbe un sussulto nel riconoscere nei due quadri, figure familiari ben note.
Entrò, discusse con l'antiquario il prezzo, quindi lasciò una piccola caparra a pegno.
Lo stesso giorno, il Conte Testolini accompagnato da Gildo e da due carabinieri fecero visita all'incauto antiquario che aveva esposto merce di provenienza dubbia. Questo il primo passo per risalire al deposito di tutta la refurtiva.
Tutto fu ritrovato e ogni cosa ritornò al proprio posto.
Per Gildo niente fu più come prima.. Non accettò ricompense e non volle risarcimenti morali. Volle solo andare via e partì.
Ora cambia podere ogni anno, patisce la vita, é davvero come un lupo.
Angelin, messo alle strette fu obbligato a raccontare. Nella sua casa al bivio per Santa Giustina passammo la notte davanti a una bottiglia di vino.



Il vecchio lupo non amava legami; un solo vero amico, il vecchio cane che lo seguiva dovunque, due passi indietro.
I compagni di gioventù lo salutavano appena e lui rispondeva solo con un cenno del capo senza levare la lobbia che sembrava nata con lui. Non metteva piede in chiesa, forse solo per non dover togliere il cappello che pareva la protezione dei suoi pensieri e della sua solitudine.
Nessuno gli conosceva amicizie e le sue bevute all'osteria erano sempre solitarie. Non aveva conoscenze femminili.
Qualcuno raccontava di averlo visto intorno al postribolo di Borgo Prà, tuttavia pare improbabile che qualcuna avesse potuto accettare un uomo dai capelli lunghi e dalla barba incolta, dall'abbigliamento disordinato e dalle scarpe rozze da contadino.
Nessuno seppe spiegarsi come Malvina, la cugina amica della nostra infanzia, scappata una sera da casa e dal marito violento avesse potuto rifugiarsi nella baita solitaria in collina.
Gildo non la cacciò, la tenne presso di sé come avrebbe tenuto un altro cane che avesse grattato alla sua porta.
La sua casa non veniva mai chiusa; chiunque avrebbe potuto entrare sedersi e mangiare e magari andarsene senza parole.
Forse tutti gli uomini dovrebbero essere così, forse tutte le case potrebbero restare aperte perchè un viandante possa sedere per riposarsi e per bere con te.
Forse sarebbe giusto non chiedere ma aspettare che l'estraneo parli e dica di sé,senza paura.

Ho immaginato per anni la casa di Gildo dove anch'io avrei potuto entrare e sedere. Bere con lui senza fare domande e restare o andare via senza l'emozione di ritrovarsi e senza il dolore dell'addio. Magia di due attimi di vita che entrano in tangenza per un solo istante nell'improbabile roulette del tempo.
Cogliere all'interno di una casa ospitale la bellezza di una sensazione libera da sentimenti, solo sensazione, solo vita allo stato puro. Bere insieme e andare via.
Malvina entrò nella casa di Gildo e fu accolta senza parole.
Nessuno sa quale fosse il suo giaciglio, se accanto a Gildo, sul materasso di foglie di pannocchia o nell'altra stanza affacciata sul balcone dove da pochi giorni era esploso il bagliore dei gerani.

