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 Romanzo 34a:"4 personaggi in cerca d'autore"
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tartaruga
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Trinidad and Tobago
394 Posts

Posted - 03 Mar 2007 :  09:25:18  Show Profile  Reply with Quote

"4 personaggi in cerca d'autore"
di Tartaruga






II - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9914
III - http://www.millestorie.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=9915




P R O L O G O

Esistono storie inventate che sembrano vere. Esistono invero storie che sono vere ma che sembrano inventate. Ciò che rende vera una storia non è come è concepita o come si intreccia la trama, dipende piuttosto dalla voglia di crederla vera perché somiglia alla nostra idea di storia sognata e immaginata possibile.
Per rendere vera una storia non basta solo l’immaginazione. Ci vuole anche la voglia di farla vivere oltre ciò che essa rappresenta o esprime.
Se accade il miracolo è compiuta la magia; se accade, accade perché, senza neanche saperlo, essa ci evoca un ricordo smarrito, un immagine dimenticata o un pezzo di vita vissuta senza troppo badare alla ricerca del senso compiuto.
Ci sono storie che si scrivono sorridendo e poi si leggono ridendo.
Questa storia invece si legge tenendo chiusi gli occhi della ragione e spalancati quelli della fantasia che rende possibile ogni cosa.
Questa storia è nata per gioco.
E’cresciuta oltre l’immaginazione di chi l’ha pensata e scritta.
Ad un certo punto ha preso forma e sostanza e quasi una vita autonoma.
Avrebbe potuto proseguire anche da sola, senza bisogno di autori.
E forse è accaduto davvero così.
Per questo questa storia non si saprà mai chi l’ha scritta. E forse è meglio così.

Paco e Sara.




Genova - Lungomare - Il bar Centrale vicino all’Acquario. Un anno di questo secolo - Un giorno di Luglio - Un mese dopo - Un’ora qualunque

La donna bruna seduta al tavolino del bar beveva acqua tonica con una fetta di limone.
Sul tavolo il depliant di un albergo affacciato sul mare, un piattino ancora pieno di salatini, un quaderno e una penna. Guardava l’orologio di tanto in tanto, e lo sguardo era perso in un punto lontano davanti a sé. Verso sud.
Prese in mano la penna ed iniziò a scrivere :
“I miracoli non si spiegano e devono rimanere misteri. Le favole invece devono essere vissute…”
Si interruppe, guardò di nuovo l’orologio, decise di non aspettare oltre e chiese il conto.
Il cameriere fu rapido, andò alla cassa e tornò con il magro conto piegato in due. Lei lo aprì cercando distrattamente il totale. Al posto del conto un messaggio, in una grafia sconosciuta.
“Al bar Pago sempre io, tu puoi pensare al resto, se ancora vuoi. Mi trovi al supermercato sotto casa. L’indirizzo di Genova lo conosci. Lo spazzolino te l’ho comperato io, altro non serve. Sbrigati perché ti ho già aspettata troppo. Stasera si mangia pesce #61514;.”
Lei sollevò gli occhi verdi verso la faccia sorniona del cameriere che sorrideva compiaciuto del suo servizio.
“Mi chiama un taxi per favore?”
“Già fatto madàme” rispose lui.
Beatrice dette l’indirizzo:
“Mi porti a Porto Venere per favore, ma il più lentamente possibile”.


Spiaggia di Le Precheur - Martinica - Antille Francesi - Nord dell’isola Ore 10 di mattina - Un mese prima

