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Donne che parlano di donne...

Printed from: REDAZIONE DI MILLESTORIE
Topic URL: http://www.millestorie.it/riservato/forumredazione/topic.asp?TOPIC_ID=1005
Printed on: 16 August 2017

Topic:


Topic author: Silva
Subject: Donne che parlano di donne...
Posted on: 29 February 2008 10:49:42
Message:

Le donne scrivono poco di donne, apparentemente parlano d’altro, eppure spesso partono da altro per arrivare quasi per caso a toccare i tasti più dolenti e rimossi della propria femminilità, un po’ come Alda Merini quando scrive “Sulla noce di un’albicocca”: ‘…Sulla noce di un’albicocca/sul primo pensiero che mi salta in mente / fondo l’alluce della ragione/ per toccare i tuoi piedi eterni’ .
È straordinario come in questi versi, che pure partono da un’idea di ragionevolezza, si possa cogliere in modo sorprendente e sofferto la risalita della poetessa dagli inferi dell’infermità e dell’abbandono ad un prodigioso recupero di identità e senso, secondo un percorso che rovescia il rapporto razionale-irrazionale per approdare nel mondo salvifico della poesia.
E pur senza pretesa di toccare tali vertici, le donne spesso scrivono di se stesse e del mondo femminile seguendo processi analoghi, le loro albicocche possono essere persone sconosciute o importanti, oggetti esotici o di uso quotidiano, molto spesso si tratta di figure maschili che fanno da tramite, che traghettano il pensiero da una situazione reale a riflessioni esistenziali che vanno ben oltre lo spunto di partenza, ed hanno come sfondo non più ‘lui’, ma una, o molte, ‘lei’… esemplare, al riguardo, è “Gallo Lui femmina Lei” di Maresa Baur: non è la solita storia di un marito padrone, ma il pretesto che prende spunto da un uomo chiuso nel suo narcisismo per dipingere a colori quel sogno di intima libertà così urgente nel mondo femminile:

Gallo Lui femmina Lei.
Maresa Baur

Fredda la casa di un livido azzurro. un anonimo letto qualunque...

lago di luce a rischiarar le impronte palmate di Lui.

Lo sguardo padrone sul capo di Lei, le ginocchia piegate
decisa ad essere quella di sempre...

Lui non alza la zampa,
col becco le sfiora la fronte...

Lei vorrebbe soltanto sentire
il profumo di due calde lenzuola,
nella stanza dipinta di bianco e di blu.



Ed ora una storia di ordinaria solitudine, quella che assale indifferentemente negli spazi troppo aperti o troppo chiusi, perché nasce da una condizione di stasi interiore, dove non ci sono donne da raccontare; eppure l’autrice racconta di una donna che si fa condurre da una strada solitaria in un luogo che non c’è, dove non c’è nulla tranne lei, nulla da fare tranne il suo non agire; eppure lei c’è, ed è una condizione tipicamente femminile, questa di esserci e non esserci, con la sola compagnia della propria inquietudine:

Sola m'inquieto.
Mariolinamay

Sola m'inquieto. La strada si aggrappa ai polmoni e mi trascina.
Le porte oblique di bianco, tutte uguali
non portano a casa. Non trovo il mio letto,
non riposo, non parlo, sto - e così ho detto tutto.

A volte il pretesto può essere offerto da un particolare momento della giornata, come l’ora che si approssima alla sera, e uno sfogo banale senza particolari implicazioni: ed ecco una donna che riesce a raccontarsi con una tal lucidità da rivelare il tormentato processo di crescita di un’adolescente verso una maggior consapevolezza, raggiunta proprio nel momento in cui si ‘sente’ negata:

Alla fine del giorno
Sara Graziani

Non trovo più niente

e ogni volta che scrivo

è come se strappassero a morsi un pezzo di me.

Spesso si può essere tanto convinti agli occhi degli altri,

ma così poco a se stessi,

sarebbe troppo ovvio parlare dicendo che questo è un male ingiustificato,
mentre Socrate sapeva di non sapere

io so di non sentire


La fine del giorno fa sentire i suoi effetti anche a domenica17 , che in “Di sera” apparentemente si propone di rappresentare quel miscuglio di sentimenti sottili e contraddittori che in quell’ora ci assalgono: il senso del tempo che si fa avaro, l’imminenza di un riposo non privo d’inquietudine, l’approssimarsi della pace notturna in tutto il suo splendore; eppure il rovescio di questo affresco sta proprio nel ritratto di una donna che da esso emerge, con tutta la forza e la dolcezza di una maternità consapevole:

Di sera
domenica17

Di sera
il giorno
invecchia come una madre.