Il lupo non era cambiato, il suo lavoro era quello dei campi che nei giorni di festa si trasformava in altro lavoro.Raccoglieva grandi massi bianchi arrotondati per essere roccia rotolata nei secoli dalle cime, dentro il letto dei torrenti.
Sapeva per una sapienza intuitiva che i massi tondeggianti non si possono usare nelle costruzioni. Nessuna malta li potrebbe trattenere durante una scossa di terremoto. La val Belluna è da sempre zona sismica e quella di lassù è chiamata "tera sgorlada", terra scossa.
Il lavoro era pesante, colpire con una enorme mazza i grandi ciottoli per spezzarli e ottenere superfici piane e scabre perchè i massi si possano sovrapporre e incastrare, senza pericolo. Doveva ingrandire una stalla accostata alla casa e si preparava il materiale da costruzione. Il torrente non era lontano per i massi. Per la calce aveva preparato una grande fossa scavata accanto al letamaio.
I grandi sacchi di calce viva della fornace di Dussan si trasformavano con aggiunta di acqua e di tempo in un impasto di calce spenta o grassello.
Marina aiutava nei campi e bolliva la cenere nel grande mastello di rame per preparare il bucato. Tutti i giorni, sul filo teso davanti a casa, sventolavano nel vento lenzuola, tovaglie, capi multicolori. Un inconfondibile segno di donna.
Nessuno li vide mai insieme in paese. Solo nei prati Gildo, davanti con la sua falce e la pietra da cote appesa alla cintola, era seguito da Malvina con la forca a tridente, pronta a spargere e distribuire l'erba tagliata.
Insieme la sera a rastrellare e ad accumulare il fieno prima della notte e il mattino dopo a ridistenderlo nei prati per una nuova giornata di sole.
Solo Gildo andava al "caselo", il caseificio di Dussan a portare il latte delle due mucche. Un recipiente di alluminio sagomato con forme tondeggianti per essere retto agevolmente sulle spalle e un altro recipiente in equilibrio sulla bicicletta.
I contadini arrivavano insieme al caselo all'ora del vespero, dopo la mungitura, alla fine del lavoro dei campi e quando il sole era prossimo al tramonto. Il tempo giusto per tornare prima dell'oscurità.
Il casaro annotava in un registro, accanto al nome di ognuno, la quantità di latte depositata.
Il recipiente svuotato veniva riempito di siero, il residuo della lavorazione. Sarebbe stato l'indomani, insieme a patate e zucche, il pasto per il maiale.
Il contributo di latte, depurato della percentuale dovuta al caseificio, dava diritto al prelievo, a fine mese, di stabilite quantità di burro e di ricotta; per il formaggio veniva pattuita un'opportuna stagionatura.
Il caselo era luogo di animate discussioni perchè non sempre tutte le operazioni, consegna, valutazione, prelievo dei prodotti avveniva nel rispetto delle regole, come in una cooperativa.
La rissa, quando accadeva, era dovuta quasi sempre all'accusa di annacquamento del latte.
Esisteva un densimetro per valutare sommariamente i casi dubbi, ma si facevano sentire le giustificazioni più fantasiose.
Le voci si alteravano facilmente e l'atmosfera era sempre pronta a scaldarsi.
Gildo arrivava, versava il suo latte e se ne andava senza partecipare alle discussioni.
Ma non quella sera quando sentì appena sussurrato il nome di Malvina.
Chi si era accorto della sua presenza si era zittito di colpo.
Alpagotti, un impiegato del municipio addetto all'annonaria continuò a parlare senza avvertire il silenzio intorno a lui.E nel silenzio, le sue parole suonarono ancora più chiare per gli orecchi di tutti e per l'attenzione di Gildo.
Posò a terra il suo recipiente già colmo di siero e con passo tranquillo si avvicinò ad Alpagotti. Lo fissò dritto negli occhi mentre questo impallidiva per la sorpresa, incapace di dire una parola. Senza spiegazioni, senza rabbia, senza insulti alzò la mano come per colpire.
Alzò semplicemente la mano e questo bastò perché l’uomo arretrasse di colpo impaurito.
Il pavimento del caseificio era viscido e scivoloso per tutti i travasi di latte. Alpagotti scivolò a terra senza un gemito.
Il suo capo urtò lo spigolo di metallo di un gradino e l'uomo rimase inerte.
Gildo si chinò immediatamente per dare soccorso. Appena qualcuno pronunciò la condanna: è morto, Gildo fuggì e sparì dal paese, dalla sua casa.

Un evento simile non accadeva a Meano a memoria d'uomo. Il fatto più clamoroso era accaduto cinquant'anni prima, quando una donna aveva ucciso il marito violento con un colpo di roncola.
La casa era ancora segnata dal delitto e la stanza dove era accaduto, era rimasta per sempre disabitata. La morte violenta era vissuta come una maledizione per l'intera comunità.
Dopo il funerale di Alpagotti, Gildo si consegnò ai carabinieri di Bribano.
Non disse una parola a sua discolpa, non dette indicazioni all’avvocato d’ufficio, anche le testimonianze furono discordanti. Alla sua coscienza era bastata la sua intenzione di colpire.
Il carcere di Baldinic a Belluno, fu la casa di Gildo per molti anni. Omicidio preterintenzionale secondo il giudice. Quasi un'assoluzione per la legge ma per la comunità una condanna per l'intera vita.
Una condanna che pareva dovuta per un uomo che sembrava non amare gli uomini, che viveva con una donna d'altri, che non metteva piede in chiesa, che viveva fuori dalle regole
Nessuno lo andrà mai a trovare a Baldinic. Solo Malvina gli porterà cose e stracci per vestire.

Tu saresti tornato a vivere qui, mi chiede d'improvviso Angelin.
Non so, dico, forse no. Non avrei potuto reggere alla condanna della mia gente, dopo aver pagato il mio debito anche senza averne colpa. Ma io sono un uomo fragile, la disapprovazione di qualcuno mi dà sofferenza.
Gildo invece è tornato qui, alla sua casa di sassi, alle sue bestie, a Malvina. Ha continuato a portare il latte al caselo e a bere da solo all'osteria.
Agli uomini giusti forse basta solo il giudizio che loro stessi danno alle loro azioni. La vita poi si può vivere in tanti modi diversi. Si può scegliere di affrontarla come una battaglia da combattere, con il rischio delle sconfitte e la speranza delle vittorie. Con la voglia di vedere, di sapere, col bisogno di allargare sempre i propri orizzonti. Si può viverla come io l'ho vissuta e la vivo.
Oppure si può soffocare il bisogno di orizzonti sempre più ampi se si ha dentro di sé la certezza che nessun orizzonte é più vasto della cerchia delle nostre montagne. Che la ricerca del senso dell'esistenza si può chiudere nel breve spazio della propria casa, della propria stanza.
Se si crede che nessuna coscienza può diventare più profonda di quella che può crescere stando seduti qui in questo luogo, in silenzio, come un monaco tibetano. Senza aspettare nulla, non l'illuminazione di una trascendenza che ci faccia sperare in felicità imprendibili, inafferrabili. Senza cullarsi nelle proprie sensibilità. Senza sentimenti ma solo con il culto delle sensazioni, del momento da vivere in silenzio, nel rispetto di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le cose, anche del sasso che aspetta il tuo colpo di mazza per poter diventare parte della tua casa.
Voler diventare come il filo d'erba o il ciottolo di torrente che scende rotolando o l'altro immobile da secoli nel prato. E sentire l'amore di Malvina, silenzioso, senza parole.
La sensazione d'amore, non il sentimento d'amore. La sensazione che è carezza come il volo della cavolaia o il salto della cavalletta da un filo d'erba.