Filippo aveva finito quasi tutti i preparativi. La muta era nuova di zecca. Stavolta si era concesso una muta stagna, doveva pur festeggiare i suoi 38 anni da scapolo. Per scelta, quasi obbligata ma anche un po’ cercata.
Era arrivato a un passo, vicino, molto vicino. Lei era perfetta, nulla da dire. Bella senza essere appariscente, educata senza essere taciturna, gentile senza essere svenevole, allegra e seria nei momenti opportuni. Giusta anche a letto, misurata nella passione e contenuta negli affanni.
E lo lasciava fare quasi tutto, eccetto le fantasie. Per Filippo questo era un aspetto critico, una limitazione forte. Lui viveva delle sue fantasie, metteva troppe volte la sua voglia di sesso sul comodino insieme al libro di Baudelaire, ormai scollato alla pagina di “L’uomo e il mare”.
Lo stesso da 20 anni.
Lei sapeva frenare ma con dolcezza, non lo inchiodava mai. I suoi sospiri contenuti erano come lei, perfetti. Completamente adeguati alla grande vera ed unica passione di Filippo: stare sotto l’acqua.
Ci passava almeno tre mesi ogni anno. Ma prima di andare sotto l’acqua ci si doveva stare sopra, all’acqua, sulla barca. E sulle barche d’altura si stava in compagnia. E non c’era un comodino per il libro ma abbastanza spazio per un letto. Uno spazio silenzioso nelle notti di mare muto. Qui il silenzio di Lei era davvero ineguagliabile.
Dopo quattro anni di progressivi assestamenti erano arrivati ad un passo, la casa era già affittata.
Poi c’era stata la cena con gli amici della piscina; l’amica del suo migliore amico gli si era seduta sulle ginocchia, lui aveva sentito un profumo di donna da sballo, le mani erano scivolate sui seni ed erano iniziate 24 ore di black-out totale con il resto del pianeta.
Lei, perfetta come sempre, gli aveva notificato la rabbia, la vergogna di averlo fatto sapere a tutti. Era una riservata, Lei. Di questo gli importava, che si fosse saputo.
Filippo aveva deciso di aver paura di tanta perfezione e aveva cominciato ad apprezzare i difetti. Era quindi sulla spiaggia nera di Le Precheur insieme ad una chiassosa moretta fatta di piccole smagliature ma con gli occhi smaglianti di forza vitale. Che respirava forte durante l’amore.
Ma non la amava.

Golfo dei Poeti - Porto Venere - Italia - Chiesa di S. Pietro. Ore 10 di mattina - Un mese prima

Beatrice aveva voglia di pace. Aveva voglia di sonno. Aveva voglia di bellezza. Ormai da mesi entrava e usciva da quella porta di vetro e acciaio che separava la unicità della Riviera dalla ripetitività delle sale di attesa. Tutte uguali le sale di attesa degli ospedali. Linoleum, panche di plastica, pareti coperte da campagne di prevenzione su tutti i mali del mondo. Da leggere solo quando ci sei. Mai prima o altrove.
Nessuno di quei poster sarebbe mai stato capace di prevenire il suo dramma.
Le coincidenze non si prevedono, il caso non si programma.
Non si può immaginare quanto possa cambiare la vita rispondere al telefono a qualcuno che ha sbagliato numero ed uscire di casa con cinque minuti di ritardo. Non si può sapere cosa vuol dire inchiodare i freni davanti ad un bambino scappato dalle mani della nonna. Non è prevedibile lo schianto del camion guidato da un corriere anche lui troppo in ritardo sulle consegne.
Come neanche il pilone di cemento che sarebbe stato rimosso solo il giorno dopo. Impazziva Beatrice quando pensava a quegli ultimi dieci minuti di suo figlio vivo.
Un corpo in cui batteva solo un cuore senza voler smettere. Il resto prevedibilmente piatto, inesorabilmente uguale, senza sorprese, ormai da mesi. Suo figlio si era giocato tutte le coincidenze della sua vita in quei dieci minuti. Potevano solo aspettare. Loro due soli, senza che l’uno sapesse dell’altro. Soli, perché così era stato da sempre.
Quando non ne poteva più di tutta quella immobilità Beatrice andava su uno scoglio, seduta sugli scalini consumati di una chiesa, a guardare il mare.
E il mare gli rispondeva sempre con una immagine diversa di luce, di rumore, di movimento.
Ma le ossessioni sono ossessive e, dato che non riusciva mai a staccarsene completamente, aveva cominciato a desiderare di fissare le immagini, renderle immobili come suo figlio.
Si portava una macchina fotografica e scattava, scattava, impressionava tutto quello in cui i suoi occhi si perdevano. E la sera rivedeva tutto al computer, a casa. Guardava gli scatti in sequenza.
“…l’onda si avvicina….si gonfia….si colora di spuma ….si inarca…si abbatte…torna alla sue origini….” Pensava. E rivedeva suo figlio a ritroso, fino al maledetto squillo di quel telefono.
Su quello, solo su quello, riusciva a scatenare l’odio più feroce.
Tutto il resto non lo meritava, sarebbe stato troppo ingiusto. Ma odiare un pezzo di plastica dura si, questo se lo permetteva, doveva, le era vitale. Per dare un senso.