Di sera
il cuore
riposa come una madre.

Di sera
le stelle
splendono come una madre.


Ed ora una figura femminile che potrebbe essere benissimo la figura materna: emerge un po’ alla volta proprio nei versi più velati di amarezza, che dipingono un rapporto difficile, doloroso, eppure bellissimo e straordinario nella sua più autentica conflittualità; l’autrice non svela il mistero di questa persona, ma ne compone un ritratto che come un mosaico poco alla volta si mostra nella sua interezza, ed è allora che si compie il prodigio: perché quello che emerge è una sorta di immagine di sé, riflessa in uno specchio deformante che ne mette in risalto i tratti meno appariscenti, quelle fragilità che si scopre nell’altra quasi a camuffare la propria; e può essere solo un’altra, non un altro qualunque, una donna schermo-fermo immagine che si anima e prende vita nel riflesso amplificato dell’altra, quella meno amata e non per questo più amara, in questa poesia di Becki, (poesia nonostante il titolo#61514;):

Non poesia ma nessun altro posto poteva accoglierla
Becki

Sei fragile e continui a vestirti con gli abiti

che lei si metteva per guardarti con dolore.

Mai un sorriso, mai una carezza

e tu che cosa potevi sentire fra le braccia di chi ti desiderava?

Sei bella, bellissima e l’occhio vuole la sua parte

e quale parte vuole?

Vuole tutta la parte anche quella che era tua

e che non era solo bella, era anche una parte giovane,

una parte voluttuosa e invogliante

e tu ti fai toccare e tu ti fai amare e tu che fai?

E tutto inizia e finisce in quell’angolo di visuale

in cui ogni cosa che tu facevi era da rifare,

ogni cosa che tu dicevi era da ridire

e tu pensavi e lei non voleva

e tu gridavi e lei rideva

e tu giocavi e lei sorrideva

e tu scalciavi e lei ti puniva

e tu andavi e lei sperava

e tu l’amavi e lei moriva.

E poi cosa poteva restare di te se non ciò che lei non amava?

State attenti a LEI…lei è...E un cielo umido e caldo,

traslucido e te ne andavi, pesante, importante,

annullante e con un’insicurezza dentro

che l’orgoglio impediva di mostrare

e che nessuno doveva incontrare

e che il tempo doveva annullare sulla superficie di quel corpo

che non aveva avuto amore

ma solo quello che non aveva.


Ed ecco un’altra albicocca, il catrame che incolla le suole di Micol, quella condizione interiore che incatena la libertà più ancora di una prigione:

Libera dai lacci
Micol

Libera dal catrame
che incollava le suole
ho sciolto i lacci
ora ritorno a volare


Ed è ancora la sera che invita a parlare di donne, in particolare di una, che appare come una visione quasi mistica nelle parole di Chiara: è la dedica ad una poetessa, Antonia Pozzi, e alla sua vita intensa e tragica:

“Antonia”
chiara

Stasera,
nell’ora che la calma dilata
quando tace ogni voce,
e tutto rimane
velato in quell'abbraccio di nebbia
che il tempo sospende,
da buie profondità
mi sono apparsi i tuoi monti –
certezza di pace, rifugio
dall’inquieto rumore degli anni
percorsi sul ciglio
di dure, segrete voragini.

E ho visto le tue mani
aprirsi all’eternità
della roccia,
e la tua voce versarsi
in un esile
arpeggio di acque
tra le fonde radici, e nell’erba
suonata dal vento –
finché il crepuscolo affondava le cime
e dai campanili
lunghi rintocchi scendevano
ad accompagnarti il ritorno.

Così, dallo stelo
di una fragile vita,
le tue parole fiorivano
come glicini
stretti in un’ansia
di luce

che troppo presto
ti abbandonò.



(ad Antonia Pozzi, alla sua Poesia)

Infine per concludere questa breve carrellata di voci e volti femminili, , ho scelto una poesia di Antonia Pozzi, in cui l’autrice costruisce (o svela?) una misteriosa, intrigante corrispondenza tra il calore gioioso che riscalda il freddo invernale duranti i riti di celebrazione della festa di S. Antonio e le inquiete presenze che l’accompagnano nel buio della sua anima:

Fuochi di S. Antonio

Fiamme nella sera del mio nome
sento ardere in riva
a un mare oscuro -
e lungo i porti divampare roghi
di vecchie cose,
d'alghe e di barche
naufragate.

E in me nulla che possa
esser arso,
ma ogni ora di mia vita
ancora - con il suo peso indistruttibile
presente -
nel cuore spento della notte
mi segue.

Antonia Pozzi


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