Non ho mai ucciso un uomo, non ho mai tolto la vita a qualcuno ma non sono innocente.
Per tutte le volte che non ho avuto coraggio, per tutte le volte che ho lasciato che un'ingiustizia prevalesse, per ogni momento di rinuncia alla verità, per ogni istante di codardia, non sono innocente.
Marco era piccolo accanto a me e un contadino frustava bestialmente un somaro incapace di spostare un carretto su un'erta di sassi. Non ho avuto il coraggio di mostrare a mio figlio come agisce un uomo che sa stare dalla parte del giusto e ho lasciato frustare.
Per la debolezza di un attimo patisco una vergogna che dura da una vita. E sono forse un assassino perchè avrei voluto uccidere.
Tenevo per mano un bambino ma ho avuto cattivi pensieri.
Capisci, un uomo vede un altro uomo che commette il delitto di frustare un animale innocente , vede l'uomo che impazza e mostra il peggio della sua natura e quell' altro uomo, quello che tiene per mano un bambino volta la faccia e lascia fare e si allontana e lascia che il bimbo senta di stare per mano a un uomo buono che lo protegge.
Il processo che io stesso celebro nella mia mente mi condanna: sono colpevole della mia innocenza. La volontà mi condanna. E questo è solo un piccolo segno dei mille delitti che possono costellare e costellano la miserabile coscienza di un uomo.

Gildo torna entro il cerchio del suo orizzonte perchè non ha altri orizzonti che gli appartengano. Può abitare tra tutte le cose che ha amato perchè anche se gli uomini non capiscono, lui è una creatura innocente.
La sua vita non ha mai offeso un somaro, ucciso sotto un carico, non ha commesso violenza o sopraffazione. E lui non ha mai girato la faccia.
Un innocente e incolpevole assassino tra tanti colpevoli di inutile innocenza.

E' troppo pericoloso aprire i sepolcri. Qualcuno da dentro può puntare il dito contro di te e ricordarti:” non sei quel che credi, non sei quel che credi”. La tua colpa è di vivere contro la vita.
Parola di Gildo.

( Fine )






















rodolfo vettorello

Edited by - memius on 13 Feb 2007 10:41:08

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deleted

6865 Posts

Posted - 05 Feb 2007 :  02:53:07  Show Profile  Reply with Quote

Ho letto questo bellissimo romanzo tutto d'un fiato.
Sei molto bravo, Rodolfo, a raccontare e descrivere quel mondo che
forse ormai non esiste più, fatto di cose semplici e sentimenti
veri.
Complimenti sinceri.

La donna ha l'età del cuore ~ l'uomo quello del giudizio...


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Rodolfo Vettorello
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Italy
121 Posts

Posted - 06 Feb 2007 :  17:57:30  Show Profile  Reply with Quote
Gentile amica, avevo versato il mio breve romanzo nel sito, solo per non perderlo tra i miei Documenti, non avrei mai potuto sperare che qualche volonteroso avrebbe trovato il coraggio di leggerlo. Mia moglie alla terza pagina voleva denunciarmi per crudeltà mentale. Sei stata molto cara e gentile e il tuo commento è generoso e apprezzato. E' stato un bel benvenuto davvero. Un abbraccio da Rudi

rodolfo vettorello
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memius
Autore

682 Posts

Posted - 13 Feb 2007 :  10:43:50  Show Profile  Reply with Quote
Ciao Rodolfo
Benvenuto nella sezione Romanzi.

Ho modificato il titolo e l'ho catalogato tra i tanti della biblioteca virtuale.

Un consiglio,
se hai degli altri romanzi, non postarli tutti d'un fiato :-)

un post alla volta, così lasci il lettore in sospeso ad attendere il prossimo capitolo.


Comunque, il nostro motto qui è "Leggi fatti leggere"

potrai scegliere un romanzo da leggere che soddisfi i tuoi gusti.
Vai nel post Biblioteca dei Romanzi e vedrai.

Ciao



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