Spiaggia di Le Precheur - Martinica - Antille Francesi - Nord dell’isola. Ore 10,30 di mattina - Un mese prima

Era ormai tutto pronto. La piccola barca a motore si stava velocemente avvicinando alla riva. Pochi minuti e Filippo si sarebbe di nuovo immerso nel suo paradiso di silenzio.
L’unica cosa in cui riusciva a sprofondare completamente, l’unico momento di abbandono totale che si voleva permettere.
C’era agitazione sulla barca, grandi gesti di saluto, eccitazione….
Filippo ci mise un po’ di tempo a percepire la differenza. Stava troppo bene con se stesso e con il mondo per percepirla. Il ragazzo aveva il volto stravolto, urlava.
Non in francese, no. Usava la lingua dei suoi padri, sputava fuori parole e suoni antichi. Terrore, era terrorizzato. Universale la lingua della paura. La barca era ormai a pochi metri dalla riva, il massimo che il fondale permetteva.
L’invito a salire era un ordine, inequivocabilmente perentorio.
Filippo capì, la moretta capì. Compresero l’essenziale. Dovevano andare via da quella spiaggia nel tempo più breve possibile. Sulla sabbia nera rimase tutto tranne loro. Le bombole, il pranzo, la attrezzatura fotografica, le creme, i cellulari.
Stava succedendo di nuovo. Quella mattina il vulcano aveva deciso di partecipare alla vita dell’isola, dopo 100 anni o poco più.
Bisognava lasciarlo fare in pace e guardarlo da lontano. Il più possibile.
Navigarono su un’acqua nera di rabbia repressa. Si misero in salvo in un posto sicuro.


Golfo dei Poeti - Porto Venere – Italia - Chiesa di S. Pietro. Ore 10,30 di mattina - Un mese prima

Era una mattinata ventosa. Più del solito ma giusta per la stagione.
A quell’ora i turisti invernali della riviera ancora si godevano il tepore delle coperte, senza fretta. Beatrice lasciava che il vento la confondesse fino a spazzare via i pensieri e le immagini.
Quella mattina non era ancora andata in ospedale. Non ce la aveva fatta. Aveva bisogno dello scoglio, prima. Aveva bisogno che le urla dei gabbiani rompessero il silenzio dei disinfettanti. Aveva bisogno che il rumore delle onde rompesse la monotonia del monitor.
Aveva bisogno di un uomo che la stringesse di notte e la facesse ridere di giorno.
In quella mattina di cielo spezzato, stava toccando tutte le impellenze chiuse nelle fotografie.
Le sentiva fisicamente su tutto il corpo. La testa persa in pensieri disordinati, la gola serrata dalla paura, le mani chiuse nei pugni, le gambe tremanti ed infine una femminilità incontenibile che chiedeva amore fisico.
Così stava Beatrice quando sentì lo squillo del cellulare. Un suono quasi dimenticato ma provvidenziale, in quel turbine di sensazioni.
“La signora Beatrice? Chiamo dall’ospedale” .
Una pietra, era improvvisamente diventata una pietra, dello stesso colore antico della chiesa gotica. Nessuna foto avrebbe saputo distinguere l’una dall’altra.
“Mi sente? Deve venire in ospedale, subito. Sta succedendo qualcosa. Non creda al miracolo, io non credo nei miracoli, ma sta succedendo. Deve venire subito.”
Beatrice non pensò, non ne aveva tempo. Si precipitò giù di corsa lungo il sentiero di sassi. In 10 minuti era in ospedale davanti al tracciato di un monitor che saltellava in modo disordinato. Davanti a due occhi aperti che la guardavano come sempre, felici di vederla lì.
Sullo scoglio rimase tutto tranne lei. La attrezzatura fotografica e il cellulare.
In bilico su una pietra.

Spiaggia di Le Precheur - Martinica - Antille Francesi - Nord dell’isola. Ore 9,15 di mattina - Due giorni dopo

Paco decise che era ora di tornare a fare un giretto sulla spiaggia.
Era il momento giusto. Poca gente in giro, tutti ammucchiati all’aeroporto ad aspettare il primo volo libero. Capitava ogni tanto che il vulcano si agitasse un po’.
Lo sapeva Paco, erano anni che viveva sull’isola. Lo sapeva Paco, glielo aveva detto suo nonno, che fino a quando la crepa della loro casa rimaneva stabile, il vulcano non faceva sul serio. La avevano costruita dopo l’ultima eruzione, la loro casa, quando il fondo del mare si era spaccato in mille pezzi e la terra era scesa in acqua e l’acqua aveva scalato la collina.
Poi tutto era tornato a posto, come sempre, anche nella loro isola e la sua famiglia di emigranti aveva occupato quella bella caverna naturale che aveva sopra una piccola crepa. Quanto bastava per far arrivare la luce del sole ed anche, ogni tanto, i raggi della luna. La piccola crepa non si era mossa neanche questa volta, il vulcano aveva giocato di nuovo a spaventare i turisti.
Il nome Paco lo aveva scelto per lui il nonno, che era di origini partenopee.
E poiché le proprie origini si possono rinnegare ma mai dimenticare, spesso Paco si presentava ai clienti del suo laboratorio di cose utili usando una frase cara al nonno :
“Songo bello, tengo ‘nu bellocereviello , songo ‘nu pazzariello, so’ proprio ‘nu bello guaglione, ma se tenete ‘nu baco ‘ncapa, non vi preoccupate, chiamate: - PaGo-. Ma stateve accorte, ca io, si me sbaglio, non vi PaCo.”
“Nonno purpetiello” lo aveva chiamato così perché, appena nato, fece confusione assai tra “Pago” e “Paco”, abituato com’era al suo buffo ritornello.
Disse alla bavosa e seriosa ostetrica che aveva fatto nascere il nipote :
“Uhè guagliò !!! Dicisti c’aveva nascere ‘na femmenella ma ti sei sbagliata. Io mi aspettavo ‘na bella purpessella. Allora cara mia, non ti PaCo, mica mi chiamo PaGo?”
Quella confusione era continuata anche nei giorni successivi, fino all’ufficio dell’anagrafe.
Paco, crescendo, era diventato molto intelligente, come tutti i polpi; sapeva trovare le cose più strane, quelle che altri nemmeno vedevano anche avendole sotto il naso. Lui le trovava, le intuiva al primo sguardo e poi le conservava, quasi che sapesse restituirgli vita e movimento per magia, quasi che sapesse estrarre dall'insieme ogni suo più piccolo particolare. E da questo poi riavvolgeva ogni cosa in una nuova veste. Girava spesso tra gli scogli di nascosto, in cerca di cose dimenticate o buttate via da qualche turista frettoloso o solo distratto.
Prendeva solo ciò che lo incuriosiva, solo ciò che la sorte gli riservava, come fosse un dono fatto apposta per lui. Con calma conservava tutto, ne comprendeva il funzionamento e la complessità. La svelava, per poi rivenderla nella sua bottega di ricordi antichi, proprio lì nella grotta rossa di coralli, sotto l’isola. Ci metteva amore in quel suo lavoro di cercatore di ricordi e di cose strane. Ogni cosa prendeva un nuovo valore in virtù del suo occhio esperto e della sua capacità di comprenderne il funzionamento. Così ogni oggetto aveva una nuova possibilità di essere , aldilà della sua stessa origine. Era famoso a Le Precheur. Era stimato e rispettato. Ma non era conosciuto fino in fondo perché non aveva mai concesso a nessuno di farsi conoscere dentro, almeno fino a quel momento. La curiosità dicono sia femmina ma era anche la sua dote fondamentale, insieme alla sua voglia irrefrenabile di viaggiare. Le coccolava entrambe come le ragioni vere della fortuna che pensava di aveva avuto, oltre ogni suo merito reale. I meriti che tutti gli riconoscevano, ma che lui non sapeva riconoscere.
Quella mattina Paco pensava che era un bel po’ di tempo che non transitava su quella spiaggia: aveva fatta una lunga vacanza nel golfo di Napoli. Aveva sentito parlare del “Polpo alla Luciana” e voleva conoscere questa Luciana che narravano trattasse da Dio i polipi. Aveva sfidato la sorte ed un lunghissimo viaggio pieno di pericoli proprio per quello. I pericoli che aveva sempre cercato e sfuggito, intuendo la vera essenza del suo sentirsi carne da macello.
“Vedi Napoli e poi muori” canticchiavano gli altri polpi. Ma lui era un temerario oltre ad essere intelligente, e sapeva che a Napoli avrebbe trovato l’origine della sua filosofia del modo giusto di utilizzare le cose senza buttarne via nessuna. La chiave del successo nella sua professione di robivecchi. E si era deciso ad andare.
In quel golfo di mandolini aveva appreso l’arte dell’arrangiarsi e il linguaggio musicale e divertente del dialetto partenopeo che aveva imparato ad amare subito. Aveva già nostalgia di quel posto lontano e sempre assolato, troppo spesso inquinato e dimenticato. L’inquinamento che aveva spinto tanti anni prima la sua famiglia a cambiare acqua.
Aveva ascoltato una canzone, quella di un cantante che confondeva il nome con il cognome e ne era rimasto affascinato.
Aveva capito che quel mare e quella città avevano i suoi mille colori e le sue mille paure antiche : si era innamorato del fondale, degli scogli di Mergellina e sotto Capo Posillipo, della parlata delle sogliole, dell’allegria dello sbaraglione, delle lattine vuote che trovava sott’acqua. Perché a Napoli sott’acqua si trova di tutto. Aveva appreso molto di elettronica, perché aveva trovato, in una cassa abbandonata sulla scogliera di Posillipo, un corso completo a fascicoli della scuola Radio Elettra di Torino. Aveva avuto persino voglia di andare a Torino, ma gli avevano detto che non c’era il mare li, ma solo un fiume di acqua dolce, inadatto a lui.
Per quanto “quel corso” non fosse certo il massimo né fosse tanto aggiornato, aveva studiato con profitto e si era applicato con intelligenza e aveva imparato, con il tempo e la pazienza, a cavare il classico “granchio dal buco”.
Ci voleva tornare lì a dispetto dei suoi interessi nell’isola anche se sapeva che sarebbe stato difficile avere una nuova opportunità.
Così era la situazione quella mattina a Le Precheur quando Paco posò pigramente sulla spiaggia un tentacolo, poi un altro e, gettando un occhio in giro, la vide!
Una borsa nera di plastica pesante. Aperta. Dentro c’erano tante cose piccole. Ed era anche molto vicina all’acqua. Gli bastò allungare un tentacolo, fare leva su un altro e la borsa era lì, a portata di zampa. Cominciò a girare quel piccolo coso nero da tutte le parti : si accendeva e si spegneva, faceva dei piccoli rumori ed ogni tanto comparivano immagini.
Paco aveva schiacciato tutti i tasti di quello strano oggetto trovato sulla spiaggia. Voleva capirne il funzionamento e forse comprenderne la logica. Ad ogni tocco si sentiva un rumore, si vedevano tante luci colorate che si accendevano e che poi si spegnevano da sole.
Senza una logica era comparsa improvvisa, sul riquadro colorato, una immagine: la sua.
Paco era affascinato: era lui quello che sorrideva e si vedeva in quello strano quadratino colorato. Sembrava lui come fosse riflesso, proprio come quell’immagine vista nello specchio che aveva trovato anni prima in fondo al mare. Solo che qui, per far comparire l’immagine, si doveva schiacciare il tasto proprio ogni volta, quello in alto a destra.
Forse si era rotto, perché l’immagine rimaneva ferma e questo era strano ma insieme interessante. Ad ogni tocco di quel tasto, compariva una nuova espressione della sua faccia e, certe volte, una nuova immagine di ciò che era proprio dietro di lui.
Strano specchio era quello, però qualsiasi cosa fosse, era decisamente curioso e divertente.
Paco aveva capito, con la solita intuizione, che con quell’oggetto si potevano fare le facce, per poi vederle con calma anche il giorno dopo e anche quando la faccia non era più la stessa sul viso. Insomma, sembrava un bel cassetto di facce o d’immagini da conservare per rivedere e ricordare con calma, dopo.
Continuò a spingere sui tasti. Improvvisamente comparve una sequenza numerica. Un numero qualunque.
In basso sulla destra un tasto rosso, c’era scritto ENTER.
Forse da lì si poteva entrare da qualche parte o forse accedere a qualche funzione più particolare o nuova. Paco era eccitato.
Spinse il tasto Enter, sullo schermo comparve la scritta:
“Messaggio multimediale inviato. Premere un tasto per proseguire. “


Gli amici di penna che hanno collaborato alla stesura di questo racconto a puntate sono tutti qui. Li ringrazio ora come allora.






Mara

Edited by - memius on 04 Mar 2007 22:20:59

Pier
Autore

Guatemala
563 Posts

Posted - 03 Mar 2007 :  10:20:33  Show Profile  Reply with Quote
Incommentabile. Inimmaginabile. Incredibile. Intuibile.
Ricordo bene ogni rigo, la costruzione, il sorriso, la trama e l'ordito.
Chi non ride leggendo... un polpo è....
Paco.

Il marinaio spiegò le vele al vento.... ma il vento non capì.
(autore sconosciuto..)
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n/a
deleted

39 Posts

Posted - 03 Mar 2007 :  20:15:54  Show Profile  Reply with Quote
Sì, mi ricordo del polpo, e pure dei fondali di Posillipo! Che bella esperienza è stata quella, Mara. Mentre rileggo c'è qualcosa della bavosa che non mi convince... Forse non si capisce che era stata l'ostetrica...




Se sono un pinguino, perché ho così tanto freddo?
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Massimo Guisso
Autore

Italy
396 Posts

Posted - 03 Mar 2007 :  21:10:11  Show Profile  Reply with Quote
Modestamente, lo so a memoria...
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becki
...

Italy
5387 Posts

Posted - 03 Mar 2007 :  21:16:34  Show Profile  Reply with Quote

Molto bella e decisamente fuori dai soliti canoni
sia narrativi che estetici...un via vai tra personaggi
che si muovono su vari piani come dentro scatole cinesi
che continui ad aprire per arrivare in fondo dove
la sorpresa sta invece nella bellezza di ogni scatola....
Bravissima!


http://beckirebecca.spaces.live.com/
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tartaruga
Autore

Trinidad and Tobago
394 Posts

Posted - 04 Mar 2007 :  23:15:48  Show Profile  Reply with Quote
becki, chi ha commentato ha contribuito, nella trama e nelle "traduzioni". Chissà se nel futuro ci verrà in mente un'altra favola

Mara

http://aquilonesenzavento.splinder.com/
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n/a
deleted

6865 Posts

Posted - 05 Mar 2007 :  00:11:28  Show Profile  Reply with Quote

Ti seguo volentieri in questa avventura

La donna ha l'età del cuore ~ l'uomo quello del giudizio...


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